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Utente: Terezita
Nome: Tereza Rossi
A scanso di equivoci, fraintendimenti e male letture assortite dico soltanto: molto di quel che sono sta nelle parole scritte e nelle immagini, il resto è nella vita e nei sogni che non racconto ancora e in quelli che rimarranno solo miei.

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mercoledì, 31 dicembre 2008

chiudo con un Libro

andando

chiudo l'anno superando, inaspettatamente, la  quota delle 60.000 visite...

vi ringrazio di questo e vi invio ancora una volta i miei auguri per il 2009, insieme all'indicazione di un libro

piacere del bere

è di un giovane autore e qui sotto trovate il link al post che ne parla: è dell'autore del libro, blogger su Splinder

vannucchi cover.jpg

 passate a leggerlo:

http://sogniestorie.splinder.com/post/19162133/La+mia+prima+raccolta  

ciao a tutti, da

TereZa


postato da: Terezita alle ore 17:23 | link | commenti (12)
categorie:
martedì, 30 dicembre 2008

A mani giunte, quasi come pregando

...respirò forte Eros e Libertà
cruda passione
L’uomo le ansimava addosso, sdraiato sulla sua schiena le ansimava addosso a getti profondi di respiro rauco e rimescolante.
Lei ne apprezzava felice il peso, una sensazione che le piaceva e sotto la quale amava sciogliersi, come se  questo le permettesse di fondere il suo corpo con quello di lui e divenirne padrona, nel senso più gioiosamente possente.
Si limitava ad afferrargli e stringergli furiosamente gli avambracci per reggersi e per contrastarlo in una improvvisata e spietata gara di sfrenatezza senza alcuna necessità evidente e razionale.
Chi li avesse visti mentre facevano così l’amore avrebbe pensato d’assistere ad una scena mitologica, da eros primitivo e primario ma non per questo grezzo o violento.
Era solo istinto non domato, non arruolato a nessuna premura e non imbastardito da alcuna convenienza di genere.
Era la rappresentazione dell’amore carnale nella sua accezione più immediata e istintivamente complessa, una sorta di lotta dove l’unica ferocia era rappresentata dallo strapotere e dal rincorrersi dei sensi.
andrei smirnov
Lui le ansimava addosso a quella maniera pure quando le chiese:
“ti ricordi della prima volta che sei venuta qui da me?"
"lo sapevi che ti avrei voluta avere subito, quel giorno stesso? appena ti ho toccata? te ne sei accorta?”
“no"- gli rispose veloce e sicura- "quel giorno ho avuto su di te solo un lieve dubbio che mi è rimasto per molto tempo addosso: su di me non ho mai certezze, ne ho meno che su qualunque altra cosa, e soprattutto riguardo alla mia capacità di piacere e attrarre...ma questo forse non l’hai mai nemmeno  immaginato…”
“E io, invece, ti avrei voluta subito”
“E io ti sospettavo, ti sospettavo ogni volta un po’ di più ma poi pensavo subito ch’era una sciocchezza riguardo a me…e ci ho messo più di un anno e mezzo per essere certa ch'era intenzione la tua”
“Ci hai messo troppo” -riprese lui con un tono giocosamente cattivo-“ci hai messo davvero troppo e ora pagherai un pegno per avermi fatto dannare così a lungo”.
Finì la frase minacciosa, si alzò e la sollevò girandola di fianco, facile e svelto nella sua forma fisica grande.
Rossana CagnolatiLei lo lasciò fare, ignara, folle ed innocente nel pegno che le sarebbe toccato pagare per quella sua maledetta propensione all’incertezza, tanto caparbia da essere capace di far sgretolare persino la grande muraglia cinese.
Lui la girò di fianco e se  l’attrasse deciso verso l’addome, attaccandola a sé.
Per tutto il tempo del pegno inflitto e goduto da entrambi le carezzò il ventre morbido con la delicatezza riservata ad un cristallo dei più sottili e si sentiva nel gesto quanto gli piacesse al tatto la pelle morbida e la forma piena dei fianchi e della pancia di lei.
La donna lo lasciò decidere ogni gesto, solo gli strinse forte e ripetutamente le cosce con un braccio, quasi ad affermare la sua rivincita da "testa dura".
Poi, quando, un’ora dopo, lei si trovò a fendere la folla fitta fitta nel sottopassaggio del centro ad un certo punto sentì il bisogno di aggiustarsi la sciarpa. Ne tirò su i bordi e li girò intorno al collo avvicinandosi al vento freddo dell’uscita del tunnel.
Fu allora che avvertì come una secchiata improvvisa un odore-ricordo di lui più penetrante di altre volte sulla punta delle dita.
Le avvicinò alle narici e respirò lungo, poi, per non distrarsi da quell’incantamento, giunse le mani come per una meditazione, le avvicinò al naso e ve le premette contro.
Rossana Cagnolati
Camminò così, concentrata e a passo svelto, fino a destinazione, mentre rifletteva sull'unicità di direzione e di forma di Eros e Libertà:
uva di Nataleerano strettamente uniti, sì,  nel suo respirare, pregando a mani giunte, dentro ai passi senza sosta della sua passione.
p.s.: volevo comunque salutarvi con una storia di libertà e passione poiché mi sembrava il miglior augurio possibile in chiusura d'anno.
Anche il video che segue, a mio parere, traduce gli stessi concetti: nuotando nel mare a corpo e pensieri leggeri, con la voce graffia-anima di Patty Smith.
BUON 2009

postato da: Terezita alle ore 14:48 | link | commenti (15)
categorie: eros e allegati
lunedì, 29 dicembre 2008

Mio zio era davvero COMUNISTA

Irene Jacob
La terra delle mie radici è una terra aspra, chiusa e ritegnosa, capace però anche di aprirsi con dolcezza inaspettata e vibrante al viaggiatore.
Una terra che ha covato spesso furori profondi, sentimenti tra loro avversi e contrastanti, d’ogni tipo e direzione, anche passioni  politiche talvolta border-line.
Il paese delle mie radici, terra d’emigrazione fin dall’ottocento e terra di contadini, fu per svariati decenni un’enclave rossa, terra di comunisti.Grassano,1960- foto di Mario Carbone
Fra i comunisti c’era anche mio zio, il più giovane dei fratelli di una famiglia di molti, molti figli.
Mio zio era talmente comunista che costruì la sua vita, i suoi studi, la sua laurea e molto altro ancora per il Partito.
Un comunista patriarcale, l’unico modo che conosceva e che avrebbe potuto praticare nella sua solidità ideologica, con sorelle e fratelli a fargli sponda, argine, barriera, rinforzo, elettorato e pubblico scelto, una sorta di secondo partito in miniatura familiare.
Mio zio era talmente comunista che non fece nemmeno un vero viaggio di nozze ma trascinò la neo-moglie in un paese dell’allora Impero Rosso, per un viaggio/incarico di partito.
Viaggiava spesso mio zio, sempre da comunista: Mosca e altre destinazioni confacenti.
Nella sua terra meridionale mio zio era un comunista importante, conosciuto e rispettato, patriarca pure in questo, salutato con rispetto e quasi con devozione.
il primo a sinistra è Rocco Scotellaro
Un giorno, avrò avuto otto anni circa, me ne stavo in macchina con lui e con mio padre al posto di guida. Eravamo diretti da qualche parente in campagna. Era primavera ma c’erano ancora i cappotti ché quella terra, ve l’ho detto, è molto aspra: brucia di gelo d’inverno e di calore d’estate.
Viaggiavamo per strade secondarie, malconcie, che costringevano ad un andatura lenta persino mio padre, uno che amava la guida sportiva, come si usava dire una volta.
Lungo le strade, a ridosso dei margini asfaltati, stavano ulivi e alberi di nocciole e tanta terra a profilo di sregolato andamento collinare, terra avara di quantità di frutti e capace però di generare sapori infiniti nell’intensità: quasi che nel suo parco e quasi stitico fruttare mettesse una forza passionale e cocente fino allo spasimo.
la Lucania ritratta da Cartier-Bresson
Su quei tratti di campagna stavano rari contadini, con le schiene grosse e curve sulle zappe e al passaggio della macchina alzavano gli occhi e scrutavano dentro all’abitacolo.
Scorgevano mio zio e si producevano in saluti vistosi: chi con il pugno chiuso, chi levandosi il cappello e sventolandolo in aria, chi lanciando un saluto sonoramente robusto e gioioso.
Tutti comunque gli sorridevano, di sorriso largo, come per una vittoria di popolo già conseguita.Tricarico-1960, fotografo Mario Cresci
Sorridevano in omaggio al loro capo e protettore, con le facce scure, cotte tanto dal gelo quanto dal sole, tagliate a solchi: facce da sculture di legno.
Mio zio ricambiava ogni saluto, a pugno chiuso per lo più e a sorriso largo, il finestrino abbassato e la mano fuori per quanti la volevano  stringere, in segno d’affetto e di rispetto.
Mio zio era il loro Papa rosso.
Ad un certo punto  il Papa rosso si girò verso il sedile di dietro, guardò verso di me e disse:
“hai visto quanti compagni comunisti? hai visto come mi riconoscono e mi salutano? sei contenta?”
fuoco
Mio zio era un giovane uomo allora, un bell'uomo meridionale, alto e di membra lunghe e snelle, scuro di pelle e con i tratti da arabo; il naso a sciabola e gli occhi di liquido marrone, nello sguardo una dolcezza maschile profonda e timida, che sapeva di paterno e materno insieme: il senso protettivo del patriarca fragile e sempre un passo indietro rispetto al suo ruolo.
Mi guardò con dolcezza e orgoglio, forse stupito dal mio silenzio senza domande su quella scena da Quarto Stato in festa : mi guardò aspettando una risposta.
Io ero stupita sì, anche tanto, ma percepivo ogni cosa e il suo contrario e di questo ho un ricordo lucido e netto: la convinzione, sua e dei suoi contadini comunisti, la sua soddisfazione e l’amore che comunque c’era in quel vicendevole salutarsi a pugno chiuso; percepivo persino la timidezza e l’imbarazzo misti all'orgoglio della notorietà nascosti nel suo sguardo mentre mi poneva quella domanda.
Io mi sentivo un po’ fuori onda e un po’ dentro una Storia Grande ma riprodotta in una serissima miniatura..Mario Carbone ritrae il vicesindaco di Rocco Scotellaro
Gli risposi soltanto con un cenno silenzioso della testa ed era un sì, un sì timido che fece contenta la sua di timidezza, da patriarca grande e fragile e sempre un passo indietro rispetto al suo ruolo.
Molti anni dopo, a muro caduto, visitai diverse terre dell’ex socialismo reale e, una sera, in una cittadina vicino Dresda, entrai in un forno poverissimo della ex DDR a comprare una ciambella.
Poi in un bar di operai a bere un caffè.
Tutto era tetro, triste, povero, in una misura maggiore di quanto avessi fin lì visto negli altri paesi del ex blocco sovietico.
Eppure la gente era gentile e solo le case  color di fumo ed i negozi scarni d'arredo e di merce, che s’andavano riempiendo di prodotti troppo costosi per la gente del posto, parlavano dell’abisso del loro passato recentissimo.
E fu lì, dentro a quel bar di operai, pieni di gentilezza e disponibilità nel dare indicazioni, che mi ricordai di mio zio comunista e dei suoi viaggi e del suo orgoglio politico.
a oriente nel 1968
Avrei voluto tanto chiedergli quanto sapesse e quanto avesse taciuto e, chissà, forse, anche sofferto, con quella sua aria di patriarca fragile e sempre un passo indietro rispetto al suo ruolo.
E questa è la mia ultima storia del 2008...forse...
p.s.: qui sotto il trailer de "Il sole ingannatore" di Nikita Mikhalkov

postato da: Terezita alle ore 12:39 | link | commenti (12)
categorie: piccole storie piccole
domenica, 28 dicembre 2008

la Colla, la madre Usuraia e la DIGNITà

Frank HORVAT
A te che non avevi potuto studiare benché ti piacesse tanto.
A te che hai dovuto rinunciare per far spazio al maschio di famiglia, rivelatosi poi scemo e inconcludente.
A te che "mi" sei stata una donna terribile e temibile nella tua severità luterana.
A te che per uno schiaffo da innamorati sei volata via da casa e da tuo marito senza pensarci neanche un secondo.
A te che ci sei tornata da regina, con tutte le scuse dovute e un ombrello di seta con uno splendido pomello in avorio in regalo, una roba che costava un occhio della testa e che hai conservato per sempre.
coigny_2
A te che ogni volta che prendevamo quell’ombrello per ammirarlo, sebbene ormai tanto fuori moda, raccontavi la storia di quello schiaffo e di come te ne eri scappata:
benché donna
benché moglie
benché meridionale
benché con due figli piccolissimi
benché in mezzo a donne che di schiaffi chissà quanti ne avevano presi
benché in quel paese di neve come un villaggio russo.
A te che quell’atto lo hai compiuto d'istinto
e senz’istruzione
e senza nessun femminismo di là da venire a darti sostegno e ragione
e senza ricevere la solidarietà di nessuno
e a soli ventitré anni.
A te che raccontavi quella storia dello schiaffo e ripetevi:
“mai nessuno si deve permettere di toccarvi neanche con un dito, quell’uomo lo dovrete lasciare subito”.
A te che eri così dura con noi ma non ci hai mai fatto pesare nulla di quel che facevi.
BOUBATA te ho pensato con infinito rimpianto, infinito amore e infinita ammirazione mentre in questi giorni di feste familiari guardavo stravolta e straniata il solito comune e solo apparentemente scontato film della maternità vischiosa e collosa, fatta di lacrime e ricatti, pronta a chiedere risarcimento, indennizzo e interessi da usura e da suicidio ai propri figli.
A te ho pensato dicendo tra me e me:
"sai, il nostro è stato un corpo a corpo d’una ruvidezza inimmaginabile ma tu mi hai consegnato la libertà, sia pure nel tuo modo assurdo e talvolta crudele".
A te che sapevi essere nel tuo cuore profondo figlia dei tempi molto di là da venire.
A te che hai preteso imparassi a scrivere a quattro anni quando davvero non era di moda ma non hai mai celebrato né a voce né per iscritto la retorica della maternità.
A te che mi hai reso talmente donna da condannarmi  a sentirmi dire per tutta la vita e infinite volte:
"sei come un uomo"
da altre donne che non hanno avuto una come te da conoscere.
A te, oggi, una volta di più dico grazie perché, in una forma d'istintiva ma certa intelligenza e nonostante tutte le tue-e-poi-mie crepe mai rimarginate, mi hai consegnato un patrimonio inesauribile di dignità,  senza ricattarmi mai per questo.
p.s.:qui sotto Prospettiva Nevskij per questa storia di neve, montagne, lupi e lupE.

postato da: Terezita alle ore 07:14 | link | commenti (7)
categorie: mater
sabato, 27 dicembre 2008

stranizza d'amuri

Ivanovskiuna canzone d'amore

un inno alla sensualità intesa

come ricongiungimento al senso vero dell'esistere 

un'affermazione forte contro 

la sconsclusionatezza della guerra

melograni

'Ndo vadduni da Scammacca
i carritteri ogni tantu
lassaunu i loru bisogni
e i muscuni ciabbulaunu supra
jeumu a caccia di lucettuli...
'a litturina da ciccum-etnea
i saggi ginnici 'u Nabuccu
'a scola sta finennu.
Man manu ca passunu i jonna
sta frevi mi trasi 'nda lI'ossa
'ccu tuttu ca fora c'è 'a guerra
mi sentu stranizza d'amuri... I'amuri
e quannu t'ancontru 'nda strata
mi veni 'na scossa 'ndo cori
'ccu tuttu ca fora si mori
na' mori stranizza d'amuri... I'amuri.

qui in una versione live, un regalo arrivatomi in un momento buio, a mio parere una delle versioni più suggestive in assoluto

Franco BATTIATO

postato da: Terezita alle ore 21:54 | link | commenti (2)
categorie:
martedì, 23 dicembre 2008

AMARSI è anche un anagramma

Weihnachtskugel mit Sternen
Natale è un momento difficile,
almeno un po' difficile,
e lo è almeno un po' per molti,
forse per tutti, o quasi.
Leviamo di mezzo l'ipocrisia del voler apparire ad ogni costo sintonizzati su frequenze di piena, acritica e intonsa serenità e accettiamo di dire questa verità senza paura di guastare la festa a nessuno:
la festa è una cosa ma i VIVI siamo noi.
panettone web
Per questo vi voglio salutare con un piccolo brano, la chiusura di un libro cui accennai in altro post tempo fa, "L'italiana" di Joseph Zoderer.
In questo libro si narra la storia di una giovane donna alto-atesina, un’eterna senza patria anzi, per dir meglio e più compiutamente il concetto userò, una volta di più, un vocabolo tedesco, Heimat.
Heimat è una parola/concetto come lo sono molte in quella lingua che non si potrebbe mai arrivare a tradurre e rendere sufficientemente se non con un intero brano che ne spieghi la densità e la finezza concettuale.
Ecco, penso che il disagio che molti di noi avvertono in queste giornate è racchiudibile proprio in quel sentirsi  senza patria, privati della propria Heimat, per dirla in maniera eccellente.
Perché Heimat significa sì patria, ma detto in un senso intimista che arriva a ricomprendere anche l'anima: la patria dell'anima.
“…Quando si sedette in macchina vide attraverso il parabrezza gli intrecci bianco verdi sullo steccato davanti alla legnaia e, più in là, il prato fin sul bosco, il mondo di suo padre, immerso in una lattiginosa foschia. Avviò il motore e inserì la marcia indietro; prima però di togliere il piede dalla frizione, chinò la testa verso il volante e si baciò il dorso della mano.”
dominare il sapere
A tutti voi, con piccolo o grande sorso di disagio da ingoiare, dopo questo breve stralcio di un libro che vi consiglio di leggere,vanno i miei auguri più grandi ed un abbraccio VERO come quelli VERI.
E che sia anche vostra la capacità  di darvi un bacio, anche da soli se capita:
Amarsi
anche per conto d'altri
se capita
se necessario...
ciao e buon Natale a tutti da
Tereza
Scrivere

postato da: Terezita alle ore 14:56 | link | commenti (22)
categorie: dediche speciali e riconosciment
domenica, 21 dicembre 2008

il PANE dei Naufraghi

nodi di  Irina VelichkoLa solitudine è cosa spessa.
Strato vischioso ed invisibile ai più, ti si fa forma indosso e prende le misure d’ogni tuo angolo.
La solitudine è un dolore sordo, dall’apparenza quieta, a volte un’apatia fatta di spilli che ti si conficcano ovunque e in te prendono definitiva dimora e riposo.
La solitudine è esserci in mezzo a tanti ma passeggiando sul pianeta Altrove, precluso d’ingresso e di visibilità a tutti, o quasi.
Ricordo tante solitudini oltre le mie, alcune confessate e piante di lacrime che faticavano a sfuggire, altre appena avvertite e malcelate .
Tutte mi hanno fatto male: quelle degli altri come fossero mie.
Tutte mi hanno fatto piangere ché di quelle degli altri avverto ogni volta spessore e invincibile consistenza.
Toccare con mano una solitudine è un sicuro ferirsi. Per me lo è.
 pioggia di favole
Ricordo un uomo che mi chiese un’informazione in un giorno di primavera, era l’indicazione di una strada a pochi passi da quella del mio posto di lavoro.
Aveva occhi stanchi come per molto pianto, o molta stanchezza, o poco sonno, o disillusione amara e irreversibile.
Mi guardava come un naufrago: occhi da naufrago a chiedermi una strada come se mi chiedesse una scialuppa.
Gli spiegai il percorso, il posto era vicinissimo, senza mai smettere di guardarlo,  e notai che anche lui mi attraversava lo sguardo ininterrottamente, come dovesse succhiarmi via, insieme alla notizia, anche l’attenzione. Soprattutto quella.
La tristezza non uscì mai dai suoi occhi ma un sorriso si mise a galleggiare piano, affiorando nella mia direzione, una specie di assenso e di riconoscenza, nel senso Frank HORVATdella gratitudine alla mia gentilezza, certo, ma anche del riconoscermi e prendere consapevolezza di me.
Fu così profondo il viaggio tra i suoi occhi ed i miei che era come ci conoscessimo da tempo.
Era bello l'uomo naufrago, d’un bello ch'era stato appena attraversato da una tempesta, bello persino attraverso la quiete di quella stanchezza che gli pareva giungere addosso da diecimila chilometri percorsi a piedi.
Bello persino da così stanco.
Sono passati almeno due anni dai pochi minuti di quell'incontro ma non l’ho mai dimenticato e ieri, attraversando in treno l'Appennino immerso nella nebbia , ho scritto di lui e del suo andare da solo.
La sua solitudine aveva la forma e la tonalità di una richiesta di pane e oggi quasi nessuno  ha più il coraggio di chiedere né il Pane né la Vicinanza.
p.s.: pochi giorni fa scrivevo ad un amico sulla solitudine e, anche per questo, mi sono ricordata di lui, del naufrago che mi guardava con occhi quasi innamorati, se questa non fosse una definizione fortemente impropria.
la ROSSA di SAUCO
Dedico questo post e la canzone che lo chiude
-al Naufrago del racconto,
-a Giu che mi ha scritto di recente "tu, Tez, vivi senza pelle", decriptando così facilmente e semplicemente una delle mie più forti spinte a scrivere,
-all'amico cui ho parlato per lettera della "bella" e della"nera" solitudine,
-e, infine, a tutte le solitudini, comprese le mie, che ci vivono dentro, addosso e nonostante.
"Mio fratello che guardi il mondo".

postato da: Terezita alle ore 17:08 | link | commenti (13)
categorie: piccole storie piccole
giovedì, 18 dicembre 2008

ALMA, LOU, MILENA e chissà quante altre

Rossana Cagnolati

Alma Mahler,
Loù Andreas Salomé,
Milenna Jesenka,
ho pescato queste figure femminili nella sezione  di cultura che più amo e meglio conosco, quella della mitteleuropa, ma sono sicura che ogni realtà e spaccato  di Almastoria europea, e non solo, è stata percorsa e accompagnata dalle fiammelle sottili e quasi strozzate di donne che avrebbero potuto essere ben più grandi degli uomini, questi sì famosi, cui vissero accanto.
Ecco Alma Mahler , compagna del compositore Gustav Mahler ma musa ispiratrice anche di Walter Gropius, di Franz Werfel e di OsKar Kokoschka. Donna certamente di grandi idee e spunti intellettuali, sicura destatrice di scandalo per il solo fatto d'essere un intelletto dotato di attrattività e, di conseguenza, di capacità di influire sulle potenzialità creative delle personalità importanti cui si accompagnò; Alma, come altre, colpevole di vivere in uno dei secoli crudeli, uno dei tanti, della storia dell'umanità declinata al femminile.
E così Lou Andreas von Salomè,  che amò due geni, Friedrich Nietzsche e Paul Rée, e li amò contemporaneamente, in grado com'era di nutrire l'ispirazione di entrambi oltre che del suo stesso genio, sebbene quest'ultimo fosse destinato a lasciare si sé solo scarne e labili tracce.
Nietzsche, Paul-Ree,Lou von Salome
Lou che si interessò a lungo di psicoanalisi, e mantenne contatti con i più importanti circoli psicoanalitici ed alcuni dei più noti psicoanalisti dell'epoca (tra cui Sandor Ferenczi e Viktor Tausk, con cui ebbe una relazione Salome1914sentimentale).
Lou che fece innamorare anche Rainer Maria Rilke e che  voleva costruire una piccola comune intellettuale, una specie di "trinità" filosofica, con Friedrich Nietzsche e Paul Rée, entrambi sicuramente poco o per nulla preparati a quell’esperimento, tant’è che Nietzsche cercò di sposarla, probabilmente per ingabbiarne il talento oltreché la libertà e ne ebbe un sostanzioso e mal digerito no di risposta.
Ed ecco  la rivoluzionaria e luminosamente proiettata Milenanel futuro Milena Jesenka, quella che avrebbe forse brillato, se le condizioni storiche e culturali lo avessero permesso, mille volte più del suo amico e innamorato Franz Kafka.
Milena, sparata nel razzo della modernità, che viaggiava già molto oltre il novecento greve e oscuro della guerra imminente, quella che come ebrea l'avrebbe travolta e portata alla morte nel lager di Ravensbrück.
Provate del resto a guardare qui sotto quest'elenco in foto di donne illustri colte dalla sciagurato secolo, cosiddetto breve, in quel di Ravensbrück.
Ravensbrück.
Troppe sono le donne relegate negli angoli bui della storia e del quotidiano, schiave del decoro inteso come divieto di comparire, obbligo al silenzio, permanenza forzata nell’ombra e rinuncia all'espressione di sé.
Donne scandalosamente e potentemente vibranti nelle loro intelligenze, doti che, per lo più, servirono solo a nutrire il genio dei loro compagni di vita.
Donne tollerate solo se assegnate alla riproduzione e a poco altro.
Donne  che tutt'al più potevano coltivare salotti culturali ma senza mai uscirne ché la casa era destinata a far  loro da guscio e galera.
Donne che accudirono geni spesso macchiati nel privato di meschinità quotidiane, talvolta irreferibili.
Donne recluse e additate alla gogna da eserciti di altre donne che invidiavano loro la capacità di saper far balenare l’immagine delle  cesoie, quelle  con le quali avrebbero saputo spezzare, se solo avessero potuto, le catene che negavano il diritto di ognuna ad esserci e ad esprimersi
Elias
Donne come le madri irrequiete e piene di fermenti, curiosità ed T. MANNinsoddisfazioni di Elias Canetti e di Tomas Mann, destinate a lasciare una traccia ed un indirizzo forte nelle esistenze dei loro geniali figli.
Donne che si scontrarono con il ruolo di prigioniere del guscio familiare assegnato loro dalla società borghese e dalla paura degli uomini e, purtroppo, delle altre donne.
Donne del cui genio non sapremo mai pienamente, patrimoni intellettuali affogati e persi nel fiume ostile della storia scritta solo dagli uomini.
p.s.: qui sotto una vecchissima canzone che ho riascoltato casualmente oggi pomeriggio: ha molti passaggi datati, lo so bene, ma conserva un respiro profondo, veramente profondo-soprattutto nell'ultima parte, quella riportata in grassetto dopo il video- è
Anna di Francia , di Claudio Lolli 
Anna di Francia che arriva,
Anna che ride, Anna che scherza,
Anna che ascolta, che parla
Anna che chiede, vuole sapere
come andremo a finire la sera,
Anna la piazza ti ama, ti ama con me.
Anna racconta: l'ultima Francia
com'era grigia, com'era triste,
Anna racconta: il nuovo lavoro
sempre camicie, solo camicie,
Anna ti sembra di essere pazza
Anna la piazza, la piazza ti ama con me.

Anna che mi porta via
e vuole bere, vuole parlare,
s'infila in un'osteria
forse stasera ha voglia di amore,
Anna più bella, più bella che pazza
Anna la piazza, la piazza ti ama con me.
Anna troviamo tanti amici,
uno comincia la discussione,
sono momenti quasi felici,
Anna mi guarda faccio il buffone
"e dove sarà la cultura operaia?"
Anna che scuote la testa e dice di no.

Anna non vive, è da sola
si è già stancata di prenderci in giro
"e Luigi Nono è un coglione,
l'alternativa nella cultura
non è solo ideologia
l'alternativa è organizzazione"
Anna si arrabbia, basta parlare,
Anna si alza, andiamo via
e mentre la strada mi fa perdonare
c'è anna che brinda alla sua anarchia,
Anna imprendibile più di un momento,
Anna dà un bacio alla piazza e poi se ne va.

Non sarò per te un orologio,
il lampadario che ti toglie il reggiseno,
quando è tardi, è notte e tu sei stanca
e la tua voglia come il tempo manca.
Non sarò per te un esattore
di una lacrima ventuno volte al mese,
non conterò i giorni alle tue lune
per far l'amore senza rimborso spese.
Non sarò per te solo lo specchio
di una faccia che non cambia mai vestito,
non sarò il tuo manico di scopa
travestito da amante o da marito.
Non sarò quel cielo grigio quel mattino,
il dentrificio che fa a pugni con il vino,
non sarò la tua consolazione,
e neanche il padre del tuo prossimo bambino.
Per questa volta almeno sarò la tua libertà,
per questa volta almeno solo la tua libertà,
per questa volta almeno la nostra libertà
e la piazza calda e dolce di questa città.

mercoledì, 17 dicembre 2008

ANNA, un anno dopo, per ricordare

Titolo originario: Anna, 7 giorni a Natale

Le Querrec

Salgo sulla metro alle 18 di un caotico giorno feriale.
E mancano sette giorni a Natale.
Si libera subito un posto a sedere, accanto ad Anna.
Accomodo meglio che posso il mio piumino bianco lungo per non darle fastidio e mi scuso per tutte quelle manovre.
Anna mi guarda interdetta, con l’occhio un po’ vuoto e svagato.
Mi mette a disagio.
Ma, quasi subito, inizia a chiacchierare sorridente con me.
Non mi sorprendo per nulla: mi è capitato più volte d’esser presa come confidente e compagna di chiacchiere di persone sole e sconosciute e, anche se non ne capisco appieno il motivo, non me ne dispiace, anzi.
Anna inizia commentando la stanchezza di tutti, evidente sui volti.
Lo fa con ironia e partecipe leggerezza che tra quelle stanchezze c’è anche la sua. E la mia.
Ne sorridiamo insieme e, sommessamente, ne ridiamo, stanche tra stanchi.
Anna si occupa di un’anziana signora, tropp'energica fisicamente e di troppo carattere, il tormento dei suoi figli.
Anna ride e commenta “ è molto più forte di me, gliel’ho detto a sua figlia che camperà fino a centocinquant’anni con la forza che ha…”.
Rido anch’io e ” l’avrà fatta felice dicendole così…”
Ce la intendiamo su quella comica conclusione che ci fa ridere entrambe.

KLEIN

Anna è spiritosa nella sua malinconia evidente ed è piena di solidale umanità, questo colgo subito mentre scivoliamo nelle chiacchiere e inizia a confidarsi.
Parla a ruota libera, in un buon italiano che incontra rallentamenti solo nelle frasi più complesse e conserva un incerto accento slavo, giusto un retrogusto lieve ed appena-appena intermittente.
Anna vuole narrare di sé.
La sua famiglia lontana. I figli grandi e autonomi, con professioni avviate e di buon livello. I genitori anziani che la reclamano a casa. Suo marito, morto da pochi anni dopo una lunga malattia.
Ed è proprio quel lutto ad accenderle  prima  la malinconia e poi una vera e forte tristezza nella voce. Li vorrei chiamare rintocchi di pianto.
“Da dove viene?” le chiedo con premura e attenzione.
Anna fissa un punto invisibile davanti a sé, assume un tono neutro e inverosimile e dice: “Romania”.
Vorrei precipitare: è ancora fresca la notizia del fattaccio alla periferia di Roma- la morte di una donna per mano di un rumeno- e vorrei non averle mai fatto quella domanda ma, per mia fortuna, Anna passa oltre e riprende a chiacchierare.
Mi parla della sua vita di tutti i giorni, di quella in Romania, di suo nipote che ha quattro anni e sa già qualche parola di italiano.
Avverto che  tutto ciò che mi narra è come percorso da una nota mancante,  piccole crepe inspiegate dove si cela  qualcosa che darebbe un senso più  compiuto ai suoi discorsi.

SALGADO

Sì, perché Anna non descrive per sé né scenari di evidente necessità economica né progetti di lungo termine.
Man mano però  la sua traccia di dolore nascosto affiora: Anna è semplicemente e concretamente sola qui e cerca esclusivamennte solitudine, come un ricco avaro che cerca soldi da mettere via senza più né senso e né scopo.
Perché Anna, che scherza e ride di sé, parla della solitudine come di un luogo ospitale e confortevole e lo ripete e lo sottolinea spesso.
Si racconta citandosi spesso in discorsi di altri, si chiama per nome e ripete:”Anna, dice la mia amica…”, “Anna, perchè non  fai così…?”, Anna, come mai...?”.
Io imparo così che si chiama Anna ma mi appare un modo estraneo e alienato di parlarsi addosso, quasi un raccontarsi da voce fuori-campo, per mezzo interprete o dicitore.
Anna abita nelle case degli anziani che accudisce e non ne esce quasi mai.
Anna non vuol vedere gente e il Natale lo passerà in casa, attendendo la fine del turno di lavoro della sua compagna di appartamento.
Comprendo pian piano che ad Anna non interessa più nulla veramente, neanche il suo Paese e i suoi. Torna  da loro solo ad agosto e non fa così né per la fatica né per il costo del viaggio.
Anna non cerca nulla e nessuno, si culla in una lontananza di cui la solitudine è solo la copertina, neanche tanto spessa.

MOON

Provo con tatto ad indagare su eventuali segnali di ostilità e di pregiudizio che potrebbero averla colpita ma Anna sembra non sapermi rispondere.
La verità è che Anna non vive, e se fuori c’è o no pregiudizio ed ostilità non me lo sa dire. Questo solo mi sa rispondere, ancora una volta.
Per Anna va benissimo questo vivere solo a tratti brevi ed intermittenti, per una chiacchiera con una sconosciuta, in questo caso io, e per raccontare del suo lutto infinito, di quell’uomo che non c’è più mentre la sua gola si affoga di rintocchi forti di pianto, dalle note solo sorde e cupe.
Ora comprendo con certezza qual’è la sua nota mancante, la sua crepa evidente nell'umanità che pure mostra larga e accogliente.
E' quella sua solitudine, per lei il mezzo per viversi il dolore senza che nessuno possa portarglielo via.
Per di più in un paese straniero, lontana da tutti.
Poi, ad un certo punto il discorso scivola sulla Romania e Anna mi chiede se conosco il suo Paese.
KERTESZ
Poco, le dico, e le racconto della zona dei monasteri orotodossi dalle splendide pitture murali che ne coprono per intero le pareti, dentro e fuori,e di quella regione che li contiene, di boschi fitti e scuri.
Li ho visti in foto e sono meravigliosi, le dico.
Anna si illumina e mi dice entusiasta che quella è la sua regione di provenienza e si offre di farmi da guida per il mio viaggio, ancora mai programmato.
Mi offre il numero del suo cellulare ma devo scendere ormai: è la mia stazione e la devo salutare.
Le sorrido e appoggio la mia mano sopra la sua che tiene in grembo.
La stringo forte intorno, le abbraccio la mano come se abbracciassi lei. Vorrei salutarla baciandola mentre mi regala un ultimo largo e quieto sorriso, solo un po' svuotato di vaghezza, con i suoi begl'occhi, ancora giovani nel loro color pervinca.
Invece scendo, guardo il treno che va via e la cerco sperando che anche lei lo faccia con me.
Ma Anna è rientrata nel suo pianeta sommerso, dal quale io sono prontamente scomparsa e già non si cura più di nulla che non sia la sua pena.

MOON

Io piango lungo la strada verso casa per quella solitudine che somiglia un po’ alla mia di tanto tempo fa.
Io ero in Italia però, sia pure in una città sconosciuta.
Ma anch'io ho cercato il silenzio per tenermi tutto il dolore e non farmelo sottrarre.
Per Anna è decisamente peggio.
Perché il lutto che avevo io riguardava i vivi e, volendo, potevo prendermela con loro.
So che non la incontrerò mai più: questa città immensa ha il potere di allontanarti per sempre e io non ho neanche fatto in tempo a trascrivere il suo numero di cellulare per chiamarla...se mai andrò a visitare quei monasteri.
-vissuto il 17 dicembre 2007;
-versato in parole scritte il 3 febbraio 2008;
-riproposto qui, oggi, in ricordo di Anna, che non ho mai più incontrato, e di tutte le Anne disperse nelle città del nostro Paese.

postato da: Terezita alle ore 10:05 | link | commenti (7)
categorie: piccole storie piccole
martedì, 16 dicembre 2008

Belvario numero 5

andrei smyrnov
se senti troppo spesso il bisogno di criticare ferocemente gli altri
magari nelle cose che tu stesso ami fare
trovando, annotando e sottolineando il loro modo sempre  sbagliato
nella sostanza
o nel senso
o nella misura
o nella direzione 
giudicando il loro approccio sempre improprio o debordante,
prova a chiederti se la tua non sia nuda invidia o cruda gelosia
non cioè desiderio di migliorare osservando
ma solo ansia di "precipitare" e "dannare" l'avversario.
Quando investi qualcuno di critiche fumanti, ruvide ed ustionanti
più dell'olio bollente 
e poi, un minuto dopo, fai tuoi gli stessi argomenti
allora vai davanti allo specchio
tira un bel respiro e allarga le labbra
controlla forma e lunghezza dei tuoi canini:
potresti esserti tramutato in un vampiro in cerca di gole da incidere.
GABINA
Se poi farai tutto questo agitando in aria canzoni di amore e di fratellanza
proclamando umiltà e debordando in parole vanitose
allora sì, sei davvero un figlio dei tempi,
solo questo mi viene di dirti prima di girarti le spalle. 
p.s:qui sotto "Il mostro" di Samuele Bersani.

postato da: Terezita alle ore 12:02 | link | commenti (4)
categorie: belvario