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Utente: Terezita
Nome: Tereza Rossi
A scanso di equivoci, fraintendimenti e male letture assortite dico soltanto: molto di quel che sono sta nelle parole scritte e nelle immagini, il resto è nella vita e nei sogni che non racconto ancora e in quelli che rimarranno solo miei.

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lunedì, 30 marzo 2009

il senso dell'ORIZZONTE

"La gioia di vivere ha le sue radici nell'accettazione, nel riconoscimento e nella affettività che qualcun'altro ha nei nostri confronti"
"La malinconia è lo stato d'animo di chi non ha avuto la fortuna di essere amato in modo sufficiente". Smirnov
Queste riflessioni di Giorgio, in coda al suo post sulla malinconia
e sulle sue valenze più profonde mi ha portato ad alcune riflessioni che cercherò di esprimere sinteticamente, per punti fondamentali.
Mi sento di condividere in pieno quanto scritto da Giorgio, convinta come sono, da sempre, che solo  l'amore può risarcire il non-amore e/o il mancato-amore e la vita anche, riempiendo con sapienza e accuratezza quei buchi che ci portiamo dentro, quelle crepe dove l'amore non è stato versato quando doveva esserlo.
Pascal Renoux
I buchi e le crepe che ci portiamo dentro sono i nostri infissi malandati, le nostre strutture malfatte, costruite con risparmio di materiali e senza la doverosa cura artigianale da parte di chi  ci doveva fornire la struttura adeguata per "essere, pienamente essere".
Da quelle fessure ci piovono addosso spifferi cattivi e, a volte, vere e proprie tormente di vento, gelido anche.
Solo l'amore ci può saldare le crepe e può respingere fuori i venti freddi e violenti.
La malinconia, allora, si colorerà di morbido e svelerà la sua vera natura di amore mancato e, forse, potrà trasformarsi in una potenzialità.
spruzzi e gocce
Scrissi anni fa e poi raccontai ad una che prendeva appunti su di me:
"la mia malinconia mi appare a volte solo come una sensualità camuffata, mutata di segno: il senso dell'inespresso d'amore che vaga inquieto e afflitto, che sta ad osservare l'orizzonte da una sedia davanti alla finestra e comprende di possederlo dentro, l'orizzonte, benché, in quel momento, se ne senta, escluso"
acqua vasta acquaLo scrissi e lo dissi perché allora, come oggi, penso che la sensualità sia un'espressione del sentimento, un linguaggio emotivo che non è mai a sé stante ma rappresenta solo una delle possibilità espressive anche se, a mio parere, una delle migliori in assoluto.
Un modo di esser/e/ci nella pienezza del vivere.

domenica, 29 marzo 2009

dal Salento prosegue su su fino a Napoli

Giorgio da Sebenico ci regala ancora un'altra traduzione, in Lingua napoletana.  

Massimo (Troisi)

Giorgio si raccomanda di tenere conto della metafonesi (nel dialetto napoletano le finali tendono a sparire) e qui, aggiungo io, si è misurato con la mia stessa difficoltà poichè anche il calabrese ha la stessa caratteristica. Io, però, non l'ho saputa risolvere così bene come ha fatto lui...

(Ho messo la foto di un volto speciale, di una persona speciale, un concentrato di tutta la malinconica ironia e saggezza di Napoli). 

T’e mai vipp’t ‘o vin’ nziem ‘o ssal
Pe te sentì stu cuorp’ comm’ frije?
T’abbruce comm’abbruce na’ furnace
Quann’a pret’ se squaglia e se fa’ cauce.
Accussì è ammor’ quann’ ven’ a cuorp’
Tutt’e dduje c’appicciamm’ e nun se ver’:
Quann’ l’ammor’ vo’ trasì pe forz’,
Ca Ddie ce scanz’ e libbere!
 http://tereza.splinder.com/post/20179824/parte+dal+Salento+e+arriva+OVU

le precedenti traduzioni:

 


postato da: Terezita alle ore 17:44 | link | commenti (5)
categorie: traduzioni, con contributi esteri
venerdì, 27 marzo 2009

MARINA e la Punteggiatura

Smirnov
Ho attraversato un periodo di tale stress, lavorativo e non, che non riuscivo più a leggere, se non per pochissimo tempo e limitandomi a pochissime pagine.
E' questo il motivo per cui ho impiegato tanto a leggere il racconto di Marina.
Lo prendevo, lo lasciavo, lo riprendevo, lo accantonavo e poi riprovavo; tutto ciò non accadeva certo per un'eccessiva complessità del testo o per un andamento troppo stratificato della storia che le impediva di prendermi.
Nulla di tutto ciò, anzi.
E' che mi rendevo conto che quel racconto aveva bisogno di essere raccolto e messo sott'osservazione, ne dovevo riuscire a seguire il battito o anche il doppio battito, vale a dire quello della storia e quello delle considerazioni sottintese che,come un fiumicello costante, andavano emergendo e risalendo verso un fine e un finale ben precisi. Smirnov
Sì, il ritmo del respiro del racconto di Marina, ecco cos' avevo bisogno di cogliere appieno: un respiro a tratti dimesso, quasi rassegnato, il respiro del protagonista, il respiro dei perdenti o, più precisamente, dei presunti tali.
La storia procede apparentemente così, tra  figure di perdenti e di squali, su linee che immagini d'aver già individuato finché non ti investe, proprio quando oramai avresti detto d’avere compreso tutto, la macchina da guerra della rivincita dei sognatori, quale sono il protagonista e la sua complice Susan.
Il titolo poi è molto accattivante e cela, secondo me, una sintesi perfetta dei due temi di fondo della storia: il cinismo e l’amore per la vita e per i sogni, con la letteratura che fa da sfondo e da ispiratrice, contrapposta alla realtà nuda e necessaria, quella dei perdenti appunto, gli abitanti de "la zona d'ombra" della vita.Smirnov
Mi sono lucidata gli occhi alle ultime pagine, di commozione felice, un sentimento piuttosto noto tra noi, piagnoni della vita, gente che cede nei cinema così come sulle pagine scritte o davanti ad una faccia significativa che incroci per strada, tutto con una facilità da adolescenti imbecilli (e dio solo sa quanto la sottoscritta sia piagnona, sia pure di pianto riservato e privatissimo).
Colpa dunque della cattiva tenuta dei miei serbatoi lacrimali e non di certo di Marina che ha saputo trasferire con uguale intensità la dolcezza del sentimento e l'amore della letteratura in questo racconto dove i perdenti sono solo perdenti immaginari, nella realtà edificatori in proprio dei loro sogni.
Grazie, Marina, solo una con il cuore da ragazza poteva concepire una storia così.
p.s.: qui sotto Dente con "vieni a vivere", uno visto/ascoltato per caso su Mtv e subito amato, stralunato e stralunando...

postato da: Terezita alle ore 16:40 | link | commenti (2)
categorie: citazioni
giovedì, 26 marzo 2009

parte dal Salento e arriva OVUNQUE

Pubblico, dal blog dell'amico Sogni, una poesia in Lingua grico-salentina e la traduzione italiana a seguire: Salento

da: Canti di pianto e d'amore dell'antico Salento, a cura di B. Montina

Echi pimmena to crasì ma t'ala
na di to sòmasu pos ssu dianizi?
Ecèede satti cèede mia carcara
ecì pu to lisari svesti jurizi.
Ce ìus ene e agapi naturala
ceumèsta oli ce dio c'e mmas chorizi:
e agapi mott'embenni ap'ù nigrù
ma scampefsi o Cristò tus cristianù
.

 

Hai mai bevuto il vino con il sale
per sentire come ti frigge il corpo?
Ti brucia come brucia una fornace
quando la pietra si trasforma in calce.
Così è l'amore quando è viscerale
tutti e due bruciamo e non si vede:
quando l'amore entra di forza
Cristo possa scampare gli uomini.

http://sogniebisogni.ilcannocchiale.it/

Qui aggiungo la mia traduzione, estemporanea e rudimentale, basata sui soli ricordi fonetici, in Lingua calabro-terronea:

Ti sì vivuto maje  u vine cu u sad'e
pe’ sentere cume ti frija ‘n cuorpe?
Te' vrucia cuma na furnæce
Quann' a petra ddivene cavuce.
Cussì è l’amure quann' u' tiene dintr’ i vviscere:
tutt’e duje ni stime vrucianne e nun si vvide nente 'e fora:
quanne l’amure intra a' fforza…
ka Crist'e pozza scampari l’ommine.

p.s.: ho introdotto alcune correzioni che, forse, rendono il testo più fedele alla lingua di riferimento...tutto all'insegna della sperimentazione!

mani secondo P. Renoux/1

Vi va di tradurre il brano in altre Lingue...nella vostra?

Ed ecco la traduzione di Enzo  che ha raccolto prontamente l'invito...ci contavo!

U’ vvivisti mai u vinu ‘cu u sali?
Pi’ sentiri comu friiunu i carni
T'abbrucia comu abbrucia 'na furnaci
quannu 'a petra addiventa quacina.
Accussì è l’amuri si’ è prufunnu
N’abbruciamu tutti due e ‘un si viri:
Quannu trasi ccu’ supirchiaria l’amuri
Cristu si ni 'ppò fuiri di l'ommini.

Enzo Rasi

p.s.:qui sotto Eugenio Bennato con

"CHE MEDITERRANEO SIA..."


postato da: Terezita alle ore 09:26 | link | commenti (13)
categorie: traduzioni, diletta terronia
martedì, 24 marzo 2009

un COMMENTO sul blog di Giorgio, qualche giorno fa...

Pascal Renoux...proprio nel DISTINGUERE ogni essere umano da ogni altro, nel rispettarne la sua unicità di percorso e di storia, nel tenerne conto sempre quando ci si relaziona ad un altro, proprio lì sta il mezzo per riuscire a vivere da PERSONE vere.
Ho visto e vedo tanta gente fare sempre di tutta l'erba un fascio- tanto per citare un modo di dire comune e luogocomunicante- e trovare in questo una rassicurazione e una apparentemente salutare via di fuga, tanto dalla comprensione di sé stessi quanto degli altri.
Per questo odio gli oroscopi: la data e l'ora di nascita prese a destino dell'esistenza, per sempre.
Per questo guardo le statistiche "spiegatutto" con la dovuta cautela: i fenomeni di massa esistono, non lo negherei mai, ma sono il frutto di mille comportamenti INDIVIDUALI e di condizioni storico-sociali precise, diverse da momento a momento e da contesto a contesto.
Certo, ingoiare una statistica o una facile generalizzazione è un po' come ingoiare una pillola: può anche far bene, anche molto bene, ma occorrerà sempre salvaguardarsi dal diventarne "tossicodipendenti".

Lasciamoci governare da una sana e sempre in esercizio testa criticamente pensante: la nostra.
Penso che senza questi presupposti: la propria testa pensante e il senso forte dell'unicità di ciascuno non ci si possa neanche innamorare...

 Ciao a tutti

Tereza



postato da: Terezita alle ore 15:58 | link | commenti (3)
categorie:
domenica, 22 marzo 2009

ECCEnTrico

giravolta
ECCENTRICO
 è un aggettivo,
spesso sussurrato, accennato, camuffato e reso in bello stile, falsamente ammirativo anche, ma quasi sempre, ricordalo, il suo senso attribuito è deviato e fuorviante.
ECCENTRICO
è un aggettivo,
che pedina e insegue anche i bambini e talvolta è usato per prendere forte a schiaffi mantenendo un'aria indifferente e innocua.
ECCENTRICO
 è un aggettivo,
e a schivarne gli schiaffi si diventa abili  vivendo prima, invecchiando, poi .
ECCENTRICO
è un aggettivo
e in quella parola sta di tutto,
ma molto di quel che sta ha cattivo odore: odore di ambienti chiusi e troppi fiati lì dentro a tirare, fiati trattenuti e rabbiosi dietro alle persiane a spiare chi passa, come e cosa fa e soprattutto dov’è diretto; soprattutto questo: la direzione, il moto a luogo.
bordeaux e zafferano
ECCENTRICO
è un aggettivo,
dall’ odore forte e nauseabondo, respiro di supponenza e d'irrancidito ed economico moralismo.
Sa di riprovazione sottotraccia e, andando ancor più sotto, di inesauribile condanna.
ECCENTRICO
è solo un aggettivo,
ma se lo pronunciano guardandoti con un filo grosso di ammirazione e magari vestendolo di falsa nobiltà artistoide, non temere:
è sempre puzza di bruciato alla fine...
E'
ECCENTRICO:
un aggettivo che nasce nobile e spesso muore sfregiato...
 

postato da: Terezita alle ore 11:26 | link | commenti (2)
categorie: im/penna/te e provocazioni
venerdì, 20 marzo 2009

l'amore, a vent'anni, faceva paura

Pascal Renoux
I ragazzi erano circa una quindicina, maschi e femmine, e solo alcuni formavano una coppia.
Se ne andarono in gita alla fine di dicembre, nella pausa tra Natale e Capodanno, in una bella città toscana, in un albergo ch’era più che altro un ostello, dove furono sistemati in uno stanzone per comitive, composto da due pareti di lettini singoli.
Le poche coppie trovarono il modo di sistemarsi, magroline com’erano, in un unico lettino, almeno per parte della notte: era un’occasione da non sprecare per stare vicini.
Altri si sistemarono momentaneamente insieme, per lo più per far caciara e ridere, i maschi soprattutto: per prendersi in giro e fare gli scemi sbeffeggiandosi a vicenda sulla momentanea comunanza di letto.
Pascal Renoux
I ragazzi erano tutti di età compresa tra i diciotto e i ventuno anni, tanta voglia di mangiarsi presto il futuro e farlo proprio.
Faceva freddo in quel dicembre ma loro non se ne accorsero, tra le passeggiate in città e le soste in un ristorante che li accolse con prezzi modici, adatti alle loro tasche giovani, e abbondanti piatti di pasta: passarono quei tre giorni a parlare di tutto e, la sera, nello stanzone, si confessarono tutte le loro paure e le loro speranze ma, soprattutto, i sogni.
L’atmosfera era quella di una grande comunanza, di una forte solidarietà di genere d’età, di un desiderio comune e sentito di trovare un modello di compartecipazione delle emozioni e delle ansie anche.
Fu in questo clima che un bel ragazzo biondo, diverso da tutti gli altri per condizione familiare e sociale più incerta ma forse migliore di tutti per delicatezza e complessità d’animo, confessò apertamente e davanti a tutti, nella penombra dello stanzone, mentre la sua ragazza gli era accanto, stretti tutte e due nel lettino, di temere l’amore.
ancora albicocche da Tereza
Fece impressione a tutti quell’ammissione piena di innocente coraggio: M era il più adulto e non solo per età, aveva ventuno anni, ma perché era andato a lavorare già da tempo per necessità e tutti gli altri invece erano studenti, la maggior parte a tempo pieno.
Ma, mentre M ammetteva con una dolcezza mai sentita prima la sua fragilità di uomo ancora in divenire, nessuno trovò la forza di commentare e argomentare alcunché, anzi.
C’è che tutti compresero esattamente, nel silenzio e nella penombra che s’erano stesi in quello stanzone, quel gesto di sincerità estrema che metteva lui, ventenne bello e delicato, fragile e limpido nella sua identità maschile ancora così spaventata dall’amore fisico, nelle mani di tutti noi che lo stavamo ad ascoltare.
Una grande lezione di cui gli sono ancora grata.
A lui, ovunque sia, dedico il pezzo dei Madredeus qui sotto:
 

postato da: Terezita alle ore 09:45 | link | commenti (10)
categorie: compagni di scuola, di cammino e a venire
giovedì, 19 marzo 2009

Galli e Pollai

camicia che attende
...non so perché...ma quando incappo in qualcuno afflitto dalla sindrome del "Gallo Unico del Pollaio Assoluto", si tratti di uomini o di donne non fa differenza, mi viene sempre di uscirmene dalla stanza dove sta argomentando e sistemarmi comoda sul muretto di fronte al pollaio, a godermi la perfetta surrealità comica del suo monologo cantato in forma di chicchiricchì.
Anni fa capitò che una Gallessa così si esprimesse su di me, parlando con una comune conoscenza:
"ma quella non mi si caca per niente!"
ESATTO! le avrei voluto rispondere...
Firmato:
(senza nulla a pretendere, non facciamo vedere che siamo provinciali, etc...)
Tereza De Curtis
ananas e web
p.s.:quando ho pensato a questo testo l'ho collegato subito alla foto che apre il post: una camicia "bon ton" con aria vagamente seduttiva-niente-de-ché...una finitura ironica in immagine ché quella camicia è la mia!
L'ananas invece sta a significare: magna e sta zitto!, detto a tutti i "Galli unici dei Pollai Assoluti".

postato da: Terezita alle ore 09:02 | link | commenti (8)
categorie:
martedì, 17 marzo 2009

NAVES ADVERSIS VENTIS RETINENTUR/3- ultimo

Liceo Parini

“ l’ho chiamata il giorno dopo e mi ha raccontato di nuovo un sacco di bugie sulla sera prima. Allora gliel'ho detto e l’ho mollata”.
T, vedendo quella faccia amara, cercò di rimediare pure là dove non poteva.
Tentò spiegazioni consolatorie facendo appello a tutte le sue risorse dialettiche e coniando fantasiose ragioni che dessero una lettura benevola ed accettabile dell'episodio, sia per D sia per quella donna.
Gli espresse pure un pensiero che aveva da tempo, nato da certi particolari raccontati da D:
"potrebbe aver tentato di allontanarti perchè è spaventata dalla differenza d'età. Prova a metterti nei suoi panni, D, guarda, non credo sia facile...".
D però, sputato il fattaccio, pareva già risollevato, quasi disinteressato a quel che un momento prima aveva raccontato con quell’espressione di acida e gelosa vendetta.
Poi preparò un tè e, mentre lo bevevano, riprese a fare i suoi discorsi da gatto in cerca di tana e compagna di tana.scoiattolo scrutante
Si stiracchiava sulla poltrona e parlava di come doveva essere bello abbracciarsi di prima mattina nel letto, di come desiderava quell’intimità.
T lo prese in giro per l’ennesima volta e cercò di smontargli quell’aria buffa da micio sognante dicendogli che secondo lei aveva solo desiderio di scopare più spesso, che in fin dei conti, avendo la casa a disposizione, poteva fare come desiderava e che, altrimenti, si sarebbe scocciato presto di quella presenza da moglie, continua e assillante.
Rideva T e lo sfotteva senza freni, per nulla intimidita, che erano troppo amici loro due per farsi problemi.
E D non si fece pregare:
“può darsi tu abbia ragione ma a me adesso andrebbe di vivere così e non m’importa se è troppo presto, se sono troppo giovane, mi va e basta”.
Si stirò ancora una volta, si rimise seduto dritto sulla poltrona e la guardò. Aveva un’espressione piena di tenerezza sì, ma anche di netta luce insinuante negli occhi.

chiara poltrona

Poi, lentamente, quasi soffiando le parole verso il soffitto, se ne uscì così:
“ immagina che bello, liberi in casa propria, in un momento qualunque, come questo, per esempio, si potrebbe fare su quella poltrona dove sei seduta tu adesso…e verrebbe benissimo…no?...”
T ebbe un impercettibile sobbalzo interno. Cercò di non distogliere lo sguardo da D e, sorridendo con infantile malizia e tutta l’aria di serenità che riuscì a racimolare in quell’imbarazzante pausa, rispose:
“qui, su questa poltrona? dici che sarebbe adatta? non ha i braccioli troppo alti ed ingombranti?”
Non sapeva come gestire il discorso T, perciò scivolò su quel terreno rendendolo ancor più confidenziale e pericoloso ma con l'aria di chi parla di modifiche all'arredamento. Capì d'aver sbagliato e non sapeva più come cavarsi fuori.
E cominciò a chiedersi se veramente volesse  cavarsi fuori.
T era in ansia perchè non aveva avuto il tempo per considerare, per prevedere nulla e, soprattutto, non aveva mai pensato di piacere così a D.

HORVAT

Perciò non trovò nulla di meglio da aggiungere alle sue già vistose gaffe, ma riuscì lo stesso ad  assumere l’aria di chi risponde ad un’innocua intervista.
Il discorso quindi morì lì, tra sorrisi e battute sceme.
Passò qualche settimana da quello strambo pomeriggio e T chiamò D per rivederlo.
D era molto impegnato, aveva ripreso a studiare di lena, desiderava laurearsi e riguadagnare il tempo perduto in fughe da casa e donne tormentose. Le disse quasi solo questo.
Non le disse che l’avrebbe richiamata.
E non la richiamò.BOUBAT
T provò un paio di volte ancora. Gli propose di fare due passi insieme e provò a chiedergli come gli andavano le cose.
Ma D fu asciutto, parsimonioso e quasi avaro di sé e poi non aveva tempo da dedicarle ora, doveva studiare.
T decise di lasciar correre, più in là forse.
D non la cercò mai più e una volta, ad un incrocio, la vide e si infilò in un portone per non incontrarla . 
T si convinse definitivamente solo allora d'aver letto giusto su quella faccenda della poltrona.
Ma ormai era tardi, in tutti i sensi. 
3/Fine.
(già  pubblicato nel 2008)
n.b.:la foto di apertura dei tre post appartiene  all'archivio del liceo Parini di Milano, disponibile  in rete, e ha valore  puramente simbolico e illustrativo: non ha nulla a che fare con la storia narrata.    
p.s.:chiude "Because the night", Patti Smith, e le scene del film L'Atalante, riprese da Enrico Ghezzi per la sigla, impareggiabilmente bella, di "Fuori orario". 

postato da: Terezita alle ore 08:44 | link | commenti (7)
categorie: compagni di scuola, di cammino e a venire
lunedì, 16 marzo 2009

NAVES ADVERSIS VENTIS RETINENTUR/2

Pascal Renoux 
Passarono diversi pomeriggi  in quella primavera tra le camminate sotto al sole e le chiacchiere sul divano. Talvolta andavano scorrendo anche delle conoscenze comuni, ridendo e ricordando vicende e personaggi sgangherati.
D le parlava spesso del suo desiderio d’avere una donna vicino: in casa da solo a volte gli pesava, questo le ripeteva spesso.
E poi desiderava tanto la vicinanza fisica di un corpo di donna, nel letto al mattino e lì, sul divano a passare le serate. Faceva gli occhi e l’espressione da gatto quando parlava così. Si stirava un po', anche, proprio come un felino domestico.
T lo prendeva in giro:
“ ti vuoi sposare? ma dai, sei troppo giovane! e parli come un vecchio, magari è solo perché ora stai da solo in una casa troppo grande…”
Ma D ribatteva su quel tasto, e intanto svaporava con gli occhi scuri e quelle labbra d'un rosso pieno che aveva, somigliando a tratti ad una gatta femmina nel pensiero di quel calore che lo attraeva tanto.
Poi un pomeriggio, mentre prendevano il sole su una panchina vicino casa, D le raccontò:
“Lo sai che mia madre mi fa sempre domande su di te?”
divano bianco
T scoppiò a ridere immaginando il motivo di quella richiesta di informazioni: i genitori di D tornavano ogni tanto ed era accaduto che lei li incrociasse, passando da lui per andare a spasso insieme.
T si era già accorta dell’esame attento e assai mal dissimulato compiuto dalla madre di D su di lei e ne aveva parlato con lui.
Insieme avevano immaginato i discorsi dei genitori senza farsi mancare un pizzico di giovanile e scapestrata derisione da parte di entrambi.
Era noto ed evidente: i genitori di D erano contrariati da quella sua relazione con una donna più grande e glielo rinfacciavano sempre.
Spesso erano vere e durissime liti.
L’apparizione di T era sembrata loro un miraggio.
Una coetanea finalmente. Ci speravano insomma.
Finirono per riderne insieme, D ed T,  di quella curiosità e di quelle trame segrete: erano troppo amici per non farlo e non dirselo apertamente.
T poi era stata solidale con D da subito per quella storia così osteggiata, anche se per tanti aspetti quella relazione non convinceva neanche lei, ma  non certo per la differenza d’età: quello era proprio l’ultimo particolare e per lei di peso uguale a zero.
Ma un pomeriggio, era inizio autunno, con un'espressione disturbata, D le raccontò :
“sai che l’ho vista con un altro?”pensiero di uomo
“ma dai, ne sei sicuro?”
“sì, ci eravamo sentiti poco prima, mi aveva disdetto l’appuntamento perché aveva del lavoro da finire, così aveva detto…”
“ ma allora non era lei...se mi dici che era sera poi, come fai ad esserne sicuro?” 
“sono andato apposta dalle sue parti, era da tempo che sospettavo avesse un altro. Dalla fermata del bus l’ho vista uscire di casa e non è andata al lavoro, è salita in macchina, lui l’aspettava…”
T si sentì a disagio, ovvio.
Cercò di salvare e segnalare tutte le ipotesi favorevoli alla donna, anche le più improbabili.
Ma D insistette:
“ l’ho chiamata la mattina dopo e mi ha raccontato di nuovo un sacco di bugie sulla sera prima. Allora gliel'ho detto e l’ho mollata”.
2 di 3/continua

postato da: Terezita alle ore 22:33 | link | commenti
categorie: compagni di scuola, di cammino e a venire