...riallacciandomi al tema dell'America Latina...

Amo il treno e mi capita anche di decidere ogni tanto brevi ed improvvisi viaggi. Accade in momenti particolari, vuoi per malinconia, vuoi per necessità di riflessione più forte.
I miei viaggi dei pensieri camminano dunque quasi sempre su di un treno, possibilmente accanto al finestrino, con della musica appresso e un libro.
In questi viaggi della libertà e anche in quelli compiuti per necessità di lavoro o d’altro ho fatto tanti incontri e nessuno posso dire sia stato uguale ad un altro.
S’è trattato a volte di compagni di viaggio con cui non ho scambiato neanche una parola ma sui quali m’è piaciuto costruire una storia immaginaria e altre volte, assai più spesso, di compagni di conversazione facile e cordiale, difficili da incontrare al di fuori di uno scompartimento.
Un ricordo significativo risale all'incirca ad un anno fa, durante un viaggio da Roma verso una città vicina. Nel mio stesso scompartimento c’era una coppia di cileni di mezz’età.
D’aspetto intellettualmente svagato lui, con l’aria di una che se la cava senza far inutili storie lei.
Simpatici così, naturalmente , per aspetto e per istinto. E per modo di sorridere e di fare, gentile e rispettoso, senza tracce d’unto o di finto.
La conversazione tra noi iniziò mentre la donna cominciava a sonnecchiare, stesa su due posti ché il treno era semivuoto e lei, piccolina, tondetta e con una bella treccia color nero-pece, stava accucciata comoda e garbata.
Inizialmente perciò fu l'uomo, un professore universitario di Santiago del Cile, che cominciò a chiacchierare con me chiedendomi un’informazione. Era in Italia, come già tante altre volte - così mi disse- per un incontro con colleghi italiani di varie università.
Innamorati del nostro Paese, lui e sua moglie avevano riscontrato sulla propria pelle, da turisti di risorse limitate quali erano , il crescere repentino del costo della vita in Italia negli ultimi anni.
L'attuale, favorevole, condizione economica del Cile, mi disse lo svagato e simpatico professore, permetteva alla gente di classe media, come erano loro, di viaggiare anche al di fuori dall’America latina. E l’Italia era una delle loro mete preferite, non solo per motivi di studio e lavoro. Ultimamente però si erano visti costretti a barcamenarsi tra pasti rimediati e alberghi assolutamente convenienti e ad un certo punto mi chiese persino come facessimo ad andare avanti noi, indigeni-prossimi-indigenti…
Poi passammo a parlare di America latina e del Cile.
Il professore aveva vissuto tutta la dittatura di Pinochet schivandone a fatica i colpi più duri. 
Mi descrisse l’ingresso quotidiano in università all’epoca della dittatura, tra poliziotti che sorvegliavano e controllavano più volte i documenti.
E mi diceva “riesce ad immaginarlo? ogni volta che andavo al lavoro subivo diversi controlli e poi altri controlli, ovunque andassi, attività normali e quotidiane passate al setaccio più volte nella stessa giornata…riesce ad immaginarlo? riesce ad immaginare una vita così?”.
No che non potevo immaginarlo, ma il solo pensiero mi dava un brivido scuro e lungo, una traccia che mi rimaneva a pulsare d’inquietudine nella schiena.
Toccammo molti argomenti di politica, politica italiana anche, ma si parlò soprattutto di America, e di America latina.
Mi raccontò della chiesa cattolica cilena che aveva protetto tanti cileni durante la dittatura, così mi disse, anche al di là della linea non troppo ostile nei confronti
di Pinochet tenuta dalla chiesa di Roma.
E parlammo dell’Argentina e della sua vicenda, di Videla e compari.
E qui mi sorpresi a constatare la sua capacità di considerare con oggettività e partecipazione umana la maggior ferocia della giunta Videla rispetto a quella di Pinochet, il maggior numero di morti e di sparizioni e le modalità, ancor più indiscriminate che in Cile, della repressione. Proprio lui che apparteneva ad un Paese così ferito riusciva a distinguere i gradi della crudeltà e a provare pena e vicinanza per chi aveva patito di più.
Parlammo anche della teologia della liberazione e del duro, iroso intervento di Woityla al riguardo, avvenuto proprio durante uno dei suoi viaggi nel continente latino-americano, quando quasi scagliò le braccia sulla testa di un rappresentante del clero latino-americano vicino a quel movimento e le telecamere di mezzo mondo lo immortalarono in quella sfuriata.
Il professore ricordava quel gesto e quella rabbia, vista raramente in forma così intensa nelle esternazioni di Wojtyla, e se ne rammaricava molto poiché certa chiesa militante era stata davvero vicina ai comuni cittadini e questo un po' in tutti i paesi latino-americani oppressi dalle dittature .
Venivano fuori dai suoi racconti giudizi maturati sulla pelle viva e che lasciavano in piedi e moralmente integro solo chi veramente aveva messo l’umanità avanti a tutto, al di là delle considerazioni politiche e confessionali meditate a tavolino, perchè i tavolini, si sa, sono di legno o di altro materiale di certo non impregnato di emozioni e di carne e sangue.
Era felice il professore cileno ch’io sapessi tante cose sia del suo paese sia del suo continente, così come lui sapeva del mio, e perciò mi sorrideva stupito ma anche con amichevole dolcezza.
Mi fece riflettere quell'incontro su come sono vere le dittature e gli uomini che le subiscono. Non roba da film o da commemorazioni stanche, ma sofferenze feroci, familiari e amici che non tornano più, vite alienate tra divieti espliciti e divieti inespressi, sospesi come minacce non scritte ma reali sulla testa della gente comune.
Quando la moglie si risvegliò i due consumarono un panino e una bibita ripromettendosi una cena per la sera, l’unico pasto quotidiano che potevano permettersi di consumare al ristorante.
Poi venne il momento per me di scendere e ci salutammo con grandi sorrisi ché avevamo messo insieme due continenti in meno di due ore.
(già pubblicato il 27 marzo 2008)
p.s.:qui sotto i treni di Tozeur, Alice e Battiato insieme.