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Utente: Terezita
Nome: Tereza Rossi
A scanso di equivoci, fraintendimenti e male letture assortite dico soltanto: molto di quel che sono sta nelle parole scritte e nelle immagini, il resto è nella vita e nei sogni che non racconto ancora e in quelli che rimarranno solo miei.

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giovedì, 28 maggio 2009

...urca!

80.000 visite!!!

e, a proposito di esclamazioni, sorprese e straniamenti eccovi un post riesumato:

Elettriche follie

La primavera mi fa fiorire la materia cerebrale di strane foglioline, eclettiche e danzanti nella loro inarginabile pazzia, inclassificabili sotto il profilo espressivo. Le  chiamerò elettriche follie, perchè frutto di accensioni rapide e sconclusionate.

Eccone una, pubblicata nel 2008 e ristampata qui per mettervi 'n pochetto de paura...ma io sarò sempre per il metodo Basaglia, sappiatelo.

la ROSSA di SAUCO

Lo straniamento è un po' come l'innamoramento
ti porta altrove e da nessuna parte
ti solleva dal mondo e dalle perplessità
ti rende finanche perplessità vivente
ti slaccia dai pre-concetti e dai pre-giudizi
ti monda persino da te stesso.
Lo straniamento non si può descrivere efficacemente
per questo sortisce quel 
"ma che c---- dici?".
Lo straniamento è per definizione libero e anarchico:
ti coglie là ove non pensi e non aspetti
o anche ma non solo sulla via di Damasco.
Lo straniamento è l'infanzia del pensiero.

p.s. stranitevi l'anima con "noir desir", vi piacerà:


mercoledì, 27 maggio 2009

PRO-Memoria

Quando si dice adottare e fare propri gli stessi criteri con i quali , a suo tempo, fummo colpiti e bastonati nel pregiudizio e nell'emarginazione.

La memoria alimentata e rispettata rende davvero liberi dal pregiudizio e dai suoi parenti stretti: la memoria, lei davvero, ci può rendere migliori.

Dedicato ai miei bisnonni e anche ai miei nonni che da lì tornarono.  

Lucania, foto di Arturo Zavattini

 “Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perchè poco attraenti e selvatici ma perchè si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali.”

Grassano,1960- foto di Mario Carbone Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

(Dalla relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano
sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912)


martedì, 26 maggio 2009

i cani e gli amanti

Vide due cani per strada che s’azzuffavano giocando, così come fanno tutti i cani.

Si ricordò allora di certi momenti da amanti e si trovò ad osservare i cani giocare quasi come vedesse il film dell’amore quando s’infuria e diviene quasi zuffa.

Guardò e ricordò: il cercarsi affannoso e senza senso di due amanti, vicinissimi eppure tormentati dalla ricerca di non si sa che cosa, proprio come due cani in un duello giocoso.

Irina VELICHKO

Considerò com’era infantile e genuinamente selvaggio il sentimento di quelli, amanti, che si cercano pur stando vicinissimi, i loro gesti che sembrano uno sbranarsi, un contendersi la vita per divorarla con avidità.

Ripensò a come le piacevano quei momenti e all’eccitazione incontenibile che le procuravano ogni volta: cercarsi come cani in zuffa nello spazio ristretto di un angolo di letto.

“Ecco- pensò- l’amore fa tornare cani e ci ricongiunge a quello che, con più sana certezza, vivendo veramente siamo".
V. Ivanovski
qui sotto una squisitezza in musica degli amatissimi Avion Travel:
Peppe Servillo m' fa murì...

postato da: Terezita alle ore 12:10 | link | commenti (8)
categorie: eros e allegati
lunedì, 25 maggio 2009

il Principio del DISORDINE

(già pubblicato nel 2007)
Spesso mi è stato addebitata la responsabilità del principio del disordine: alcuni lo chiamerebbero così.
E  forse hanno anche ragione.
Io ci convivo con questo peso e lo reggo discretamente anche se spesso ne ho  pianto e ne piango ancora, davvero.
A otto anni, in terza elementare- andavo a scuola dalle suore- quando la mia maestra si assentava per insegnare in un'altra classe, 2 o 3 ore a settimana nelle classi della scuola media annessa a quell'istituto, veniva un'insegnante di disegno della scuola media, suora anche lei.
Non ne ricordo il nome.
Ricordo  però com'era.
Severa senza necessità. Con pretese inverosimili dal punto di vista didattico. Quasi sicuramente isterica per condizione e scelta di vita.
Tutto di lei, intendo fisicamente, lo comunicava.
Per motivi che non ho mai capito mi aveva preso di mira.
varie e sparse
Non per il rendimento, tutt'altro, bensì per qualcosa che evidentemente le trasmettevo, mettendola in crisi.
Eppure ero una bambina timidissima, credetemi.
La mia maestra a volte se ne commuoveva e aveva per me riguardi speciali.
Lei, la disegnatrice a punte aguzze, mi detestava.
Mi richiamava sempre, anche e soprattutto senza motivo.
All'ennesimo richiamo, il più assurdo di tutti, mentr'ero china e assorta nel mio lavoro, le risposi contestandole il suo accanimento senza ragione.
Si gonfiò di furia.
Mi fece mettere in piedi e mi chiese il cognome che di suo non poteva ricordare poiché veniva raramente in quella classe.
Mi alzai solo alla terza richiesta:
"dimmi come ti chiami! ne parlerò con la tua maestra! vedrai!" 
le risposi con un secco:
"non me lo ricordo più".
Sembrava impazzita l'aguzzina dell'arte.
Ripetè la domanda ed ebbe ancora la stessa risposta.
Finì con una sua sconfitta e se pure ne parlò con la mia maestra io non ne seppi mai più nulla.
Ma non finisce qui...
colors
Una settimana dopo prese di mira un'altra bambina, una che avrebbe vinto le universiadi di timidezza se ci fossero mai state.
Stesso accanimento e stesso richiamo immotivato.
"in piedi! dimmi come ti chiami che ti farò punire dalla tua maestra!"
La "mammolissima" P. si alzò, viola in volto per tutto quel che c'era e...:
"non me lo ricordo!" disse ad occhi bassi e vergognosi.
Non vi  racconto oltre, l'aguzza e  mancata donna ebbe quasi un infarto per il secondo affronto in una settimana e, soprattutto, per aver riconosciuto la traccia  della mia miccia.
Io mi girai verso P.  che era una delle più alte e stava negli ultimi banchi e la guardai. bambina
P. aveva già chinato di nuovo la testa  sul disegno e non incrociò il mio sguardo. Era ancor più viola in viso, penso per la paura dell'affronto commesso di fresco.
Forse piangeva.
Io mi sentii strana.
Orgogliosa.
Non più sola.
Unita ad una timida come me che s'era fatta guerriera sul mio esempio.
Pesante anche, come di una responsabilità piovuta in capo e non calcolata.
Sconcertata forse.
La disegnatrice d'isteria non fu più così cattiva con nessuno.
Cattiva ancora sì, ma meno di prima.

venerdì, 22 maggio 2009

Arabia

Stamane, uscendo su una delle piazze più belle d’occidente, ho incontrato la luce nitida delle cose e mi sono lasciata perdere all’ascolto di Desert Rose.
Ho iniziato così a slittare di anche verso la destinazione lavorativa quotidiana mentre i passi si stendevano intrecciandosi uno avanti all’altro, ad andamento serpentino, riflesso della scioltezza che m’era scesa nelle anche con la musica.
La musica araba di sottofondo a Sting si faceva movimento e passo, slittava con tutto il corpo, soprattutto tra gambe, piedi e anche.

(lei è Sibel Kekilli)
Ho ricordato la strana impressione che spesso mi trasmette certo guizzare d’occhi d’arabi sorridenti qui e là nei negozi e dell’effetto di déjà-vu quasi affettivo che mi mette addosso: un rimandare di complicità etnica m’è sembrato tante volte, un riaffiorare a crema di sguardi di antichi fratelli, sguardi che risalgono alla coscienza da chissà dove,  con la scienza dei numeri e delle incognite algebriche e la poesia erotica a far da eco.

E stamattina, mentre proseguivo, mi sono sentita più dritta nella postura e quasi altera persino, a dispetto di gambe, anche e passi che continuavano a slittare ai margini della piazza piena di luce.
E mi sono chiesta da dove mi arrivava ancora una volta Arabia, da quale tempo dimenticato alla memoria: certo dev’esserci stato un tempo arabo nella mia storia  se ogni volta che parte una musica come quella avverto il passo farsi così docile e pieno di astuzie, così danzante.

Credo a poche favole, sebbene sia spesso preda di suggestioni di vario titolo, ma quelle poche le credo forte e c’è una storia tra le tante che mi piace immaginare per vera: è quella sull’esistenza di una memoria “genetica”, composta di frammenti sopravvissuti della memoria dei più lontani predecessori, depositata in angoli e anfratti poco evidenti nel magazzino cerebrale, frammenti che riaffiorano così, per strane combinazioni di là da spiegare.
Ecco, stamattina ho pensato di nuovo: questa è la mia memoria araba che riaffiora, mentre un brivido certo mi incartava, nei jeans e nella camicia, un brivido lungo tutta quanta me.

Arabia e oro


postato da: Terezita alle ore 12:04 | link | commenti (10)
categorie: eccessi descrittivo-emozionali
mercoledì, 20 maggio 2009

l'Ocra, il turchese Cupo, le RONDINI...e un Punto solo

SOTTOTITOLO:Post scritto a stomaco vuoto

Un bel palazzo color ocra, di primo novecento, mi ha abbagliato: se ne stava stamattina compatto contro il cielo color turchese cupo, quel colore che a Roma si affaccia soprattutto in primavera-ma non solo, io ero sull’autobus che correva sul viale di case d’epoca, reso più ampio dalla luce piena del cielo color turchese cupo, quello descritto nelle righe precedenti a queste per intenderci, e c'era ancora poco traffico a stravolgere l’equilibrio degli spazi spaziosi;

l’autobus correva incontro alla piazza con fontana e giardino, quella nelle vicinanze delle Rai, e correva incontro pure ad un pazzoide trasognante che cavalcava il cielo turchese e il viale spazioso su due ruote di bicicletta, svagando contromano senza battere ciglio, fermo era anche il ciglio dell’Atac-autista, giovane e mingherlino, certo e calmissimo nei gesti delle mani sottili, da lavoratore di puro intelletto, appoggiate sul volante extra-largo che muoveva come se lo manovrasse fin da quando era bambino alle elementari;

intanto il pazzoide trasognato dribblava l’autobus e lo evitava all’ultimo secondo, mettendosi al sicuro con una curva parabolica e nascondendosi con assoluta spontaneità tra i pulmini rossi e grigi degli ambulanti di camicie “10 euro ed è tutta robba ‘taliana”: imperturbabile il giovane Atac-autista si limitava a riposizionarsi un triangolino della sua crestina al gel perfecto e sembrava non aver considerato neanche visivamente il pazzoide trasognante e trasognato;

nel frattempo dentro al bus una follazza eterogenea, di quelle che così eterogenee solo a Roma ci possiamo permettere, premeva contro le porte, da dentro e da fuori, con assoluta, infaticabile tenacia e olimpico distacco ché tanto ormai la meta-capolinea era ad un tiro di fischio: così spiegava alla sua signora e datrice di lavoro, detta anche "impaziente come mai", la lavoratrice filippina parlando al cellulare con quell’intonazione da gong-gong e bong-bong che rende ogni cosa detta un'arrampicata d’ansia e di rincorsa mentre io, stordita dai gong e dai bong, pensavo al mio stomaco ancora vuoto per colpa delle analisi del sangue e ad una canzone sulle rondini di Lucio Dalla che ho scovato ieri su di un BLOG
amico:
sarà che si parlava di Spoleto e di Firenze e di altro ancora?
sarà che le rondini non abitano più in Italia?
quel che so per certo è che  
senz'altro sarà punto qui, finalmente.

postato da: Terezita alle ore 14:16 | link | commenti (13)
categorie: divertissement, annotazioni visive e/o estetiche
martedì, 19 maggio 2009

Sono io

la ROSSA di SAUCO

La tipa nel riquadro-video in alto a sinistra potrei essere io:

l'interpretazione e lo spirito sono identici,  

la compagnia di sbalestrati mi piace fin troppo, 

la canzone è un inno alla follia-amore di vivere...

e che il resto vada in malora, olè!

RIDO! 

RIDETE!

Caselli d'autostrada tutto il tempo si consuma
Ma Venere riappare sempre fresca dalla schiuma
La
foto della scuola non mi assomiglia più
Ma i miei difetti sono tutti intatti
E ogni cicatrice è un autografo di Dio
Nessuno potrà vivere la mia vita al posto mio
Per quanto mi identifichi nel battito di un altro
Sarà sempre attraverso questo cuore
E giorno dopo giorno passeranno le stagioni
Ma resterà qualcosa in questa strada
Non mi è concesso più di delegarti i miei casini
Mi butto dentro vada come vada
Siamo come il sole a mezzogiorno baby
Senza più nessuna ombra intorno...baby
Un bacio e poi un bacio e poi un bacio e poi altri cento
Teoricamente il mondo è più leggero di una piuma
Nessun filo spinato potrà rallentare il vento
Non tutto quel che brucia si consuma
E sogno dopo sogno sono sveglio finalmente
Per fare i conti con le tue promesse
Un giorno passa in fretta e non c'è tempo di pensare
Muoviamoci che poi diventa sera...
Siamo come il sole a mezzogiorno baby
Senza più nessuna ombra intorno...baby
Gente che viene
Gente che va
Gente che torna
Gente che sta
Il sole se la ride in mezzo al cielo
A guardare noi che ci facciamo il culo
E' un gioco
Mezzogiorno di fuoco
E' un lampo
Sulle armature
In guardia
Niente da capire
Mi specchio
In una goccia di sudore
Siamo come il sole a mezzogiorno baby
Senza più nessuna ombra intorno...baby


lunedì, 18 maggio 2009

Pollo e patate: una vita in ROSTICCERIA

V. Ivanovski
Il corpo delle donne è sottoposto a codici, numeri e aggettivi.
Il corpo delle donne è misurato e, in base alla misura, valutato:
la seconda o la quarta di reggiseno possono fare la differenza, urca se possono!
E poi il celebratissimo: 90-60-90.
Anche delle cosce si parla per centimetri: la lunghezza, il giro-coscia, lo stacco di coscia…e qui, con lo stacco, mi vedo già addentarmi una coscia come fossi un pollo allo spiedo:
"me la stacco e me la magno, slurp!"
E sì, spesso il corpo delle donne è assimilabile a quello di un pollo di rosticceria: petto o coscia?
Ogni parte del corpo delle donne, proprio come in un accurato trattato di gastronomia, ha un aggettivo che la qualifica e uno che la squalifica:
-le caviglie devono essere sottili
-mani e piedi possono essere solo affusolati
-il collo dev’essere slanciato
-il seno florido e sodo
ecc.ecc.ecc…
Il corpo delle donne è sempre considerato per singole parti, proprio come quello di un pollo.

Nessuno si interesserà mai allo stesso modo del corpo e dell’estetica maschile: all’uomo basta esserci per avere un valore, fisico a parte.
Nessun uomo sarà valutato tanto severamente e pezzo per pezzo da un punto di vista estetico e nessun uomo riposerà mai nella vetrina di una rosticceria.
Il problema vero è che a me piace il pollo, soprattutto la coscia, e questo discorso appena buttato giù mi mette in crisi: non me la sento di diventare cannibale.
Il problema vero è che ancora troppe, troppissime donne vanno in rosticceria per svoltare la cena, vuoi per mancanza di tempo vuoi di pensiero pensante.

venerdì, 15 maggio 2009

Absolute beginners

V. Ivanovski

Erano due amanti su misura da diverso tempo.

S’erano trovati e presi le misure con accortezza e perizia ché le loro similitudini avevano funzionato ad incastro perfetto, da subito.

Ogni volta che s’incontravano sembravano ingaggiare vere e proprie lotte sensuali ma né più né meno di come altri da bambini avevano giocato a battersi e combattersi: così erano loro due, vivacemente rabbiosi e, alla fine, spesso ridenti e compiaciuti di loro stessi e del loro incastro perfetto.

Recitavano le loro parti, convenzionali e non, con adesione convinta e ironica e quello che li teneva così attratti l’uno dall’altra era proprio la loro consapevolezza teatrale:  un istinto da palcoscenico amoroso li animava e li faceva complici.

Questo finché uno dei due sbagliò clamorosamente mossa.

Accadde in un pomeriggio caldissimo, a casa di lui.

La donna, entrando, gli aveva visto uno sguardo torvo, un’espressione stanca, provata di delusione, di fastidio anche, e gliene aveva chiesto il motivo. pensiero di uomo

L’uomo aveva negato, tradendosi però, ché con impercettibili movimenti s’era tirato su con le spalle come chi si aggiusta per riprendere il controllo, e questo a lei non era sfuggito:

“sembri stanco, molto stanco o forse contrariato”.

E lui s’era aggiustato ancora e, negando senza convinzione, aveva ripreso una postura da uomo "solido e costruttivo".

Poi, quando avevano iniziato a fare l’amore tutto sembrava come altre volte, solo lei gli teneva un po’ più testa di sempre, quasi gli avvertisse nei gesti una carica aggressiva estranea, diversa.

Fu in questa atmosfera ad insolita frequenza, dove il motivo sospeso e segreto del malumore di lui allungava un’ombra nociva e spogliava rovinosamente l’eros di quella vena teatrale e divertita che normalmente correva tra loro, che ad un certo punto lui le sferrò uno schiaffo.

Lei ne sentì solo il rumore ché non era un vero schiaffo ma ne rimase così stupita da coprirsi gli occhi con le mani e stropicciarli poi più e più volte, per ricredersi.

RIBOUD

Quei due non erano stati fin lì amanti qualsiasi: non avevano mai tenuto conto né delle norme scritte né di quelle approvate, spesso anzi sembravano  pronti a sbranarsi nel loro reciproco godersi, ma era sensualità e null’altro, quello schiaffo invece risuonò sinistro, del tutto fuori posto e collocazione.

Attonita, lei non riusciva a riprendersi dallo stupore: sì, riusciva a provare solo stupore, faticava a prendere coscienza di altro che non fosse stupore, faticava a fare l’amore e, anzi, aveva smesso del tutto.

V. IvanovskiNel silenzio delle ragioni ch’era calato tra loro stettero ancora un po’  a parlare e a lui uscì, infine, il motivo del disappunto e dell’aria scura che aveva: un problema di lavoro.

La donna annotò la confessione e in cuor suo si sentì sollevata: sentiva d’aver raccolto gli elementi per costruirsi un senso di quello schiaffo, un senso però che non sarebbe mai divenuto un’attenuante, per nessuno dei due e per lui soprattutto. 

Quel giorno stesso, dopo che si furono salutati, e nei giorni seguenti ancor di più, la donna capì che quel colpo era stato dato per schietta e scarna rabbia e seppe così, nel suo profondo, che non glielo avrebbe mai più perdonato e che  quello sarebbe stato il frammento sul quale avrebbe impostato e costruito la sua distanza e il suo distacco da lui.

Lo avvertì come un fatto naturale, inarginabile, di un‘urgenza fisiologica quasi, la cui forza era divenuta pari all’attrazione erotica, questa davvero inarginabile che aveva provato per quell’uomo sin dal primo momento e per così tanto tempo.

E il sentimento della distanza in lei andò crescendo a gran velocità, senza più fermarsi. A. Smirnov

Stava camminando per strada mentre si sorprese a constatare il suo umore netto e razionale: come tante altre volte nella sua vita proprio le decisioni più difficili e, per tanti aspetti, apparentemente impossibili, prendevano la strada da sole come le sfuggissero di mano, figlie di un inaspettato e coraggioso pragmatismo. 

Si sentì immediatamente di allungare il passo quando Absolute beginners risuonò da una radio come la sua personale sfida.

 

postato da: Terezita alle ore 16:12 | link | commenti (12)
categorie: eros e allegati
giovedì, 14 maggio 2009

il Silenzio è NECESSARIO

stazioni

Il Silenzio è NECESSARIO, dà spazio alle cose di dentro: se mi fermo a guardare il cielo sereno e c'è silenzio posso anche ascoltarne la voce.

Il Silenzio è NECESSARIO: dà voce e spazio tanto ai suoni di fuori quanto a quelli di dentro.

La Necessità del Silenzio corrisponde alla necessità di far spazio alla vita in attesa, ferma subito oltre la porta delle parole.

coigny_2

L'anima che trabocca ha bisogno del Silenzio così come dello Spazio:

deve poter distendere i suoi suoni e sciogliere le sue immagini. 

(scritto più di dieci anni fa).

Der Schmerz, der Stillstand des Lebens

Lassen die Zeit zur lang er scheinen