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Utente: Terezita
Nome: Tereza Rossi
A scanso di equivoci, fraintendimenti e male letture assortite dico soltanto: molto di quel che sono sta nelle parole scritte e nelle immagini, il resto è nella vita e nei sogni che non racconto ancora e in quelli che rimarranno solo miei.

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giovedì, 29 gennaio 2009

solo sfottendo la VITA puoi campare degnamente

Pascal Renoux
DEDICO questo post con particolare affetto e intensa presa per il c--- a quanti/e ritengono ancor oggi che il sistema venoso-linfatico possa irrorare efficacemente solo un sito per volta e che, di conseguenza, ci siano degli sbarramenti e/o limitazioni da porre tra/a le attività fisiologiche, siano esse quelle del pensiero o del vivere carnale. 
E ce ne sono di tipi-e così, ce ne sono, hai voglia se ce ne sono...
Sfottentemente malinconica per voi,
Tereza
TeZ ripresa da nord
Ci sono uomini e donne che somigliano a certe sacche/involucri da salsiccia:
si riempiono di letterature e di poesie, di cinema di qualità, meglio se d’antan, di pensieri così alti da apparire stilizzazioni del pensiero stesso e di concettualità complesse come elaborazioni di astrofisica.
Costoro hanno generalmente palati extra-fini ed extra-sdegnosi e ancor più sdegnosa umanità e mai si mescolerebbero con la popolazione comune, la stessa in mezzo alla quale pure sono costretti a camminare, loro malissimo grado.
A ragione di quanto vi ho appena spiegato costoro ripudiano tutto quanto c'è di terrestre e terragno e se continuano a mangiare e bere è solo per necessità di sopravvivenza...del loro cervello, così dicono.
margherita, profumo e amore
Perché questi epici eroi dell'assolutismo cerebrale sono, appunto, come sacche da salsiccia: a contenuto limitato nel peso e nella finitura del taglio di carne da insaccare e se forzate oltre un certo limite di riempitura "scoppiano".
Sono costretti dunque, per sopravvivere, a scegliere un ripieno di respiro alto e light, di pura fibra cerebro-stabile.
Grazie a questo e alla loro innegabile "Grandezza" costoro camminano a trenta centimetri da terra anche se il popolino terrestre e terragno non se ne accorge PER NULLA e continua a dar giù di vanga, di vino rosso e di amore carnale.
Incontrai uno così, diversi anni fa, un epigono della spiritualità dello spirito e dell'ideale applicato .
Pascal Renoux
Una mente fine, ritirata nel suo chiostro di ambra e diamante, che teorizzava la dittatura suprema del pensiero, la pace e le esequie dei sensi, sebbene fosse lontanissimo d'età dai novant'anni.
Un soggetto delizioso per il mio spirito folletto, infatti lo sfottevo ad ogni occasione buttandogli in faccia il mio cuore terrestre e terragno e la mia natura selvatica e assolutamente devota ANCHE al sapere dei sensi.
Rideva "il Grande N-", rideva di risolino fine e lieve di compatimento, per me e per le mie energie disperse nello stravizio del vivere anziché tutte devotamente devolute e diffuse  con l'incensiere alla celebrazione dell'intelletto purissimo.
JONVELLEPoi, una sera, in casa di amici, tra Bacco e altre amene sconcezze terrestri e terragne ci scambiammo baci e carezze, pure  pesanti e nient'affatto sublimate, traversate sì da pensieri, ma pensieri di quart'ultima scelta, inutile negarlo...
Be', quando a fine serata ci salutammo a fine corsa, mentre scendevo dalla sua macchina, il Grande N- Magno non mi salutò proferendo né anagrammi né massime né citazioni, solo mi diede l'ultimo bacio appassionato-torrido sul collo.
Non l'ho più rivisto ma da quelle poche carezze capii quanta sensualità il suo corpo sputava fuori da quella sacca per salsiccia in cui s'era infilato e ridotto a vivere e pensai:
"se avessimo fatto davvero l'amore forse ora ne guarderei il cadavere o forse no..." 
p.s.: qui sotto l'esuberanza femmina della Nannini in "Fotoromanza".
  

La Grazia del Vivere

Frank HORVAT

La grazia è fragilissima.

L'ho colta spesso nascere, donna e anche uomo, e l'ho colta spesso dimenticarsi di nascere, negli uomini e anche nelle donne.

Si chiama:  grazia del vivere e ha l'atteggiamento della pantera mentre si avvia. Ondeggia senza rumore lei, perchè la grazia del vivere balla bene  la vita, anzi benissimo: ogni ritmo è il suo o lo diventa.Frank HORVAT

A lei piace molto farsi guardare e ammirare, nel vivere così  come nel danzare.

E fragilissima l'ho vista a volte correre via dalla vita, accadeva quando ballava inutilmente senz'essere ammirata.

Dove se ne corra a rifugiarsi in quei casi ancora non so, certo da qualche parte si rannicchia a pensare e talvolta s'addormenta, stanca nel suo corpo sempre nuovo e sempre innocente.

Lei, proprio lei,  si chiama: grazia del vivere e io son disposta a  dannarmi sempre per un suo sorriso ancora.

Tereza

p.s.: rivisto e ripubblicato da un post del 28 novembre 2007; la bella faccia con l'espressione schiarita dalla grazia del vivere che vedete con la macchina fotografica in mano è di Frank  HORVAT e sua è anche la foto che apre il post; p.p.s.: a seguire sta "La cura", il cui testo parla d'amore ma anche la Grazia del Vivere ha bisogno di cura e amore costante per non perdersi/ci.


postato da: Terezita alle ore 13:11 | link | commenti (2)
categorie: divagazioni e sputate-sentenze
martedì, 27 gennaio 2009

l'INNOCENZA quand'appare è sempre Stupore

  Pascal Renoux

Ho già parlato di " innocenza" su questo blog: era a proposito di un poeta, uno che è naturalmente e visceralmente poeta.

http://tereza.splinder.com/post/15279569

http://tereza.splinder.com/post/14828379/al+signor+NESSUNO%2C+professione 

Ne raccontai un po' di tempo fa ed era lo stupore a farmi scrivere, uno stupore primario, bambino, incosciente e cosciente insieme: la nozione dell'esperienza che s'azzera, lo sguardo che s'affaccia sul tetto del mondo e da lì guarda verso la sua voragine luminosa.

Pascal Renoux

L'innocenza mi stupisce sempre quando la colgo negli occhi, nei gesti e nelle parole di qualcuno. Innanzitutto perché è rara fuori dall'età bambina propriamente detta. 

In me, quando mi capita di  avvertirla, quando accade che mi attraversi, magari impudica, sfrontata e sfottente, particolarmente di fronte ad uno-a che di spontaneamente innocente non ha più  nemmeno il respiro, mi dà sollievo, gioia, piacere, senso di onnipotenza e creatività, sensazione di forza e di giovinezza adolescente, vibrazione dei sensi coscientemente intatti, in sintesi felicità pura.

9168

Perché l'innocenza è insensata e, insieme sensatissima, consapevole come poche altre cose della sua forza, soprattutto di fronte a certi intelligenti ma crudelissimi epigoni del vivere amaro e vendicativo a prescindere.

L'innocenza di cui parlo non coincide mai né con l'età infantile né con l’aver avuto una vita facile anzi,  per lo più coincide esattamente con il contrario di queste due cose: età consapevole e molti dolori costantemente presenti, messi lì a decantare, a gocce quotidiane.

Eppure eccolo il miracolo e la forza dell’innocenza che riesce a riapparire ancora.

Pascal Renoux

Ti svegli innocente pure nel mare di fango.

E a gambe innocenti ti alzi e cominci a correre.

Riconosci al volo le altre facce bambine e innocenti e ridi,

ridi,

ridi con gli altri uguali a te

dandotici di gomito:

compagni di gioco, saggi e folli

folletti ingovernabili abitatori di sogni. 

p.s.: Fossati chiude con un BACIO SULLA BOCCA.

Bella,
che ci importa del mondo
verremo perdonati te lo dico io
da un bacio sulla bocca un giorno o l'altro.

Ti sembra tutto visto tutto già fatto
tutto quell'avvenire già avvenuto
scritto, corretto e interpretato
da altri meglio che da te.

Bella,
non ho mica vent'anni
ne ho molti di meno
e questo vuol dire (capirai)
responsabilità
perciò…

Volami addosso se questo è un valzer
volami addosso qualunque cosa sia
abbraccia la mia giacca sotto il glicine
e fammi correre
inciampa piuttosto che tacere
e domanda piuttosto che aspettare.

Stancami
e parlami
abbracciami
guarda dietro le mie spalle
poi racconta
e spiegami
tutto questo tempo nuovo
che arriva con te.

Mi vedi pulito pettinato
ho proprio l'aria di un campo rifiorito
e tu sei il genio scaltro della bellezza
che il tempo non sfiora
ah, eccolo il quadro dei due vecchi pazzi
sul ciglio del prato di cicale
con l'orchestra che suona fili d'erba
e fisarmoniche
(ti dico).

Bella,
che ci importa del mondo.

Stancami
e parlami
abbracciami
fruga dentro le mie tasche
poi perdonami
sorridi
guarda questo tempo
che arriva con te
guarda quanto tempo
arriva con te.

Eccessi di MATITA

un particolare da dietro le quinte dei miei postmafalda ancoraLa maggior parte dei miei post, così come ho raccontato in pvt ad alcuni di voi-aficionados, nascono in metropolitana.

Ho sempre con me un quadernetto malandatuccio per via dell'entra-esci dalla borsa e una matita a piccoli pois con gommino in coda.

Uso la matita perché- l'ho scoperto scrivendo e vivendo, come avrebbe detto Lucio Battisti- scrive con più stabilità della penna e cavalca meglio frenate e sobbalzi dei trasporti a motore e a rotaia.

La mia scrittura è comunque di una schifezza indecifrabile, sparsa a caso tra pane, biscotti, prosciutto e detersivo per la lavatrice poiché lo stesso quaderno accoglie e ricovera idee-post e liste di carenze affettive della Signora Dispensa.

terezandoPochi giorni fa capitò che mi esplodesse  un'idea-bubbone-post e fossi colta da urgenza assoluta ed irrimediabile di metterla giù prima di scendere e giungere davanti ad un confortevole tavolo da scrittura.

Attaccai a scrivere in un vagone pieno-ma-non-troppo, in piedi, come s'addice ad un cavallo istruito e acculturato...(e io ne ho del cavallo pazzo, eccome!).

Accadde così che, nell'entusiasmo della spremitura cerebrale, persi l'equilibrio andando giù lunga, lenta, soffice e completa-completa...

Un tizio accanto a me, un rosso timido- ma non era un vino, eh!- e dall'accento vagamente pescarese, si premurò di tirarmi su poiché ero andata così ben lunga-lunga da non riuscire più con le mie sole forze a guadagnare la risalita in modo dignitoso e signorile.  

Il rosso mi tirava su e intanto mi chiedeva notizie su come mi sentivo e se mi fossi fatta male mentre io non riuscivo né a collaborare alla risalita né a rispondergli perchè ero talmente presa dal senso del ridicolo di me stessa che ridevo a crepapelle, come la migliore idiota del pianeta, giocandomi fiato e forze.

scovata da Avv3lenata

Ci crederete? di solito alla gente scappa sempre qualche risatella quando c'è qualcuno che cade e non si fa male- quest'è un classico  del genere comico- ma stavolta...beh, nessuno rideva, tutt'al più sorridevano, penso perché destabilizzati e sconcertati dal mio auto-senso del ridicolo auto-prodotto.

Il rosso intanto farfugliava qualcosa di gentile, lo capivo dall'espressione solidale, mentre, imbarazzatissimo, si tingeva in faccia e forse anche altrove dello stesso colore dei suoi  capelli e la sua lingua andava producendo suoni incomprensibili fra i quali emergevano solo le "ssttt" forti d'Abruzzo.

L'idiota, cioè io, per tutta risposta, rideva, rideva e rideva mentre teneva serrato forte in pugno il quadernuzzo con dentro il testo del post quasi fosse uno cui avessi salvato la vita.

Che squinternata...

Tereza matta come un cavallo

Be', certe volte penso che se ci fosse ancora Caligola e mi vedesse mi farebbe senatrice di sicuro, se non altro come tributo al mio essere:

<matta come un cavallo>

come dice la mia amica Lara!

p.s.:già pubblicato il 13  dicembre 2007: da allora non ho però cambiato metodo anche se non sono, fortunatamente, mai più franata sul pavimento in preda alle convulsioni grafomaniache 

p.p.s: Baustelle, geni colti e sofisticati della musica,in "GOMMA"

  


postato da: Terezita alle ore 11:30 | link | commenti (4)
categorie: divertissement, surreale e talvolta sconcio
lunedì, 26 gennaio 2009

SANGUE

"Anche in uno Stato il più militarizzato e poliziesco possibile, una cosa del genere può sempre capitare. Non si può pensare di mettere in campo una forza tale, dovremmo avere tanti soldati quante sono le belle donne in Italia e credo che non ce la faremo mai". Silvio BERLUSCONI

LO RIPORTO IN ROSSO PERCHé GRONDA

SANGUE

quello delle vittime e quello della furia che mi acceca di fronte a parole come queste e che NESSUNO, ripeto

NESSUNO 

NEANCHE PROVI A GIUSTIFICARLE

QUI SUL MIO BLOG.

PUNTO.

POST PUBBLICATO IL 22 giugno 2008 CON IL TITOLO:

"l'Abilità Eccellente dell'ASSASSINO"

Al Consiglio di sicurezza dell'ONU, i Quindici hanno approvato all'unanimità la risoluzione che prevede azioni repressive contro i responsabili delle violenze contro le donne:

lo stupro è considerato come arma di guerra

la ROSSA di SAUCO

In uno splendido articolo comparso su "La Repubblica" di ieri, sabato, Adriano Sofri- prendendo le mosse dalla sentenza citata in apertura-post, e riallacciandosi alla carneficina morale e umana della recente e a noi vicinissima, in ogni senso, guerra nella ex-Yugoslavia- scrive, tra le altre cose:

..."il bordello di guerra" faceva culminare il delirio sciovinista e virilista, e svelava il cuore antico delle guerre. Duelli tra uomini, in cui il corpo delle donne è insieme posta e campo di battaglia"...

"lo stupro non è il solo corollario delle guerre, il suo tristo accompagnamento: è un arma delle guerre tra uomini, ma è l'arma simbolicamente decisiva dell'universale guerra degli uomini contro le donne, e che stupro e assassinio di donne in tempo di pace sono una forma di addestramento militare e di caparra privata sulla guerra generale"... 

solitaria spiaggia

Sofri si ricollega , nel suo intervento su Repubblica,anche al libro della scrittrice croata Slavenka Drakulic, dedicato pur'esso alle vicende della ex-Yugoslavia,  intitolato "Come se io non ci fossi".

Il titolo si rifà ad  una frase tratta da "Se questo è un uomo" di Primo Levi,frase che, in questo contesto di discorso, riassume efficacemente e con pochissime parole la terrificante realtà, spesso non percepita in tutta la sua portata distruttivamente duratura, della capacità di annullamento della dignità umana e della persona tutta che viene  perpetrato attraverso lo stupro.

La Maddalena addolorata del Caravaggio

Ma Sofri, allargando  e trasferendo il concetto di Primo Levi, arriva a formulare, a proposito delle vittime degli stupri, la frase, riveduta e drammaticamente corretta, "se questa è una donna ".

E lo scrive e ce lo trasmette con sentita compassione e altrettanto sentita pietà, intese qui nel senso nobile, sentimentalmente ed emozionalmente partecipato, della lingua latina: cum-patire e pietas. 

Conclude poi nell'articolo:

pensiero di uomo

"Così lo stupro resta un problema delle stuprate". 
e chiude, rievocando amaro Levi:
"Se questo è un uomo...".

Condivido pienamente queste tesi che illustrano chiaramente il dramma e la ferocia di un crimine che, sebbene perpetrato attraverso e addosso al corpo delle donne, simbolicamente colpisce "altri interessi" e, di conseguenza, pare paradossalmente spogliare, almeno in parte (!), le vittime delle loro ragioni di protagoniste. 

Donne di HORVAT

L'ho scritto già in occasione di un fatto terribile avvenuto a Roma lo scorso novembre:

http://tereza.splinder.com/post/14533679/Gioved%C3%AC+1+novembre.+All%27indom 

Mi sento perciò di ringraziare da qui Adriano  Sofri, sicura di non essere sola in questo, anzi.

Lo ringrazio per essere voluto entrare, sia pure per un momento e sia pure armato solo di pietas e di com-passione, nel corpo emotivo delle donne e nella sua ferita più grande, quella che può lacerarlo e anche ucciderlo, sia pure senza giungere necessariamente alla morte fisica. Vorrei concludere esprimendo questo breve concetto:

DA SEMPRE PENSO CHE LO STUPRO SIA IL PIù TEMIBILE, IL PIù PERFETTO E IL PIù EFFERATO DEGLI OMICIDI POICHé è L'UNICO CHE PUò LASCIARE LA VITTIMA FISICAMENTE  VIVA...

Ringrazio ancora Adriano Sofri,soprattutto per tutte "le morte viventi" che recano impresso sulla loro carne viva l'orrore della trasformazione del linguaggio d'amore in discorso d'odio e di morte.

Grazie, Adriano, soprattutto perché sei un uomo.

Grazie, per essere un uomo a questo speciale modo, dato, questo, nient'affatto scontato. Purtroppo.la ROSSA di SAUCO

Grazie, da donna.

Grazie, perché ci fa sempre un po' più bene se a parlare così è un uomo.

Tereza

p.s. qui sotto la Veronica di Krzysztof Kieslowski guarda il mondo attraverso una biglia di vetro...

 


postato da: Terezita alle ore 11:19 | link | commenti (3)
categorie: politicamente affine, fimmìna-fimmìne
venerdì, 23 gennaio 2009

l'Isola, il Racconto MANCATO, la Lettera e il traghetto/3

3) il traghetto
Summer end
Sul traghetto di mezzogiorno i due naufraghi stavano tornando dall’isola dei limoni e delle ville.
Erano stanchissimi, soprattutto per il poco sonno: cinque, forse sei ore in tutto, in due notti.
C’era tantissimo vento e, siccome era marzo, era piuttosto freddo lì, sul mare aperto.
Tuttavia i due naufraghi avevano preferito starsene sulla terrazza del traghetto: gli unici oltre ad uno spavaldo e bellissimo uomo biondo…anglosassone? scandinavo? Chissà…Irene Jacob
Stavano seduti vicinissimi, tenendosi stretti per difendersi dall’aria tagliente, e lei commentò:
“hai visto com’è bello quell’uomo?”
Lui annuì convinto e le chiese:
“ti piace?”
Lei:
“moltissimo, se ne vedono raramente così e non lo dico perché è diverso da noi, con i suoi colori da nordico, è che ha qualcosa di dentro allo sguardo…proprio bello, bello, bello”. I biondi non mi piacciono sempre, solo quando sono così, spiegazzati e tatuati in faccia dalla vita, allora sì che sono bellissimi". 
“Hai proprio ragione”
Queste erano confidenze che si facevano da sempre, fin da ragazzi giovanissimi, tant’è che a volte si mettevano a guardare i passanti e a dare giudizi estetici e non, con assoluta franchezza e senza alcuna cattiveria, come due amici che guardano passare le donne mentre sono seduti al bar di paese.
C’era una complicità assoluta in questo, un’amicizia oltre il legame amoroso, una tranquillità di confidenza che si svolgeva poi su piani di profondità irriferibili: assolutamente rarissimi tra un uomo e una donna.
Questo li aveva uniti profondamente e non era davvero poco.
Jacek Jędrzejczak
Si erano raccontati di tutto, anche quello che un uomo e una donna di solito evitano accuratamente di dirsi quando sono dentro un legame.
Il tempo del traghetto a lei era parso bellissimo, silenzioso e ventoso, e quasi le aveva fatto dimenticare le parole feroci della notte.
Poi, sul treno del ritorno, mentre stavano ancora vicini e lei si era quasi riuscita a tagliar via la crosta delle parole brucianti di lui dalla pelle, almeno momentaneamente, afferrò il giornale e scrisse in un angolo:
“quando scendiamo ci diamo un bacio ed un abbraccio pazzesco prima di separarci?”
carta straccia
Lo aveva messo per iscritto per non far rumore e lasciare tutta la solennità del silenzio a quell’idea e al film che ne scaturiva.
Lui aveva fatto un cenno di sì con la testa.
Peccato però, all’ultimo istante lei glielo dovette ricordare:
di fronte ad un saluto intenso e appassionato ma uguale a tanti dei loro di sempre, lei riprese il giornale e gli mostrò di nuovo la scritta...anche se in cuor suo non ne era più convinta come prima.  
3 di 3- Fine.
p.s.:qui di seguito "By the river", Brian Eno.
Here we are stuck by this river
You and I underneath a sky
That’s ever falling down down down
Ever falling down


Through the day as if on an ocean
Waiting here always failing to remember
Why we came came came
I wonder why we came


You talk to me as if from a distance
And I reply with impressions chosen
From another time time time
From another time.

postato da: Terezita alle ore 14:06 | link | commenti (6)
categorie: piccole storie piccole, di cammino e a venire

l'Isola, il Racconto MANCATO, la Lettera e il traghetto/2

2) la Lettera
Pascal Renoux
E' sabato pomeriggio, cammino e rifletto.
Penso a quando, negli anni e anche di recente, mi hai parlato di altre persone e di altre donne e me ne hai riportato  le opinioni.
Talvolta s'è trattato di opinioni contro di me.
Lo hai fatto sempre con noncuranza e inconsapevolezza, con apparente innocenza e desiderio/istinto di sincerità, ché di sincerità ce n’è stata fin troppa tra noi. Ma, oggi, penso che nel profondo forse lo hai fatto solo per ferirmi, usando come fossero armi le parole altrui.
L'hai fatto sempre allo stesso modo, me lo ricordo dalla notte dei tempi.
E così è accaduto, per esempio,  che dopo tanti anni abbiamo dormito insieme e parlato quasi tutta la notte e tu, improvvisamente, hai tirato fuori dalla tua tasca, apparentemente inoffensiva, il giudizio di quell'amica comune:
"...non ho proprio capito perchè stavi con lei anzichè con me.... "
SAUCOHai raccontato anzi, riportato in cronaca, senza curarti di aggiungere come e se hai risposto esprimendo qualcosa di tuo  a chi ti/mi/ci parlava sopra, a chi parlava sopra qualcosa che t'era appartenuto, a chi  parlava anche sopra di me in questo caso, e mentr’io ero assente.
Lo sai che avrei preferito sentirti dire persino:
"ho pensato che forse aveva ragione nel pormi quel dubbio"? mi credi?
Sarebbe stato un tuo segnale, comunque. Tuo e basta.
In questi frangenti invece manchi sempre di riferire le tue risposte e non completi mai quella zona del racconto. E io non credo più ad una semplice casualità.
Probabilmente non rispondi mai nulla ma ti limiti a riferire in cronaca: quasi usassi le parole degli altri come schiaffi e li facessi tuoi.
Sai, spesso sembri bere le opinioni degli altri in un solo e veloce sorso, digerirle come acqua fresca e,  se del caso, se "ti capiti in bocca", sai buttarti in gola velocemente e distrattamente persino te stesso, come un sorso d'acqua appunto.
Il tuo appare l'atteggiamento di chi si fa scudo delle opinioni espresse da altri e, cosa più grave, e per me gravissima, evitando di formulare/opporre esplicitamente le tue proprie convinzioni, persino se si sta parlando sopra e contro di te, sopra e contro di me, sopra e contro cose tue, mie, nostre...
"ma di e da cosa poi ti fai scudo?" mi domando.
E’ la stessa storia di quando giovanissimo ragazzo mi riportavi ogni critica espressa dai tuoi genitori verso di noi. Mai riportavi le tue risposte però.
Forse, anzi oggi direi sicuramente, non ci sono mai state.
Mai che t’abbia sentito raccontare di qualche tuo argomento che ti opponesse a loro e li obbligasse a riconsiderarti, rendendoti visibile e concreto interlocutore e portatore di esperienza; mai t'ho sentito o visto pronto a difendere le ragioni delle tue scelte o, se del caso, perché no, ad ammettere i tuoi dolorosi dubbi, apertamente.
Sàra SAUDKOVà
Possibile tu non colga che così facendo ti fai del male e, soprattutto, ti lasci espropriare di  te stesso?
Così facendo sta accadendo che  tutto sta ritornando e tutto si va confondendo negli anni passati e presenti, in un unico leit motiv.
E questo mi leva le forze e la speranza in te.
Tu mi esasperi, sai,  quando non puoi permetterti neanche di aspettare il prossimo autobus, magari  tra due minuti soltanto. E non è che servano  ad un granché quei due minuti, contano solo per l'intenzione di guadagnarteli come tempo insieme a me, sebbene non risolvano nulla di nulla.
Lo so bene. pimpa_main
E quando poi mi incontri , la volta successiva a quella dei due minuti in più negati, sei capace di rapirmi e rapinarmi di baci e di mani ovunque, di entusiasmarti di me per ogni parola ed espressione della faccia, come se nulla fosse stato in mezzo.
Io cedo ogni volta sì, ma con sempre minor convinzione, stanca di dissolvermi in un nano-secondo nella tua nebbia interiore.
Sai, forse dovrei solo  assumermi il coraggio di prenderti a schiaffi, schiaffi veri e dati con l’anima, perché magari questo solo meriti e solo questo  ti farebbe bene, non il mio idiota ed infinito cercare con amorevole sollecitudine e pirotecnica fantasia i tuoi profondissimi perché.
Spesso, sempre più spesso, mi accade di pensare che tu te li stia cercando, che tu li stia attendendo i miei schiaffi.
E, forse, in queste righe ci sono già quegli schiaffi che non ti ho mai- colpevolmente- dato.
Per questo ti scrivo: metto qui i miei schiaffi ed  il mio basta.
Io per te avrei imbracciato anche la mitragliatrice, tu per me neanche un’opinione dichiaratamente espressa hai saputo sparare.
T.
2- di 3
p.s.:BJÖRK in "Beachelorette"

postato da: Terezita alle ore 10:48 | link | commenti (2)
categorie: piccole storie piccole, di cammino e a venire
giovedì, 22 gennaio 2009

l'Isola, il Racconto MANCATO, la Lettera e il traghetto/1

1) l'Isola  e il Racconto MANCATO
Pascal Renoux
Quindici anni dopo la nostra giovinezza scolastica, io e il Signor Grand’Amore ci ritrovammo miracolosamente a dormire insieme su di  un'isola: era un'isola di nome e di fatto ed era anche metafora del nostro tempo sospeso.
Era, è, un’isola di limoni, di mare d’inverno, di faraglioni per turisti e di scarpette fatte a mano, di suggestioni per scrittori, poeti, attori e fortunati possessori di ville: di questi ultimi molti si sono fatti padroni di villa per mantenersi l’ispirazione artistica al sicuro oltreché l’occhio appagato dalla bellezza dei luoghi.
Fra i villeggianti e possessori di ville c’era stato pure un certo Tiberio, un tipo romano ed imperatore.

I due che vi dicevo passarono quella notte isolana a parlare, a raccontarsi i quindici anni di distanza, a ripassare gli anni vissuti comuni e a fare l’amore: spesso tutto ciò in una gran commistione e disordine di generi.
Le dormirono almeno due ore? Forse no, sebbene il Signor Grand’Amore dovesse lavorare il giorno dopo, da mane a sera e pure a pranzo e a cena, mentr'io andavo in giro per l’isola e a cenare solitaria, accudita dalla dolcezza di un ristoratore del luogo, unica donna sola tra i suoi pochi clienti, data la stagione.
In quella notte, lunga vent’anni o anche di più, ripassammo ogni cosa, ogni evento, ogni faccia ed ogni luogo, condiviso e non.
Tomàs
Il dolore mai sopito della nostra giovinezza giovanissima e impotente, l’angoscia che non ci dava futuro, tutto il devastante senso del sospeso e dell’indeciso, ben oltre le nostre volontà e certezze, se mai ne avevamo avute di certezze.
Tutto ci stava steso sopra come il soffitto della grande stanza d’albergo, mentr'acchiappavamo qui e là le nostre storie come fossero ragnatele e molte erano balorde: io lo capivo ma di lui non saprei e non saprò mai dire se ne era cosciente.
Ad un certo punto il Signor Grand’Amore mi raccontò della nostra comune amica:
“sai, la incontrai di nuovo, anni dopo quella furiosa lite: ne riparlammo e lei si scusò con me”
Io ascoltavo riflettendo tra me e me:
“l’ho sempre pensato che P- era stata di una durezza impietosa, irragionevole e infantile anche se tu le avevi acceso la miccia con il tuo modo sempre incerto e nebbioso di agire”.
Pawel GEPERT
Che si sarebbero prima o poi re-incontrati e riappacificati lo avevo sempre saputo: era nell’ordine delle cose, le loro, e un po' anche le nostre, di tutti e tre cioé.
“sai, lei mi ha chiesto: perché stavi con Tereza anziché con me? Non l’ho mai capito…”
Nel semibuio della stanza mi sentii spaccare in quattro, con precisione e con un colpo netto e feroce.
P-, una che avevo amato e che mi aveva amato tanto mi aveva spaccato in quattro con quelle parole, l'aveva fatto mentre io ero inconsapevole e lontana e ora lui, il Signor Grand’Amore, riproduceva con assoluta noncuranza e inconsapevolezza, ma non per questo con innocenza, la violenza di quel taglio sul mio corpo d'amore, inerme e indifeso, come sono tutti gli amori veri e viventi.
Era stata una domanda stupida quella di P-, fatta ad anni di distanza e su di una storia, la nostra, mia e del Signor Grand’Amore, durata troppo per meritare una domanda così.
Non posso dire una domanda crudele, solo stupida, stupida e basta, ascoltata da uno con l'orecchio stupido almeno quanto la domanda.
Frank HORVAT
Non commentai e non domandai nulla, solo rimasi in attesa del resto del racconto, della risposta che lui le aveva dato, pregando che ci fosse anche quella puntata nel nostro infinito romanzo giovanile e collettivo, con  troppi personaggi a litigarsi la parte.
Attesi parecchio senza parlare oltre.
Nulla.
Silenzio.
E dopo un po' ci addormentammo sfiniti.
Capii in quella notte, nel colpo preciso che mi spaccò in quattro e nel silenzio che seguì, quanto il tempo fosse passato invano.
Non seppi mai più perdonare veramente il Signor Grand'Amore per la parte mai scritta del suo racconto fatta in quella notte isolana.
Dopo un po’, mentre tutto andava rotolando sciaguratamente nel fosso, gli scrissi così:
la ROSSA di SAUCO
...ma questo, abbiate pazienza, ve lo racconterò domani...ho già faticato tanto fin qui...
ciao. 
1-di 3
p.s.:qui sotto "Gabriel", loro sono i LAMB
I can fly
But I want his wings
I can shine even in the darkness
But I crave the light that he brings
Revel in the songs that he sings
My angel Gabriel

I can love
But I need his heart
I am strong even on my own
But from him I never want to part
He's been there since the very start
My angel Gabriel
My angel Gabriel

Bless the day he came to be
Angel's wings carried him to me
Heavenly
I can fly
But I want his wings
I can shine even in the darkness
But I crave the light that he brings
Revel in the songs that he sings
My angel Gabriel
My angel Gabriel
My angel Gabriel
 

postato da: Terezita alle ore 16:52 | link | commenti (7)
categorie: piccole storie piccole
mercoledì, 21 gennaio 2009

vicino a Città del Vaticano

O.B.
Diversi anni fa: un uomo di colore, di colore nero scurissimo, dalla pelle simile ad un velluto profondo,  di spessore alto e soffice, mi mostrava un oggetto da nulla, non so più quale,che lui vendeva  e che a me interessava.
Era così scuro che la sua pelle virava dal marrone cupo al nero, ma era nero lucente, attraversato dai riflessi del cacao. La pelle era bella e compatta persino nelle mani che sicuramente lavoravano duro e portavano avanti e indietro borse pesanti da ambulante, esagerate per le spalle della razza umana, ma non per le sue.
Capivo da quanto stava piegato ch'era molto alto e ne intuivo, pure in quella posizione accovacciata, la figura d'atleta, il corpo dalle gambe e dalle braccia lunghe e muscolose che parevano pronte allo scatto in una foresta che lì non c'era, non lì su quel marciapiede vicino alla città del Vaticano. 
il NERO di Renoux
Mi mise in mano l'oggetto e me lo spiegava, sfiorandomi: una mano incolore, la mia, con il palmo verso l’alto e l’oggetto appoggiato sopra; una mano dal colore di convinto e consistente velluto, modulato in dita lunghissime ed affusolate, pur nell'ossatura solida, la sua; si prestava a mostrare e spiegare, zampettando con le dita nel mio palmo di colore ignavo.
Pensai: “quanto sei bello nel tuo colore e quanto sei più bello di me che sono trasparente al tuo confronto. Mi sfiori e mi sento onorata del tuo tocco di dita di atleta, di uomo ancora antico, di nobiltà e di forme intatte". 
Pensai: "come riuscirono a non accorgersi  subito della  bellezza e della nobiltà della tua gente e a non rimanere ammirati e rispettosi nel vedervi la prima volta e anche tutte le volte successive".
Ma mentre pensavo a questo- ed era, badate bene, pura sensazione e non pensiero in forma scritta come lo leggete ora, qui, stasera, ad anni di distanza da quell'incontro e dall'oggetto che comprai e che non so più che cosa fosse- mentre pensavo a questo il principe vestito da ambulante mi diede un sorriso e io glielo rimandai arrossendo, onorata nella mia timidezza, a volte veramente assurda.
Si accorse di qualcosa però il guerriero dalla pelle di colore di terra arata e mi sorrise ancora: con gentilezza schietta, da uomo a donna ed io mi sentii onorata, davvero onorata.

postato da: Terezita alle ore 19:41 | link | commenti (9)
categorie: politicamente affine, piccole storie piccole
martedì, 20 gennaio 2009

AVVISO

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QUESTA RIPORTATA QUI SOPRA è LA MATRICE DEL PC DAL QUALE PROVENGONO GLI ULTIMI DUE COMMENTI AL POST Ellade!!!

ANNOTATEVELO... 

e vediamo se hai il coraggio di vantare diritti di privacy!

per tutti gli altri:tornate al post precedente a questo ch'è meglio.


postato da: Terezita alle ore 14:54 | link | commenti (9)
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