Titolo originario: Anna, 7 giorni a Natale

Salgo sulla metro alle 18 di un caotico giorno feriale.
E mancano sette giorni a Natale.
Si libera subito un posto a sedere, accanto ad Anna.
Accomodo meglio che posso il mio piumino bianco lungo per non darle fastidio e mi scuso per tutte quelle manovre.
Anna mi guarda interdetta, con l’occhio un po’ vuoto e svagato.
Mi mette a disagio.
Ma, quasi subito, inizia a chiacchierare sorridente con me.
Non mi sorprendo per nulla: mi è capitato più volte d’esser presa come confidente e compagna di chiacchiere di persone sole e sconosciute e, anche se non ne capisco appieno il motivo, non me ne dispiace, anzi.
Anna inizia commentando la stanchezza di tutti, evidente sui volti.
Lo fa con ironia e partecipe leggerezza che tra quelle stanchezze c’è anche la sua. E la mia.
Ne sorridiamo insieme e, sommessamente, ne ridiamo, stanche tra stanchi.
Anna si occupa di un’anziana signora, tropp'energica fisicamente e di troppo carattere, il tormento dei suoi figli.
Anna ride e commenta “ è molto più forte di me, gliel’ho detto a sua figlia che camperà fino a centocinquant’anni con la forza che ha…”.
Rido anch’io e ” l’avrà fatta felice dicendole così…”
Ce la intendiamo su quella comica conclusione che ci fa ridere entrambe.

Anna è spiritosa nella sua malinconia evidente ed è piena di solidale umanità, questo colgo subito mentre scivoliamo nelle chiacchiere e inizia a confidarsi.
Parla a ruota libera, in un buon italiano che incontra rallentamenti solo nelle frasi più complesse e conserva un incerto accento slavo, giusto un retrogusto lieve ed appena-appena intermittente.
Anna vuole narrare di sé.
La sua famiglia lontana. I figli grandi e autonomi, con professioni avviate e di buon livello. I genitori anziani che la reclamano a casa. Suo marito, morto da pochi anni dopo una lunga malattia.
Ed è proprio quel lutto ad accenderle prima la malinconia e poi una vera e forte tristezza nella voce. Li vorrei chiamare rintocchi di pianto.
“Da dove viene?” le chiedo con premura e attenzione.
Anna fissa un punto invisibile davanti a sé, assume un tono neutro e inverosimile e dice: “Romania”.
Vorrei precipitare: è ancora fresca la notizia del fattaccio alla periferia di Roma- la morte di una donna per mano di un rumeno- e vorrei non averle mai fatto quella domanda ma, per mia fortuna, Anna passa oltre e riprende a chiacchierare.
Mi parla della sua vita di tutti i giorni, di quella in Romania, di suo nipote che ha quattro anni e sa già qualche parola di italiano.
Avverto che tutto ciò che mi narra è come percorso da una nota mancante, piccole crepe inspiegate dove si cela qualcosa che darebbe un senso più compiuto ai suoi discorsi.

Sì, perché Anna non descrive per sé né scenari di evidente necessità economica né progetti di lungo termine.
Man mano però la sua traccia di dolore nascosto affiora: Anna è semplicemente e concretamente sola qui e cerca esclusivamennte solitudine, come un ricco avaro che cerca soldi da mettere via senza più né senso e né scopo.
Perché Anna, che scherza e ride di sé, parla della solitudine come di un luogo ospitale e confortevole e lo ripete e lo sottolinea spesso.
Si racconta citandosi spesso in discorsi di altri, si chiama per nome e ripete:”Anna, dice la mia amica…”, “Anna, perchè non fai così…?”, Anna, come mai...?”.
Io imparo così che si chiama Anna ma mi appare un modo estraneo e alienato di parlarsi addosso, quasi un raccontarsi da voce fuori-campo, per mezzo interprete o dicitore.
Anna abita nelle case degli anziani che accudisce e non ne esce quasi mai.
Anna non vuol vedere gente e il Natale lo passerà in casa, attendendo la fine del turno di lavoro della sua compagna di appartamento.
Comprendo pian piano che ad Anna non interessa più nulla veramente, neanche il suo Paese e i suoi. Torna da loro solo ad agosto e non fa così né per la fatica né per il costo del viaggio.
Anna non cerca nulla e nessuno, si culla in una lontananza di cui la solitudine è solo la copertina, neanche tanto spessa.

Provo con tatto ad indagare su eventuali segnali di ostilità e di pregiudizio che potrebbero averla colpita ma Anna sembra non sapermi rispondere.
La verità è che Anna non vive, e se fuori c’è o no pregiudizio ed ostilità non me lo sa dire. Questo solo mi sa rispondere, ancora una volta.
Per Anna va benissimo questo vivere solo a tratti brevi ed intermittenti, per una chiacchiera con una sconosciuta, in questo caso io, e per raccontare del suo lutto infinito, di quell’uomo che non c’è più mentre la sua gola si affoga di rintocchi forti di pianto, dalle note solo sorde e cupe.
Ora comprendo con certezza qual’è la sua nota mancante, la sua crepa evidente nell'umanità che pure mostra larga e accogliente.
E' quella sua solitudine, per lei il mezzo per viversi il dolore senza che nessuno possa portarglielo via.
Per di più in un paese straniero, lontana da tutti.
Poi, ad un certo punto il discorso scivola sulla Romania e Anna mi chiede se conosco il suo Paese.
Poco, le dico, e le racconto della zona dei monasteri orotodossi dalle splendide pitture murali che ne coprono per intero le pareti, dentro e fuori,e di quella regione che li contiene, di boschi fitti e scuri.
Li ho visti in foto e sono meravigliosi, le dico.
Anna si illumina e mi dice entusiasta che quella è la sua regione di provenienza e si offre di farmi da guida per il mio viaggio, ancora mai programmato.
Mi offre il numero del suo cellulare ma devo scendere ormai: è la mia stazione e la devo salutare.
Le sorrido e appoggio la mia mano sopra la sua che tiene in grembo.
La stringo forte intorno, le abbraccio la mano come se abbracciassi lei. Vorrei salutarla baciandola mentre mi regala un ultimo largo e quieto sorriso, solo un po' svuotato di vaghezza, con i suoi begl'occhi, ancora giovani nel loro color pervinca.
Invece scendo, guardo il treno che va via e la cerco sperando che anche lei lo faccia con me.
Ma Anna è rientrata nel suo pianeta sommerso, dal quale io sono prontamente scomparsa e già non si cura più di nulla che non sia la sua pena.

Io piango lungo la strada verso casa per quella solitudine che somiglia un po’ alla mia di tanto tempo fa.
Io ero in Italia però, sia pure in una città sconosciuta.
Ma anch'io ho cercato il silenzio per tenermi tutto il dolore e non farmelo sottrarre.
Per Anna è decisamente peggio.
Perché il lutto che avevo io riguardava i vivi e, volendo, potevo prendermela con loro.
So che non la incontrerò mai più: questa città immensa ha il potere di allontanarti per sempre e io non ho neanche fatto in tempo a trascrivere il suo numero di cellulare per chiamarla...se mai andrò a visitare quei monasteri.
-vissuto il 17 dicembre 2007;
-versato in parole scritte il 3 febbraio 2008;
-riproposto qui, oggi, in ricordo di Anna, che non ho mai più incontrato, e di tutte le Anne disperse nelle città del nostro Paese.