…e lasciamoci danzare la vita addosso…
Introduco così una poesia, quella che segue, di P. Verlaine. Mi fu segnalata molti post fa da Lara. Seguono alcuni commenti che ho voluto unire al corpo del post.

"E tu ragazzo gioisci
Poiché la tua bella verga si gonfia, impaziente di avere anch’essa un ruolo,
presto presto cresce, inturgidisce…
mio dio! la goccia, la perla
che preannuncia
viene a brillare in cima
al foro rosa:
berla,
lo devo fare,poiché ho goduto,
ora sta a me, di correre a prendere tra le labbra
il tuo glande adorato, pesante di ardore,
che esploda in un flusso regale,
latte supremo, fosforo sublime,
profumato di mandorla
cui chiede di saziarsi l’aspra sete di te che mi divora.
Paul VERLAINE

aggiunge di suo Lara :
"Che bello li avesse scritti una donna questi versi dedicati a lui, a tutti i T. della terra...
(invece sono di Verlaine, hélas)"…
risponde Tereza : 
"molte donne avrebbero timore di misurarsi con questi pensieri
e- di fatto- non li pensano;
molte donne se li pensano temono di averli pensati
e- di fatto- li dimenticano;
molti uomini si sentirebbero estromessi davanti a quei pensieri in corpo di donna
e- di fatto- credono che di là non passino;
molti uomini avrebbero il tremore ai polsi e un impossibile nodo in gola se quei pensieri venissero pronunciati da bocca di donna
e- di fatto- anche loro raramente li pronunciano;
e per tutti questi equivoci nessunA li mette per iscritto.
Ah, se ci lasciassimo tutti/e vivere e danzare la vita addosso…ciao, Lara, amica carissima , credo d'aver compreso ogni cosa..."

commenta Maurizio :
"Riflettevo sul lasciamoci vivere.
Lasciarsi vivere completamente in realtà non sposterebbe che le nostre emozioni piu forti verso altri lidi. Se tutti ci lasciassimo vivere, forse si arriverebbe ad una normalità, una consuetudine. Certo piacevole. Ma non piu di un bacio su una guancia o un forte abbraccio che sono gesti importanti e quotidiani di cui spesso “non vediamo” l’importanza.
Maurizio, forse confusionario nell’esprimersi per il poco tempo a disposizione"
e ancora Tereza in risposta:
Con “Lasciamoci vivere”, caro Maurizio, non intendevo un lasciarsi andare dove capita, bensì un dar corpo e forza e coraggio e visibilità e bellezza e sentimento e audacia a quanto, nelle varie forme espressive dell’esistenza, spesso rinunciamo ad esplicitare.
Per motivi esterni per lo più, certo.
Se vuoi chiamali condizionamenti. Anche forti. Spesso insormontabili.
Ma noi dovremmo venire sempre prima, almeno un passetto prima.
Non è un invito al cinismo nudo e crudo il mio.
So bene che bisogna tener conto di tante cose, ma mai di tutte le cose eccetto sè stessi...

Il post è dedicato a uomini e donne con uguale attenzione e significato.
Ho sentito le ultime buone nuove dal fronte Vaticano.
Ho sentito che dopo aver frugato nei letti e nelle mutande ci frugheranno anche nell'armadietto dei medicinali.
Attendo di sapere il resto.
Mi attrezzerò al meglio per seguire il nuovo codice: in farmacia, nel negozio di biancheria intima, al supermercato, in frutteria, perfino nell'intimità della toilette,ecc. ecc. ecc..
Fate presto, mi raccomando, voglio farmi trovare in perfetto ordine...
Nel frattempo vado a far domanda per cambiare nazionalità: voglio essere cittadina-suddita-vaticana-di-Santa-Romana-Chiesa anche di fatto.
Ci vediamo dopo, a documenti ultimati...
piissima-suo malgrado-TereZa

"la SAPIENZA del PAPA"
Tratanto che procede de bbon passo
’sto secolo de cose rabbüjjiate,
ha l’occasione de llancià ‘n ber ‘n sasso
er nostro bbeneamato grand’abbate.
Arza la mano e doppo dice: «Abbasso
le meddicine spreggevoli e sbajjiate
der giorno appresso, odor de Satanasso,
che so’ ccose ‘ndecenti e ‘ndiavolate!»
Magara avrà parlato ppiù forbito,
ma er senso è quello, pure si è tradotto.
Disserta bbene, ma nun ho ccapito
come pparla co’ ttutta ’sta dottrina:
sta a vede che ’sto papa, sotto sotto,
è puranco laureato ‘n medicina!
da http://bokk74.blog.kataweb.it/
Per Dario:
datte 'na regolata pure te 'n futuro, coi documenti e co' 'e poesie, 'scorteme...

Nella città dove si avverte un correre di vita, un humus pagano che ancora resiste e sottostà al terreno di asfalto moderno e da lì sotto ribolle e risale con piccole esplosioni, ora nel suono molle ma rapido del dialetto ora nel saettare d’occhi d’intesa, soprattutto occhi di donne, quelle stesse che vedi e intuisci battagliere,
nei tram e sotto i portici, mentre rispondono con il solo sguardo alla battuta e te la restituiscono con gli interessi, veloci e puntute come frecce.
In quella città c’è un bellissimo bar in pieno centro.
Quel bar trabocca di tutto, assalti alla gola, assalti di luci, assalti di colori e non capisci com’è ma sembra scoppiare di tutto, pieno come nessun bar al mondo, con il cibo esposto che pare partecipare di quella frenesia della città, di quell’onda pagana mai dimenticata che sottostà all’asfalto e gli fa da vena pulsante.
In quel bar stanno diverse bariste, giovani e quasi tutte magre, qualcuna quasi puntuta come una lancetta d’orologio, scattante nella magrezza un tantino eccessiva.
Solo un paio sono morbide di sguardo molle a fare pendant con il resto.
Ma tutte velocissime vanno e mai che s’intreccino l’una con l’altra nei movimenti di braccia e di mani, di tazze e piattini, di zucchero e cucchiaini, di togliere e mettere, di aggiungere e correggere, di distribuire e far ripetere l’ordinazione.
E non riesci a capire come ci riescano, prestigiatrici eccelse che prestano la loro arte circense ai desideri di caffè e di latte e di tante altre cose dei clienti.
Le loro torsioni sono rapide, quasi impercettibili, senza mai scatti acuti, neanche in quelle che sono magre e puntute.
Sarà che questa è la terra del ballo e qualcosa c’è nei geni delle loro anche snodate e senza mai un angolo acuto di troppo nel loro piegarsi, flettersi e torcersi.
Consumo il mio caffè stupefatta, una volta di più, benché io conosca bene quel fare e quel porgere, benché io conosca bene quella città.
Basta attendere e prestare attenzione e il ballo di sempre riemerge.
Quando torno in strada mi attardo un poco sul marciapiedi a cercare il cellulare in borsa ed è proprio un attimo ma è sufficiente per cogliere uno scambio tra due ragazzi che non vedo, coperti dalla folla che s’ingrossa vorace davanti alle vetrine.
Sono due voci giovani, forse ancora adolescenti.
Sussurrano ma non tanto da non essere colti da me nel loro scambio:
“ mò guarda te che tette a punta che ha quella là, soccia! “
“ si vedon proprio beene da sotto la malietta…”

Non vedo le loro facce e non le saprò mai.
Intuisco che sono davanti alla vetrina del bar, lo intuisco dalla provenienza dei loro suoni e so che stanno guardando le bariste-giocoliere nel loro torcersi fluido e rapidissimo. E di qualcuna di loro stanno commentando. E’ certo.
E allora, come in un miracolo cinematografico, ecco che quelle voci diventano quelle di Titta e di un suo compagno, ecco che Fellini risorge lì per qualche secondo e una nuova scena di Amarcord parte o riemerge da non so dove.
Un sogno e un’illusione fatti di vero.
La città delle eSSe ancheggianti m’ha regalato due minuti di sogno ad occhi aperti, un set che s’è acceso e spento nel tempo di un ciak.
M’ha spinto e fatto cadere dentro alla favola di Federico redivivo. per due minuti soltanto, ma mi basta.
Il resto, tutto il resto, è eterna Bologna.

La stazione è quella delle altre volte ma stavolta è solo la mia.
Anche il posto del caffè è quello delle altre volte ma stavolta è solo il mio.
Però stavolta nella solitudine so di essere sola, ne ho la certezza fisica
e quindi anche la solitudine stavolta è davvero la mia.
L'ho preparata- desiderata- apparecchiata: così la conosco e la posso portare per mano.
Non ho paura e nemmeno tristezza: mi devo portare e so di esserne capace, basterà che mi applichi un poco...
PERDINCI!

Ho due-tre milioni di anime in una
caspiterina però,
mi addebitano sempre quella che mi manca
spesso quella che non avrò/avrei mai.
Detto questo e fatto per di più
mi ritiro per qualche giorno
in solitaria riflessione
d'intenti...
ciao
Tereza
Trattasi di esperimento mai tentato prima: trasposizione in favola del Pvt.
Personaggi:
Terezetta, sorta di Cappuccetto Rosso in Pvt
Orco, come da fiaba gotica classica

O: buongiorno, Terezetta, son l'Orco, come va? sai che ci sai fare con le parole?
T: bene, grazie tante, Orco. Piacere di conoscerti.
O: quest'è bella! ma lo hai capito che sono L'Orco? non mi chiedi nulla?
T: no, dovrei? vedo che scrivi bene e senza banalità e consapevolmente e con attenzione. Ti ammiro, Orco. Sei speciale nel dire, parola di Terezetta.
O: urca! ti dico che sono l'Orco e tu mi fai i complimenti e non mi fai domande...
T: beh, io non sono Orco come te e non so cosa chiederti sugli orchi, è un altro mondo...
O: allora ti racconto io un po' di cose, anzi no...ti faccio io un po' di quelle domande che tu non mi fai...
T: figurati, parla pure!
O: ecco qui la lista delle domande. La tengo sempre pronta per le Terezette.
T: ma...ma...che domande strampalate...qualcuna mi fa quasi ridere...ma davvero vuoi che ti compili quella lista?
O: sìììì, è un gioco, un bel gioco, vedrai, e a me piace giocare con le Terezette...compila la lista e mi conoscerai...
T: ok, ok...t'accontento...
Terezetta legge, un po' ride, un po' allarga gli occhioni, un po' si stranisce, un po' si stupisce, e comunque compila e commenta pure, terezettamente, le domande.
T: ecco la lista, Orco...ma perchè dovrei conoscerti così? perchè chiedi a me di dire quel che sei? Allora rispondi pure tu alle tue domande su te stesso!
O: beh...non sarebbe previsto...ma...va bene...ti accontento, Terezetta.
L'Orco esegue e compila la lista, risponde alle domande su sè stesso e a quelle su Terezetta, ma parla sempre e solo di sè nelle risposte e nelle domande più strampalate piroetta e lancia dei vocalizzi da Orco, li traveste di parole da vocabolario sì, belle tornite e smerigliate, ma son sempre vocalizzi da Orco e si sente.
Una volta compilato diligentemente il modulo l'Orco lo re-invia a Terezetta.

Terezetta si spazientisce un po' assai nel leggere ma non quanto dovrebbe che la nonnina le ha detto d'esser sempre gentile e comprensiva.
L'Orco intanto, non sentendosi per nulla soddisfatto, compila un'altra lista, anzi la tira fuori dal cassetto, quello con la lettera T: 'domande per le Terezette'.
Lo invia e chiede ancora di sè. 
Ha rimesso dentro alla nuova lista di domande tutti i suoi proiettili inesplosi, lui chiama così i suoi tr-anelluzzi da Orco. Tra sè e sè li chiama così e lo sa.
Li ha rielaborati e parzialmente camuffati, ma tant'è.
Terezetta inizia ad annoiarsi pure un poco ma fa un ultimo sforzo di gentilezza: compila e re-invia e chiede nuovamente all'Orco la sua versione.
L'Orco accetta e si tradisce ulteriormente. Lascia tracce vistose delle sue zampe sul foglio.
Terezetta legge, vede le impronte e ha uno scatto d'ira. Decide che è basta.
Prende il foglio con le risposte dell'Orco e ci scrive sopra quello che pensa di lui, di tutto, anche più di quanto vorrebbe e urla:
T: le ho viste le tue impronte da Orco, sai?!?! dì come ti chiami e rispondi a tutto quello che ho detto e anche stradetto su di te che io non ho paura nè di litigare nè di essere offesa.
L'Orco inizia ad urlare da vero orco. Chiama Terezetta crudele e cattiva, sfacciata e supponente e altre cose che non dice perchè non stanno nel vocabolario corrente...ma in quello dell'Orco sì!
Terezetta ritratta un po' della sua ira che sa d'esser impastata con un bel po' di tritolo e che se la tirano per i capelli lo fa detonare in un nulla.
Tuttavia ribadisce il suo nocciolo.

Perchè l'ira c'è e il gioco non le piace. Perchè il gioco non è un gioco.
Già-già,Terezetta ama i cortili, i prati, i boschi, gli scivoli e le altalene, i ruzzoloni e pure le zuffe per far poi pace, ma non ama star seduta a tavolino a compilare...non così almeno...compilare con le lenti scure a celare le pupille e la direzione che prendono.
L'Orco è proprio fuori di sè perchè Terezetta gliene ha dette tante-tante e alcune proprio cattive-cattive ma almeno così lui non si traveste più di parole tornite e parla con i vocalizzi da Orco, finalmente!
Finì così che, tra le urla di entrambi, si ruppe quel tr-anello.
Terezetta presentò di nuovo le sue scuse per gli eccessi, così come la nonnina le aveva insegnato a fare.
Le scuse caddero nel nulla ma senza farsi male.
L'Orco si ritirò indignatissimo nella sua grotta.
La Terezetta prese il suo cestino, montò sulla sua biciclettina rossa fiammante e corse via cantando una filastrocca scema ma felice.
Felice chi? Tutt'e due, la filastrocca e Terezetta.
Terezetta percorse rapida-rapida tutta la favola e uscì all'aria aperta.
L'Orco non si sa.
E in coda una raccomandazione: non fate troppe domande a Terezetta che questo è quanto vuole raccontare...


...avevo bisogno di tirarmi su il morale e...

son andata a pescare un buon ed efficace stimolante...

Lo passo a tuttE quellE che voglion condividere:

si chiama Joaquin, di cognome fa Cortés.
Joaquin è uomo
ma non trasmette dominio a senso unico
trasmette bensì forza ma anche braccio teso a cogliere
la forza di una donna che alla sua si unisce
ed è forza altrettanto forza
che con la sua si concentra e studia e respira e va
prima di entrare nella danza
quella a due assolutamente co-protagonisti
questo trasmette Joaquin:
la certezza della complementarietà assoluta
"IL LAVORO PRECARIO E' TRA LE EMERGENZE ETICHE E SOCIALI IN GRADO DI MINARE LA STABILITA' DELLA SOCIETA' E DI COMPROMETTERE SERIAMENTE IL SUO FUTURO"

prestato da:
http://bokk74.blog.kataweb.it/

Ma guarda un po'
esistono argomenti 'altri' per chi s'è fissato
e impuntato e intestardito e monotemizzato
su sesso, mutande e dintorni
quasi ad afferrare e strappare serenità dalle vite altrui
proprio là dovè più complicato parlarsi e conoscersi
senza farsi male, non troppo almeno,
ma regalandosi piacevolezza di vita
e, sia pure per poco, suo scorrere morbido
toccando il cielo di dentro col dito fatato
e tornato finalmente abile.
Ma guarda un po'...
improvvisamente scoprirono un problema vero
e per un attimo- ma proprio un attimo-
smisero di crearne.
Tereza

altro volto "universale"
altro volto extra-tempo
qui è una consapevolezza tinta di tragico pessimismo a dare il la alla fisionomia
l'amaro trabocca dalla piega della bocca
e dallo sguardo sfumato dalle lenti
e non solo da loro
perplessità di constatazione è il suo punto d'arrivo.

...ci sono volti che travalicano le epoche, il tempo, sia quello loro assegnato cronologicamente sia quello generale, della durata e della fine, del punto che ferma il periodo...
questo è uno
e si possono condividere o no le sue teorie e il loro frutto
ma quel volto sarà lì, a scavalcare il senso della storia e dell'epoca che gli doveva circoscrivere il vissuto
ne nascono ancora di volti così?