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Utente: Terezita
Nome: Tereza Rossi
A scanso di equivoci, fraintendimenti e male letture assortite dico soltanto: molto di quel che sono sta nelle parole scritte e nelle immagini, il resto è nella vita e nei sogni che non racconto ancora e in quelli che rimarranno solo miei.

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venerdì, 20 novembre 2009

religiose femmine Tacc-AncheGGianti

girls for Gheddafi

dove siamo arrivati, anzi arrivatE?

dobbiamo chiedere aiuto e parola e arringa  a Topo GigioPierLuigiGiovanniBattista ?

o vogliamo farci tutte operare per raggiungere l'1,70 di altezza e sapienza e mezza, anche intera se capita, bellezza?

o forse riteniamo d'aver raggiunto una posizione di TuTTo rispettiSSimo nel panorama della politicaputtana mondiale se anche uno come il Colonnello Maximo viene da noi a cercar pane per i suoi denti e per le sue crisi-esaltazioni-assalti-furori mistico-pedagogici-religiosi di zona bassopubica?

che bel paese è questo che si fa ricordare, cercare, visitare, onorare finanche come catalogo vivente gioioso-troioso-patinatoextralucido&sconfinante-nell'oleosoputrido di finissimo carpaccio di femmina su tacchi a spillo e libri sacri 

che goduria

che esaltazione

che compiacimento

e che merda...

e quella di  Topo GigioPierLuigiGiovanniBattista è tutt'n'vvidia, sient'ammé!

(p.s.: Aire, fermo lì e non provare a cazzeggiare che stavorta te corco, come diciamo noi qui, nella capitale ladrona e greve...)


postato da: Terezita alle ore 10:41 | link | commenti (9)
categorie: politicamente affine
mercoledì, 18 novembre 2009

Liberi Pesci in Libero Mare

Via, via, via dalla pigrizia e dall’ipocrisia ribattezzate e travestite da inutile saggezza e da sciocca pazienza. E se ti dicono che non hai più l’età per la ribellione o per dire il vero e l’autentico che pensi non ti fermare, neanche un secondo, ad ascoltarli, ché a sentir loro l’età giusta non ce l’ha mai nessuno.
Via, via, via dalla calma e dalla quiete del non pretendere più futuro, immobilizzati in un presente chiuso in una bolla di ghiaccio sporco. E pazienza se ti accusano di eccessivi bollori o ti trasformano in un oggetto da museo, patetico modernariato del fu spirito civile.

liberi

Perché la consapevolezza è l’esatto contrario dell’oppio dei popoli e la partecipazione, lei sola, è quella che tutto muove e tutto costruisce, che innaffia la volontà e fa germogliare la voglia, quella sana.
Riflettere non è un comando dato dall’istruttore di educazione fisica nell’ora di ginnastica
è un intento
è uno scopo
è un modo di procedere
è lo scoppio del motore
è la scintilla
scintilla2
Riflettere è metodo di rielaborazione e di costruzione dell'apprendimento prima e dell'esperienza poi.
Perché per imparare a volare con le proprie idee, si sa, non è mai troppo tardi, nemmeno quando l'età per le flessioni è già passata da un pezzo.
Insomma, riflettere per andare avanti è tutt’altra roba che le pippe mentali propriamente dette:
da quelle dio ce ne scampi impanati e fritti e liberi le triglie di scoglio e di paranza.
frittura-paranza

postato da: Terezita alle ore 14:57 | link | commenti (5)
categorie: divagazioni e sputate-sentenze
martedì, 17 novembre 2009

2/ Marinella e l'Emilione

Pascal Renoux
Nel nord-est, prima della sbornia dei capannoni e della fioritura del popolo degli imprenditori-a-qualunque-costo,  si conservava un angolo di mondo speciale, figlio dell’Italia contadina e contadino ancora anch’esso, ricco di memorie raccontate a voce davanti al fuoco, soprattutto memorie della Grande Guerra, e di relazioni vive di battiti d’umanità.
In un paesetto piccolissimo della campagna dolce di quelle zone, tra le prealpi e il mare, c’era una comunità minuscola, composta per lo più di vecchi e di donne e uomini di mezz’età, ché la generazione dei figli aveva già iniziato a scappare verso le città vicine, se non per  studiare almeno per cercare un lavoro che potesse dirsi cittadino: iniziava così l’esodo definitivo dalle campagne, preannunciato anni prima dalle ultime emigrazioni di famiglie giovani verso il nord Europa e le Americhe.  
la Grande Guerra
Le famiglie più modeste o che disponevano di un’azienda familiare, agricola nel 90% dei casi, rimanevano compatte e raramente i figli se ne andavano in città, piuttosto sceglievano di mandare avanti che so, la latteria o il piccolo negozio.
Le corriere di collegamento con la cittadina più vicina avevano un’unica fermata, nell’unico spiazzo grande del paese, davanti al bar Centrale che Centrale lo era davvero, di nome e di fatto, visto che individuare il centro in un posto così minuscolo era roba da putei.
Ovviamente tutti si conoscevano e quando uscivi di casa ti toccavano mille saluti ché da ogni orto, tra ciuffi di insalate e piante di frutta, si sporgeva un volto cordiale, da ogni giardino con i gerani si sollevavano verso la strada gli occhi sorridenti di una nonna con la lana e i ferri tra le mani nodose ma sempre svelte.
La comunità, pure percorsa da invidie e pettegolezzi come qualunque comunità piccola e poco avvezza  a guardare oltre i propri confini, aveva suoi equilibri di convivenza, a loro modo ammirevoli, capaci di richiamare e tenere dentro il suo guscio protettivo anche i meno fortunati.

Ronis: the-caretakers-cat

Nel paesetto di questo racconto, per esempio, viveva l’Emilione, un gigante d’uomo con la vivacità mentale di un bambino di quinta elementare e con la stessa esperienza intellettuale.
L’Emilione era, come si diceva allora con linguaggio forbito, un po’ ritardato, aiutava i genitori nelle fatiche della campagna e poco altro ché la sua principale dote era la stazza e la forza fisica, garantita dalla sua mole gigantesca.
Il paese però non lo disprezzava ma, tutt’al più, lo commiserava, senza fargli mancare una forma particolare d’affetto, un segno del suo intenderlo figlio e membro a tutti gli effetti. Perché l’Emilione, bambino in un corpo esageratamente grande, veniva trattato da tutti con l’affettuosa condiscendenza che di solito si riserva proprio ai bambini.
bambino
Così, siccome l’Emilione si sentiva molto felice nel salutare ed essere ricambiato ripetutamente da tutti i suoi compaesani, ognuno lo assecondava ricambiando anche sei sette volte il suo saluto e chiamandolo ogni volta per nome, dando segno cioè di conoscerlo e di riconoscerlo. Questo buffo scambio andava dunque avanti per un paio di minuti davanti ad ogni cancello o giardino che l’Emilione incontrava e più o meno si svolgeva così:
“’giorno!”
“ciao! ‘Milio!”
“ciao!”
“ciao, fiol, com' ea, ‘Milio?”
“ciao!”
“ciao! ‘Milio!”
E sì, in quello scambio ripetuto di  battute ognuno dei destinatari dei saluti dell’Emilione  rispondeva chiamandolo sempre per nome, una forma spontanea e carezzevole direi di riconoscimento e di affetto.
E così il gigante distribuiva sorrisi e saluti fino a sfinirti o fino a che qualcuno, spesso uno dei genitori, non lo portava via.
 “Ehi, ‘Milio!” era una frase che gli rivolgevano tutti e il suo nome non mancava mai d’essere  pronunciato più volte mentre sul volto del gigante infantile si stendeva un’intera luminaria di sorrisi: la comunità gli regalava così, spontaneamente, un po’ della sua pazienza, facendolo sentire “riconosciuto” e dunque amato.  
ferrata-sass-brusai- 
Ricordo che io, bambina di otto-nove anni, osservavo questa scena con curiosità, percependone un significato diverso da quello più semplice che appariva, un’impressione speciale che concettualizzai solo qualche anno più tardi: era la pietas, la comprensione senza retorica e senza ostentazione, il senso del soccorso e dell’accudimento sociale, il segnale della capacità e della volontà di integrare con piccoli gesti anche i più sfortunati, quelli che vivevano fuori dalle righe del quaderno ufficiale.
Era, inoltre, una forma di solidarietà e di sostegno per la sfortunata famiglia.
Era quello di ‘Milio uno dei tanti borghi, uno dei tanti esempi di una società, di un paese ancora innocente, capace di gesti illuminati da splendido e caldo candore, ma non per questo superficiali.
Franco Basaglia

Era l’Italia dove era nato e operava uno come Franco Basaglia, a ribadire che siamo tutti figli dei tempi, anche se talvolta ce ne vorremmo scegliere di migliori.


postato da: Terezita alle ore 10:13 | link | commenti (6)
categorie: piccole storie piccole, dal quaderno dei ricordi
venerdì, 13 novembre 2009

1/ Marinella si racconta per LETTERA

oggetti e velleità
Sai, pensavo alla magia delle storie: raccontare le storie è un atto d'amore dal potenziale creativo immenso, uno dà il la e invita l'altro a continuare, ci si scambia energia fantastica e si ride, felici delle proprie invenzioni, e più sono assurde più ci si appaga, ci si sente  superiori alla comica maniera dei bambini che a tre anni son capaci di ridere di quello di uno che barcolla sulle gambette incerte.
Perciò oggi ti racconterò la storia di Ida, figlia di contadini della marca trevigiana che non aveva studiato un granché. Ragazzona giovane e prestante, alta 1,75, di capelli biondi e occhi verdi, andò presto-presto a lavorare in filanda finendo così, per necessità di pane e di sopravvivenza,  in un paese di montagna dell’appennino bruzio. Lì conobbe, s’innamorò e sposò Antonino, figlio di gente ch’era stata benestante ma aveva perso il più per strada.
tutto serve
Eravamo negli anni ’40, la guerra era già abbondantemente per le strade e Ida, che aveva già perso tre tra fratelli e sorelle, si ritrovò in quell’angolo di terra aspra  dove l’eco della guerra arrivava attutito e più che altro c’era tanta povertà: quella di sempre e, in più, quella portata dalla guerra, tanto per far compagnia alla prima.
Ida e Antonino ebbero subito una bambina, Caterina, detta Catì, destinata a rimanere orfana di padre prestissimo: quando la bimba aveva sì e no un anno, per una di quelle malattie banali che in tempo di guerra e con le medicine che Tricarico-1960, fotografo Mario Cresci scarseggiavano uccidevano come mosche anche uomini forti come Antonino.
Ida, la ragazzona venuta da lontano, tornò estranea e fuoriposto da quelle parti, nonostante Catì, e perciò decise di tornarsene, prima al suo paese, lasciando la bambina ad una cognata nubile che le fece da madre in modo esagerato, dato che non ebbe mai altri affetti sui quali spartirsi, e, successivamente, in Germania, dove lavorò per molti anni come cuoca. Con il suo lavoro riuscì a far studiare Catì, si sistemò, sistemò sua madre divenuta anziana, restaurò la grande casa di campagna della sua, un tempo, numerosa famiglia e campò dignitosamente, senza più uomini ufficiali al suo fianco.Grassano,1960- foto di Mario Carbone
Catì crebbe assai poco legata alla madre, donna effettivamente un po' ruvida per tanti aspetti, e attaccatissima invece a Mena, la zia-madre nubile; per questo e per tanti altri motivi troppo complicati da raccontare in breve, quando Catì in estate tornava da sua madre preferiva passare la gran parte del tempo con la nonna Marietta, una donna piccola piccola, sempre sorridente, che, forse perché aveva perso quattro figli su sei in tempo guerra, mostrava un talento materno spiccato, maggiore, e di gran lunga, di quello della ruvida e sbrigativa Ida: insomma, una volta messa su famiglia Catì prese a frequentare sempre meno la casa di sua madre.    
Ida però, pur non avendo studiato, amava leggere e conosceva l'opera meglio di un esagerato musicofilo. Le piaceva da matti lavorare ai ferri ascoltando sua nipote, Marinella, una bambina di otto anni, che le leggeva "Le avventure  di don Camillo", uno dei suoi libri preferiti.
La bambina si divertiva a recitare, letteralmente recitare il testo, presa e compresa dal suo ruolo di intrattenitrice ed esaltata dalle lodi sperticate di Ida sulla sua precoce bravura di interprete. Il libro di Guareschi*** venne letto e riletto in quell’estate, mentre Ida, a sua volta, ricambiava quella particolare compagnia di lettura-recitata intrattenendo la bambina con i racconti delle trame di varie opere, per lo più pucciniane. Ne riferiva con un trasporto sentimentale così autentico da imprimerle per sempre nella mente di Marinella.
Ida lavorò ancora per molti anni dopo il rientro dalla Germania: preparava abitini per neonati per una fabbrica del posto, provvedeva a gran parte dei lavori di casa come nessun uomo avrebbe saputo fare, cucinava da dio i piatti tipici della sua terra, ecc. ecc.
Ida avvicinò Marinella all'arte amorosa delle storie narrate, stimolando la sua vanità istrionica di lettrice-attrice e sciogliendo nelle sere estive i nastri colorati e fascinosi della storia di madama Butterfly, di Tosca, ecc. ecc.
Nei lunghi pomeriggi di luglio Ida se ne stava nel tinello, ascoltando le opere alla radio con religiosa attenzione e sguardo rapito, supplendo magnificamente alla sua poca istruzione con il sentimento dell'arte e della poesia che possedeva ed esercitava istintivamente, e trasmetteva anche.
A Marinella insegnò l’opera e le sue storie intense ma anche a riconoscere e raccogliere l'erba per i conigli, a scovare le patate e le carote nascoste nella terra soffice dell'orto, a parlare nel suo dialetto, permettendole, pochi anni dopo, di leggere e comprendere le commedie di Goldoni in lingua venexiana.
Marinella non dimenticò mai più nulla di quell’estate di orti, conigli, romanze e battute anticomuniste  di Don Camillo.
E se anche Marinella non è il mio nome Marinella, la bambina-attrice, ero io.
la ROSSA di SAUCO
***(Mi scuso per aver inizialmente scritto Mosca anziché Guareschi ma c'è un motivo: l'edizione del Don Camillo , datata già allora, sulla quale leggevo per Ida, conteneva le illustrazioni stilizzate ma assai espressive di Giovanni Mosca che con Guareschi collaborò e condivise varie esperienze di giornalismo: a me, bambina, quelle illustrazioni scarne, tratteggiate ma d'effetto, rimasero per sempre impresse).

postato da: Terezita alle ore 17:16 | link | commenti (5)
categorie: piccole storie piccole, dal quaderno dei ricordi
mercoledì, 11 novembre 2009

la Verità e la sua MEMORIA

Tempo fa, anni fa, scrissi in un commento sul blog della mia amica Alice che noi italiani scontiamo un grave handicap: la nostra memoria comune e recente è zoppa e monca, segnata dalla mancata riscossione delle verità dovute, legittimamente dovute, ad un paese che possa definirsi civile e con una democrazia sana.
Lo scrissi pensando alle troppe mancate verità, soprattutto sulle stragi e le altre laidezze affini, incidenti di percorso della nostra storia recente tanto gravi e drammatici da costringerci a vivere in un paese che non possiamo considerare intero, integro e con un patrimonio comune vero, da condividere e difendere. Perché sì, credo che solo condividendo appieno tutto il bagaglio della memoria, in forma consapevole e presente ad ognuno, anche nelle sue parti più difficili, drammatiche e disastrose, possa avere un senso parlare di casa comune.
 

i bambini di Renoux


Mi ha fatto ripensare a quanto scrissi sul blog di Alice un’altra blogger che in questo post descrive con amarezza quel che io mi sento di chiamare la nostra "smemoratezza civile". Perché di questo si tratta: di colpevole sottrazione della verità per usi ed interessi innominabili da parte di uno e di smemoratezza civile da parte degli altri. 
E’ che la sottrazione e l'insabbiamento furfanteschi delle peggiori verità della storia recente del nostro paese hanno avuto ed hanno bisogno, per poter essere, della smemoratezza civile dei più, dell’incuria e della superficialità di chi (tanti, sempre di più) si accontenta di vivere ogni giorno come se la sua vita fosse un’entità astratta che si compie nel chiuso di minuscole stanze di pensiero, lontano da ogni respiro che possa sapere di storia e di civile convivenza.
valigia a doppio
La smemoratezza che permette tuttora la sottrazione della verità e che, di fatto,  lacera la dignità del nostro paese in misura irrimediabile, è  nient’altro che smemoratezza colpevole anche quand’è “istintiva”, non troppo ragionata.
Sarà forse che io ormai non so credere più nell’innocenza di certa smemoratezza e la guardo con la stessa diffidenza con cui guardo alle ombre del nostro passato ferito e devastato, anche da tantissime morti innocenti, non dimentichiamolo.
Pochi giorni fa ho accennato alla forte e sempre allertata coscienza civile della Germania rispetto al suo passato nazista e m’è venuto subito di assimilarla alla maturità civile che ha portato, in anni assai più recenti, all’apertura degli archivi della Stasi, dove ogni cittadino tedesco dell’ex DDR- ma non solo- può, se lo desidera, recarsi a visionare i documenti segreti redatti dalla polizia che lo riguardano.
Ulrich Mühe, l’attore protagonista del bellissimo film “Le vite degli altri”, Das Leben Der Anderen,  era- (era perché morì poco dopo la fine del film)- un tedesco dell’ex DDR e chiese di visionare la sua cartella presso l’archivio della Stasi, scoprendo che su di lui la polizia dell’ex Germania est aveva raccolto moltissime notizie, in gran parte tutte dalla stessa fonte: la sua prima moglie. Ora, saltando le considerazioni sulla drammaticità di una scoperta simile, pensavo a quanto possa contribuire a rinsaldare la coscienza di un paese che è rimasto diviso per svariati decenni  avere accesso ai documenti segreti che riguardano i suoi cittadini o la sua storia recente, alle verità cioè, anche tremende, del passato. Sapere che puoi farlo ti dà il senso della garanzia della tua dignità di cittadino e rinsalda quello dell’appartenenza al tuo paese.

biciclette malate

Ecco, qui volevo arrivare: la verità sulle stragi e su tutti i capitoli oscuri della nostra storia nella seconda metà del secolo scorso noi non l’abbiamo mai avuta e questo ci impedisce di guardare al nostro paese con un vero sentimento di appartenenza perché ci sentiamo depredati della nostra coscienza e consapevolezza storica, del patrimonio comune, fatto di tutto, proprio tutto quanto ci ha riguardato, anche le tragedie  più atroci.
E invece siamo sempre qui, poverissimi di storia perché siamo stati derubati della verità e siamo perciò senza memoria.  
ali

postato da: Terezita alle ore 14:27 | link | commenti (12)
categorie: politicamente affine
martedì, 10 novembre 2009

LO DICO

Lo dico:

di fronte alle dichiarazioni, ai concetti, al linguaggio spietato e amorale  di quest'uomo, che si professa senza vergogna seguace della cosiddetta dottrina cristiana e cattolica e strenuo difensore del simbolo (ma solo di quello) del crocifisso, (sul quale peraltro, per come si è espresso in merito al caso di Stefano Cucchi, ha praticamente "sputato"), provo uno sdegno senza limiti, qualcosa che somiglia pericolosamente all'odio.

La sua ferocia, espressa pubblicamente nelle parole e nei sentimenti, mi spinge, mio malgrado,  a provare un sentimento troppo forte e destabilizzante, un'indignazione senza freni.

Non vorrei mai essere contagiata dall'odio meschino e ipocrita che costui ha di fatto mostrato ma la rabbia per quanto ha dichiarato mi fa provare un'avversione  violenta verso quanti adoperano e corrompono i simboli della caritas e della pietas umana e cristiana.

E dire che io non sono cattolica...


postato da: Terezita alle ore 12:37 | link | commenti (8)
categorie:

in attesa del post

Sara Saudkova

mi è venuta l'idea di anticipare il post che verrà con questa bellissima foto di

Sáry Saudkové:

solo una Donna poteva concepirla così.

postato da: Terezita alle ore 10:54 | link | commenti (1)
categorie:
lunedì, 09 novembre 2009

1989

post soppresso per problemi...al motore!

lo potrete trovare

QUI


postato da: Terezita alle ore 12:23 | link | commenti (21)
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domenica, 08 novembre 2009

Wir sind GRENZENLOS

Ammiro questo paese, il suo coraggio e il suo onorevole, sempre presente,  senso di vergogna storica.

Ammiro il suo immenso, luminoso, capitale di pensiero e la capacità di fare ancora adesso i conti con la tragedia passata, covata dal suo stesso grembo.

Non posso far a meno di sentire rispetto per la continuità con la quale sorvegliano tuttora i loro stessi mostri, quelli del passato e quelli che riaffiorano qui e là.

Ammiro il suo imperativo a non dimenticare, a chiedere ancora e sempre scusa, a convivere prima con la frattura dolorosa e imposta del muro- impedimento fisico che ha spezzato in due, per decenni, la sua storia e la sua gente, le famiglie e le relazioni- poi con la frattura invisibile e la ferita difficile a guarire di un muro che ancora c’è: nei modi, nei pensieri e nelle differenze sociali.

Penso spesso alla lezione morale del loro pentimento per l’orrore e la devastazione del ‘900, una lezione forte, davvero senza tentennamenti se è bastata una frase fuori posto o semplicemente ambigua per far dimettere un politico.

Davvero mi sento di essere felice per loro, per quel novembre del 1989 in cui hanno potuto ricordarsi di com’erano. Mi sento anch'io tedesca ed europea con loro.


postato da: Terezita alle ore 17:54 | link | commenti (6)
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giovedì, 05 novembre 2009

la Crocifissione tra PIRATI

che fossero primitivamente simili ormai lo sapevano;
che facessero ogni volta l'amore come se lottassero era quasi la norma;
che da quella lotta uscissero prendendosi in giro a vicenda era una prassi;
che si stupissero ogni volta del loro comune e selvatico senso vitale era una complicità dichiarata;
che non conoscessero altra passione che quella, così particolare da essere in qualche momento vicina all'odio e al desiderio di farsi del male, quasi un cibarsi uno del corpo dell'altro, era una consapevolezza.
Eppure vivevano tutto ciò con naturale, istintivo ed intatto stupore e  da tempo ormai.
E dentro riflettevano segretamente, ciascuno per proprio conto, sulle vicende comuni delle loro terre.
Terre abbordate infinite  volte dai predoni.
Secoli fa, certo, ma chi poteva dire con certezza che non fosse rimasta in loro alcuna traccia dell'istinto di rapina? 
Richard RODRIGUEZ
Che non ci fosse ancora traccia di quel prendere l'amore con istinto di ineluttabile fame?
Bastavano forse gli occhi verdi di lui a mettere in discussione la loro probabile e comune discendenza dai predoni? no, l’indizio era insignificante nel loro contesto erotico generale.
A questo forse pensava lei in quel pomeriggio, quando gli ordinò di stendersi sul letto con la voce di chi ammette solo obbedienza.
E una volta ottenuta l’obbedienza gli tolse ogni indumento di dosso e gli chiese di assumere la posizione di Cristo sulla croce.
Poi spogliò sé stessa d'ogni cosa e gli si stese sopra
anche lei come un Cristo in croce: 
le cosce sulle sue cosce
l'interno delle braccia a toccare l'interno delle braccia di lui
ad aderirvi e a cercarne la punta, le mani cioé, benché fosse tanto più piccola di lui.
Le punte dei piedi a sfiorare quelli di lui, benché fosse tanto più piccola di lui.
La testa a cercargli prima l'incavo del collo e poi la faccia, e ogni parte sovrapponibile per sovrapporsi.
Due crocifissi d'amore.
Solo ad un certo punto gli disse, a voce sottile ma perentoria:
"non ti muovere, voglio sentire tutta la tua superficie e se possibile il sangue andare nelle vene”.
Man RAY
E lui fu buono per un po', accettò sospirando e compiacendosi di quel gioco,di quell'incollarsi e scivolargli addosso di lei per percorrerlo tutto.
Gli piaceva molto, soprattutto per l’impegno che le vedeva mettere nel farlo: tanto più piccola ma anche tanto testarda.
Ma il gioco non durò quanto lei avrebbe desiderato, ché forse una notte intera lo avrebbe voluto usare come tappeto volante...
Una notte intera o quasi.
Addormentarcisi addosso.
E' che lui voleva sempre comandare e quindi dopo poco si mosse, dimettendosi da quella croce.
"Maledizione-pensò- la vince sempre lui..."
e un po' bestemmiò contro la sua statura che era  troppo piccola rispetto a quella grande di lui, come la sua forza fisica, del resto.
Forza e statura, solo quelle erano più piccole però...GUTHIER
Lo lasciò dunque tornare in cima alla nave e andare al timone, e intanto se la rideva.
Anzi se la ridevano insieme del resto del mondo che non stava là ma da qualche altra parte a smadonnare per questo e per quello.
Allora, proprio riflettendo su quel vano smadonnare, lei lo guardò e gli fece persino l'occhiolino, nonostante la rabbia di averlo di nuovo comandante della nave le covasse ancora dentro.
Gli fece l’occhiolino, sì, proprio lei, la Piratessa al Pirata: del resto erano pari in furfanteria d’amore.
comunicazione
(GIA' PUBBLICATA NEL 2008)

postato da: Terezita alle ore 19:24 | link | commenti (4)
categorie: eros e allegati