Chi sono

Utente: Terezita
Nome: Tereza Rossi
A scanso di equivoci, fraintendimenti e male letture assortite dico soltanto: molto di quel che sono sta nelle parole scritte e nelle immagini, il resto è nella vita e nei sogni che non racconto ancora e in quelli che rimarranno solo miei.

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lunedì, 31 marzo 2008

ESTEMPORANEITà

Sàra Saudkovà

"...l'arte non è un mestiere è uno stato del proprio animo..."

da Maurizio,

Blogger: maubauis    maubauis

contemporaneo fiorentino, creativo-estemporaneo.

 


postato da: Terezita alle ore 11:49 | link | commenti (6)
categorie: citazioni, divagazioni e sputate-sentenze

praticare l'ECCEZIONE

 

 

...talvolta penso che la libertà vera sia nel far eccezione a  sé stessi, come a dire uscire dal proprio personale e spesso claustrofobico luogo comune...

Buon lunedì da

Tereza 

specchio e gocce

 


postato da: Terezita alle ore 08:45 | link | commenti (12)
categorie: divagazioni e sputate-sentenze
venerdì, 28 marzo 2008

le TeTTe viste dal TeTTo

Irina VELICHKO
Sapete cosa sono i Pasdaran?
Letteralmente i guardiani della rivoluzione o, più esattamente,come recita un sito internet:
Pasdaran: Componenti degli speciali corpi volontari d'assalto istituiti in Iran dopo l'avvento al potere dell'ayatollah Khomeini (1979) con il compito di difendere la repubblica islamica fino alla morte. Altrimenti noti con la denominazione ufficiale di Guardiani della Rivoluzione, i pasdaran ebbero un ruolo determinante nel corso della guerra tra Iran e Iraq del 1980-1988, distinguendosi soprattutto nelle azioni di disturbo nel golfo Persico e nelle offensive su Bassora del 1982 e del 1987. Dal 1992 sono coordinati con le forze armate iraniane e a essi fanno capo le milizie popolari (basij), in grado di mobilitare un milione di uomini.
Orbene, i Pasdaran sono tra noi!
Non parlo di quelli iraniani, protettori, custodi e vigilanti della rivoluzione, bensì dei “pasdaran delle tette”.ottobre 2007
I pas- sono reclutati tutti tra i maschi, come prevede la miglior tradizione islamica, di ogni età, ma con netta prevalenza del ceto-età-medio, per intenderci la fascia d’età tra i 35 e i 55, anni.
Perfettamente mimetizzati in abiti e modi civili, spesso in completo da ufficio, talvolta bellocci, svolgono il loro ruolo istituzionale sui mezzi pubblici dove sostano sempre nella posizione in piedi, ligi al dovere e alla causa, nelle immediate vicinanze delle sedie occupate da donne poco o molto scollate,non fa differenza...
Il loro ruolo rivoluzionario è lo stesso da secoli, da ben prima dell’invenzione dei tram e delle metropolitane, ed è quello di scrutare la situazione, non della rivoluzione però bensì delle tette…sì, avete letto bene, delle tette.
Per far questo sono dotati di colli estensibili, direzionabili, disponibili ad angolazioni impensabili, colli che finiscono- nell’esercizio rivoluzionario- per svolgersi e dirigersi ben oltre i colli incravattati delle camicie.
Allenati alla dura scuola islamica, diplomati presso le migliori madrasse– scuole tetto/coraniche di stretta osservanza ortodossa- sanno ricavare documenti e notizie utili alla causa anche in situazioni di obiettiva difficoltà quali: scollature minime, schiene curve nella lettura con conseguente effetto di schermatura quasi totale della visibilità tettica e via discorrendo.
Spesso, intuendone l’opera certosina e zelante, mi sono chiesta:
“ varrà la pena tutta sta fatica?”
rose
ma poi , più di frequente, mi è venuto da ridere, soprattutto osservando quei colli in manovra, dotati di scambi, svincoli e tangenziali a corsia preferenziale.
Be’, sì, da ridere, lo confesso, ma serenamente, senz’asprezza o umorismo moralista, piuttosto con un senso di divertimento infantile di fronte ad un così grave e persistente sforzo per un risultato che, ne sono certa, spesso è di una scarsità crudele.
Ma per i Pasdaran delle tette è sempre tempo di guardia e di rivoluzione!
Un amico spiritoso, interpellato sull'argomento in un momento di puro e disinvolto cazzeggio, mi disse:
"Certo quella delle tette è un'attrattiva irresistibile sebbene per nulla giustificata. Perchè sì, lo ammetto, uno, dopo aver sbirciato un paio di tette, cosa fa?
Ci pensa tutto il giorno e basta!
Ma ci dev'essere un cromosoma (vicino al 21, quello che se si triplica dà origine alla famosa sindrome), forse il 20 o il 22 che inculca una specie di ordine ai maschi: due tette? Guardale! Guardale! Guardale!
E' assurdo ma è impossibile opporsi!".
E con questa massima vi auguro buon fine settimana!
Sàra SAUDKOVA

Grazie, IMPOLLINAIRE

la ROSSA di SAUCO

Ringrazio Impollinaire per questo commento, forse uno dei più belli mai ricevuti:vista, olfatto e gusto "

"Tez è umana e cordiale, le sue parole scorrono su fili di lana che scaldano chi legge, e quello che sa viene messo sul piatto senza ostentazione, come vino, pane, salame e ogni altra cosa buona che si offre di cuore a chi è vicino, e non ultimo, nel suo blog c'è anche tanta gnocca, che scalda chi guarda"

è quel "senz'ostentazione" che mi piaciuto sopra ogni altra cosa.

Grazie, di nuovo, Aire:

questo qui sotto alla tua salute e più tardi ti dedico una canzone.

Tez

rosso-vino


postato da: Terezita alle ore 09:07 | link | commenti (4)
categorie: citazioni, dediche speciali e riconosciment
giovedì, 27 marzo 2008

Azzz! quanto tira la religggione...

...disse Tereza, osservando a proposito del dibattito, tuttora in corso, sul post "Effetti speciale di una conversione"...


postato da: Terezita alle ore 18:36 | link | commenti (7)
categorie: politicamente affine, im/penna/te e provocazioni

i TRENI sanno unire anche i CONTINENTI

Jan SAUDEK
Amo il treno e mi capita anche di decidere ogni tanto  brevi ed improvvisi viaggi. Accade in momenti particolari, vuoi per malinconia, vuoi per necessità di riflessione più forte.
I miei viaggi dei pensieri camminano dunque quasi sempre su di un treno, possibilmente accanto al finestrino, con della musica appresso e un libro.
In questi viaggi della libertà e anche in quelli compiuti per necessità di lavoro o d’altro ho fatto tanti incontri e nessuno posso dire sia stato uguale ad un altro.
S’è trattato a volte di compagni di viaggio con cui non ho scambiato neanche una parola ma sui quali m’è piaciuto costruire una storia immaginaria e altre volte, assai più spesso, di compagni di conversazione facile e cordiale, difficili da incontrare  al di fuori di uno scompartimento.TEREZA
Un ricordo significativo risale all'incirca ad un anno fa durante un viaggio da Roma verso una città vicina. Nel mio stesso scompartimento c’era una coppia di cileni di mezz’età.
D’aspetto intellettualmente svagato lui, con l’aria di una che se la cava senza far inutili storie lei.
Simpatici così, naturalmente , per aspetto e per istinto. E per modo di sorridere e di fare, gentile e rispettoso, ma senza tracce d’unto o di finto.
La conversazione tra noi iniziò mentre la donna cominciava a sonnecchiare, stesa su due posti ché il treno era semivuoto e lei, piccolina, tondetta e con una bella treccia color nero-pece, stava accucciata comoda e garbata.
Inizialmente perciò fu lui, un professore universitario di Santiago del Cile, che cominciò a chiacchierare chiedendomi un’informazione. Era in Italia, come già tante altre volte - così mi disse- per un incontro con colleghi italiani di varie università.
Innamorati del nostro Paese, lui e sua moglie avevano riscontrato sulla propria pelle, da turisti di risorse limitate quali erano , il crescere repentino del costo della vita in Italia negli ultimi anni.
L'attuale, favorevole, condizione economica del Cile, mi disse lo svagato e simpatico professore, permetteva alla classe media, come la loro, di viaggiare anche fuori dall’America latina. E l’Italia era una delle loro mete preferite, non solo per motivi di studio e lavoro. Ultimamente però si erano visti costretti a barcamenarsi tra pasti rimediati e alberghi assolutamente convenienti e ad un certo punto mi chiese persino come facessimo ad andare avanti…
Poi passammo a parlare di America latina e del Cile.
Il professore aveva vissuto tutta la dittatura di Pinochet schivandone a fatica i colpi più duri. Donne di HORVAT
Mi descrisse l’ingresso quotidiano in università all’epoca della dittatura, tra poliziotti che sorvegliavano e controllavano più volte i documenti.
E mi diceva “riesce ad immaginarlo? ogni volta che andavo al lavoro subivo diversi controlli e poi altri controlli, ovunque andassi, attività normali e quotidiane passate al setaccio più volte nella stessa giornata…riesce ad immaginarlo? riesce ad immaginare una vita così?”.
No che non potevo immaginarlo, ma il solo  pensiero mi dava un brivido scuro e lungo, una traccia che mi rimaneva a pulsare d’inquietudine nella schiena.
Toccammo molti argomenti di politica, politica italiana anche, ma si parlò soprattutto di America, e di America latina.
Mi raccontò della chiesa cattolica cilena che aveva protetto tanti cileni durante la dittatura, così mi disse, anche al di là della linea non troppo ostile nei confronti lo SCEMPIOdi Pinochet tenuta dalla chiesa di Roma.
E parlammo dell’Argentina e della sua vicenda, di Videla e compari.
E qui mi sorpresi a constatare la sua capacità di considerare con oggettività e partecipazione umana la maggior ferocia della giunta Videla rispetto a quella di Pinochet, il maggior numero di morti e di sparizioni e le modalità, ancor più indiscriminate che in Cile, della repressione. Proprio  lui che apparteneva ad un Paese così ferito riusciva a distinguere i gradi della crudeltà e a provare pena e vicinanza per chi aveva patito di più.
Parlammo anche della teologia della liberazione e del duro, iroso intervento di Woityla al riguardo, avvenuto proprio durante uno dei suoi viaggi nel continente latino-americano, quando quasi scagliò le braccia sulla testa di un rappresentante del clero latino-americano vicino a quel movimento e le telecamere di mezzo mondo lo immortalarono in quella sfuriata.
Il professore ricordava quel gesto e quella rabbia, vista raramente   in forma così intensa nelle esternazioni di Wojtyla, e se ne rammaricava molto poiché certa chiesa militante era stata davvero vicina ai comuni cittadini, e questo un po' in tutti i paesi latino-americanio oppressi dalle dittature .
Jan SAUDEK, la prima foto
Venivano fuori dai suoi racconti giudizi maturati sulla pelle viva e che lasciavano in piedi e moralmente integro solo chi veramente aveva messo l’umanità avanti a tutto, al di là delle considerazioni politiche e confessionali meditate a tavolino, perchè i tavolini, si sa, sono di legno o di altro materiale non impregnato di emozioni e di carne e sangue.
Era felice il professore cileno ch’io sapessi tante cose sia del suo paese sia del suo continente, così come lui sapeva del mio, e perciò mi sorrideva stupito ma anche con amichevole dolcezza.
Mi fece riflettere quell'incontro su come sono vere le dittature e gli uomini che le subiscono. Non roba da film o da commemorazioni stanche, ma sofferenze feroci, familiari e amici che non tornano più, vite  alienate tra divieti espliciti e divieti inespressi e sospesi come minacce non scritte ma reali sulla testa  della gente comune.
Quando la moglie si risvegliò i due consumarono un panino e una bibita ripromettendosi una cena per la sera, l’unico pasto quotidiano che potevano permettersi di consumare al ristorante.
Poi venne il momento per me di scendere e ci salutammo con grandi sorrisi ché avevamo messo insieme due continenti in meno di due ore.
E qui sotto c'è Fossati a ricordare quanti italiani sono argentini e quanti argentini sono italiani...e quanti morti abbiamo lì... 
 

postato da: Terezita alle ore 10:15 | link | commenti (3)
categorie: politicamente affine, piccole storie piccole
mercoledì, 26 marzo 2008

EFFETTI SPECIALI di una conversione

...a proposito di Magdi Allamrosso papavero

ricevo da Dario* e volentieri pubblico:

*http://bokk74.blog.kataweb.it/

* La converzione ostica *

Convertisse nun è ‘na passeggiata,
   come quello che l’ha ffatto jeri appena!
Ma ll’anima se sa ch’è ‘n’altalena:
   ‘na spinta la move e una è ‘na frenata,
 
perché l’anima cerca, è spaventata
   de sbajjasse Confessione e annà’ ‘n crancrena…
Quanno nun deve da penzà’ alla cena,
   perde tempo e fforze intorno a ’sta bbojjata!
 
Er penziere de l’anima nun cale
   a chi tié’ ffame e se ne fotte arquanto.
Però er vero Peccato Origginale
 
è mettela ‘n politica fratanto
   che lla ggente se scanna e se fa mmale
pe’ ddimostrà’ all’altro ch’è ppïù ssanto!

lo SCEMPIO
 Aprite le porte a Cristo e uscite sul balcone con l'assassino...


postato da: Terezita alle ore 10:37 | link | commenti (25)
categorie: politicamente affine, con contributi esteri

Forse solo la NOSTALGIA potrebbe...

Frank HORVAT

Il mio paese è imbarbarito.

Lo sento e lo respiro fin nei suoi pori.

Piccoli odi confinanti e ostili vi hanno fatto il nido. Hanno figliato e modificato l’equilibrio ambientale del suo già precario sentimento profondo. Hanno figliato metastasi di rete capillare e invincibile.

Perciò ci studiamo con sospetto, come fossimo di razze diverse benché la razza sia da sempre, per certezza scientifica, una sola, quella umana.

Va così in questo paese frastornato e vago di sé stesso ed io provo uno strano dolore per questo, di rumore sordo e inabissato, duro come la consapevolezza della difficoltà di ritornare indietro.

KLEIN

E sì, i piccoli pori si sono otturati di piccoli odi e non c’è tecnologia avanzata e, soprattutto, lungimiranza politica, per dis-incrostrarli.

Sempre più spesso mi capita di desiderare la lontananza e penso a come dovevano sentirsi i miei bisnonni, inghiottiti in nave verso l’America, per bisogno vero e non certo per disillusione.

E mi chiedo “chissà se la lontananza dà sempre desiderio…”

Mi piacerebbe provarla e sentire desiderio pensando, nel modo in cui non riesco più a pensare, a questo Paese che non mi somiglia mai.


lunedì, 24 marzo 2008

L'APPENNINO

Appennino

Amo molto le Alpi e le montagne tutte in generale.
E amo l’Appennino.
L’Appennino è una storia ed un sentimento a parte, non più forte di altre montagne ma diverso sì, forse perché io stessa ho le mie radici in un Appennino,  tutto un po’ più arcaico e cullato dalle sue ombre  spesse.
E la sua gente ed io stessa siamo un po’ così ché alla fine ognuno somiglia almeno un po’ al suo territorio e non se ne libera mai del tutto.
Nell'Appennino centrale, là dove dalla Toscana si entra in Romagna o anche più su, nell’Emilia, ho viaggiato più che altrove.appennino
E’ un luogo di anziani, di bar e di giochi di carte, di discorsi accesi e spesso incazzosi, di liti politiche anche, come altrove non accade quasi più.
Il mondo dell’Appennino centrale ha una sua storia speciale, segnata da vicende poste sul limite estremo dell'espressione della crudeltà umana, penso soprattutto agli stermini di civili nelle guerre spietate del‘900.
E non è mai roba di semplici commemorazioni.
Mi piace quando sono in giro per quelle zone entrare nei bar e nelle vecchie botteghe, polverosi ben oltre la polvere che spesso non c’è affatto, alcune botteghe poi le trovi fitte di oggetti in disuso, sopravvissuti al loro stesso ruolo d’utilizzo.
In una cittadina dell'entroterra di Romagna c’era fino a una decina di anni orsono un bar dove ancora si celebrava  il mito dell’epopea dei Soviet. Quadri alle pareti dei padri rinnegati della  Rivoluzione e cioccolate di provenienza russa, mai viste prima e neanche dopo.
Anni fa, in un bar di uno di questi paesi, in un tardo pomeriggio di luglio, ero a bere una bibita fresca e chiedevo un’informazione al barista. Si appenninointromise un uomo sulla quarantina, d’aspetto davvero rovinato, da troppe birre e altre imprecisate forme alcoliche. Di barba e baffi incolti, acconciatura da mancate barricate insomma o da eremitaggio di protesta.
Mi diede l’informazione e, rivolgendosi al barista, “la signorina non è di qui, vero? No, che non lo è, sennò me la ricorderei…"
Gli sorrisi perché non potevo far altro, mentre pensavo ch’era sbronzo davvero per darmi della perla rara così. Ma era gentile e rispettoso pure nella sbornia perenne e perciò gli sorrisi, poiché era la sua un'umanità usurata nel corpo e nei sogni e mi faceva sentire in imbarazzo per questo.
Un‘altra volta, in un altro paese, orecchiai per strada un discorso tra una giovane donna e un uomo di mezz’età. Parlavano di una ragazza di lì che se n’era scesa in città, a Bologna o chissà dove, dove aveva trovato un uomo e fatto un bambino. Abbandonata e in difficoltà stava per tornarsene lassù, quest'era la notizia. La donna ne parlava con fierezza e orgoglio, con  partecipazione solida e convinta e ripeteva “ A. verrà qui con il suo bambino, che deve fare d’altro? Verrà qui con il suo bambino”.
appennino
C’era risentimento nella voce della donna narrante ma anche un senso di solidarietà che pareva corale, di comunità pronta a dare una mano alla ragazza che s’apprestava a tornare. E nel dire “torna con il suo  bambino" la voce le si faceva più importante, decisa, come assumesse lei un affido simbolico della ragazza e del suo piccolo.
Sentii passare nelle sue parole il senso  della solidarietà, dell’appartenenza e della presa in custodia del soggetto debole, tutto condotto con orgoglio anche, e pensai: proprio vero che il territorio ti genera sempre almeno un po’ uguale a lui.
Perché l’Appennino è raccolto e solido, fa da barriera aspra e sta nel mezzo, colonna dorsale portante ma sempre come un po’ in disparte.
E la sua gente gli somiglia: sa farsi spalla, appoggio e anche barriera nella  necessità, per tutti quanti vi cercano rifugio.  


postato da: Terezita alle ore 15:32 | link | commenti (7)
categorie: heimat, piccole storie piccole
venerdì, 21 marzo 2008

Simbolicamente

ovoro Simbolicamente: un augurio d'oro,sfavillìo di luce...

ciao, 

Tereza 


postato da: Terezita alle ore 13:12 | link | commenti (5)
categorie: dediche speciali e riconosciment