La preparazione del gelato fu lunga, minuziosa, accompagnata da un senso di ispirazione estatica, quasi un rapimento da artista. Quando la perfezione della cremosità raggiunse il punto qualitativo più alto possibile, Hans Gustav liberò il gelato e lo versò nel contenitore, dando un cenno sorridente d’intesa alla cameriera che andava e veniva dalla sala, Suzanne EisfruchtenBecher.
Suzanne prese la penna e aggiunse prontamente il dolce alla lista, quindi rientrò in sala, muovendosi scattante come un capriolo che si vuole mettere in salvo, (dico capriolo visto che siamo da quelle parti…).
Intanto in sala si erano accomodati due clienti, un uomo e una donna visibilmente affetti da una grave “infezione amorosa”, sorridenti e compiaciuti del loro reciproco straniamento: due amanti insomma, nel senso pieno e vasto del termine.
Erano lì per un dopocena, una grappa o poco più, ma furono subito invogliati da quella novità della cucina, sebbene la descrizione un po’ tartagliante, mitragliata in un italiano più volte spezzato nei suoni, della zelante Suzanne EisfruchtenBecher non rendesse tutto il merito alla specialità nuova di zecca della cucina di casa Finenteller.
Le loro furono le prime due porzioni che uscirono dalla cucina e non si può davvero dire che Hans Gustav non mettesse tutto sé stesso nella preparazione: in un piatto largo e spolverato di cacao ad arte, a disegnare ghirigori fantasiosi, Hans Gustav sistemò tre cucchiaioni di gelato cui diede una bella forma ad uovo; alcune scorze di cannella e un rametto di erica a centro piatto accompagnavano, facendo da cappello, una specie di gnocco dolce, di pasta morbida, al cui interno stava in fremente attesa un cuore di polpa di fragole.
I due amanti iniziarono a mangiare, fecero qualche rapido ed estasiato commento e poi tacquero, rapiti in una sorta di delirio mistico, come fossero due sante terese del Bernini.
Ci misero un po’ a riprendersi dagli effetti di quella stregoneria culinaria ma poi, rivolgendosi a Suzanne, chiesero del cuoco per fargli i complimenti di persona.
Hans Gustav venne in sala, avvisato dalla EisfruchtenBecher, e, timido ma compiaciuto, raccolse i complimenti dei due amanti che sembravano non volersene andare più. Lo riempirono di lodi, si complimentarono per la cura professionale e l’amore con cui aveva confezionato quel piatto, gli strinsero la mano calorosamente facendolo persino arrossire e, infine, se ne uscirono abbracciati dal Gold'nen Adler.
Quella sera, mentre facevano l’amore, entrambi sentirono un lieve profumo di cannella uscir fuori come un respiro sottile dalla loro pelle: se lo comunicarono con gli occhi e ne sorrisero, proprio come due felicissimi rimbambiti.
Chissà, forse è proprio vero che l’amore ha mille vite: quella impalpabile ma profondamente profumata della polvere di cannella, quella trasparente ma sostanziosa e resistente del ricordo, quella a uovo del dolce di pasta con il cuore di polpa di fragola di Hans Gustav Finenteller, quella fresca e suadente del gelato alla cannella e, ancora, quella delle braccia degli amanti: strette intorno ai corpi ad intrecciare e formare le linee di un disegno dalle forme imprevedibili.
p.s.: i nomi, anzi i cognomi dei personaggi sono di pura invenzione, giochini sciocchini di parole a metà strada tra l'italiano e il tedesco.

Hans si bloccò come rapito in un incantesimo, non si sapeva ancora se buono o cattivo, di fronte alla magica etichetta:
ZIMT.
La cannella, das Zimt, come recitava l’etichetta tetesca, gli evocava un mucchio di ricordi, legati a varie fasi della sua vita, a cominciare da Brigitte SilberHerz, la bambina di cui s’era innamorato a sette anni e che aveva concepito lo scherzo di versarsi addosso un intero barattolo della spezia durante un momento di gioco sfrenato, sfuggito dalle mani e dall’attenzione severa di Mutter Finenteller; con quello scherzo, che aveva provocato una notevole tosse ad entrambi, Brigitte aveva legato per sempre quell’odore al clima ingenuo e sognante del primo innamoramento.

Poi era stata la volta dell’odiata Ernestina Romp’albumi, di Capr-ate Brianza, sua insegnante di pasticceria all’ Hotelfachschule Südtirols a Merano: lo sfotteva sempre con la storia dell’eccesso di spezie nei dolci della tradizione sudtirolese; Hans Gustav, che aveva appreso le prime ricette da sua madre, davvero non riusciva a sopportare quel tono acido e presuntuoso esibito da Ernestina Romp’albumi nel suo sentenzioso accento lombardo.
Così, tra un ricordo tenero e un’incazzatura tardiva con l’acida kleine Ernesta, Hans Gustav decise che das Zimt sarebbe stata la sua mossa vincente, perciò cercò gli ingredienti per fare il gelato e si lanciò a guance infuocate nell’impresa: dare gloria alla cannella e lustro e fama all’albergo Gold'nen Adler, nonché a sé stesso.
...e qui di seguito un brano, tutta farina, stupenda farina, del sacco di WILLYCO
Lo inserisco con questo titolo:
Hans Gustav Finenteller, il soprassalto d'amor proprio
E l'impresa si fece più difficile, quando in un soprassalto di orgoglio pensò di superare l'odiata maestra. Ché mica sempre si amano i maestri, ma costringono a confrontarsi con loro e i migliori oscillano tra l'amore di ciò che è stato dato e il limite di quello che potevano dare. Il nostro quindi, pensò che la gloria dell'Adler non dovessere essere un gelato alla cannella, ma un gelato che portasse il profumo della cannella senza apparentemente contenerla. Una crema sontuosa, ricca di bianco e odorosa, da spalmare sulla pelle per nutrirla, da assaggiare in punta di lingua ricevendo calore senza ustione al gusto. Su questo tema, apparentemente insolubile, troppo banale l'essenza, dozzinale il profumare l'intorno, la cialda, non restava che agire sul latte.

Fieno e cannella alle mucche. Piccole, sarde di produzione scarsa, come si confà alle cose preziose. Assuefacendone il gusto. Impiegò un tempo lungo di tentativi, molti insoddisfacenti fino all'equilibrio, anch'esso mutevole per i cicli di fienagione, le combinazioni d'erba, il calore che mescolava essenze. Un equilibrio dinamico, en avant sino all'assoluto, che non costituisce la ripetizione di sè, ma l'unicità. Ecco la gloria dell'Adler era proprio questa unicità dell'essere inimitabile e ruotare su quell'evocatore di gusti e sensi che alcuni si ostinavano a chiamare cannella. Sul colore dell'albergo, i mobili e le stanze, fino alle divise del personale lasciamo ad altri fortunati viaggiatori il compito di dire, descrivere, assaporare. Con inchiostro bruno, naturalmente, al profumo di cannella...
-continua (...e mò c'ho da trovà er finale...)
piccolo vocabolario inattendibile:
das Zimt = la cannella
die Mutter = la madre
kleine = piccola

Il cuoco, Hans Gustav Finenteller, era un ragazzone tirolese come da iconografia del settore: complessione forte e un po’ squadrata ma decisamente muscolosa, capelli biondi con qualche striatura color nordico estremo, colorito bianco e rosato, spalmato con equilibrio tra fronte, guance e labbra ad indicare la sua abitudine all’aria sottile e levigante delle montagne, modi timidi, solo a volte un po' bruschi per un eccesso di solitudine tra i monti e i pochi co-valligiani .
Aveva preso da pochi anni in mano l’albergo di famiglia, una struttura fusa da sempre con la casa dei nonni prima e dei suoi genitori poi, bei mobili di campagna sul lungo corridoio d’ingresso, resi preziosi dal passare del tempo e dall’imperversare delle mode di città.
La zona dell’albergo posta sotto l’esclusivo dominio di Hans Gustav Finenteller era diventata naturalmente la cucina, il luogo dove il ragazzo s’era trasferito la mattina dopo il suo ultimo giorno di scuola allo Hotelfachschule Südtirols di Merano.
Diplomatosi cuoco con ottimi voti, Hans Gustav se n’era tornato pieno di idee all’albergo di famiglia e aveva sistemato subito una targa nuova fiammante sulla porta d’ingresso:
zum Gold'nen Adler
Familie Finenteller
Aveva costretto o, meglio, fortemente e tignosamente persuaso- per usare un eufemismo e tacere delle terribile dispute conflittuali tra generazioni- suo padre, Oskar Jacob Finenteller, a rimodernare l’albergo, accogliendo per qualche settimana un gruppo di solidi lavoratori del mattone e materiali collaterali, provenienti da Sand in Taufers, paese noto per le capacità manuali e di litri di birra dei suoi uomini.
Una volta rimesso in sesto l’albergo, senza privarlo del suo carattere tirolese e paesano che non guastavano affatto, e congedato il manipolo di Sand in Taufers, Hans Gustav si ritrovò a desiderare, con istinto quasi erotico, una specialità che lo rendesse noto nella regione: fu così che una sera, intorno alle
ventitrè, mentre rimirava la cucina lustra e totalmente immemore del tramestio di piatti, sughi, cameriere e ordini urlati in puro e aspro tedesco di un paio d’ore prima, si fissò con lo sguardo sul barattolo della cannella.
-continua anche se non so ancora come...
piccolo vocabolario (si fa per dire):
-Hotelfachschule Südtirols = istituto alberghiero
-zum Gold'nen Adler = all'aquila d'oro
-Sand in Taufers = Campo di Tures
(Finenteller è un gioco sciocchino di parole tra tedesco e italiano)

Amo la terra
come in viaggio
il luogo straniero,
e non diversamente.
Così la vita mi tesse
piano al suo filo
in una trama conosciuta.
All’improvviso,
come il commiato in viaggio,
il grande silenzio irrompe sul telaio.

Nell’estrema complessità di queste righe di Hanna Arendt credo di poter individuare, ad una prima occhiata, almeno tre o quattro direttrici principali di ispirazione:
- la vita-viaggio alla scoperta della terra dei giorni non ancora conosciuti;
- la vita-tessitrice, piccolo progetto nella mappa dell’immenso universo esistenziale, quello che raccoglie ognuno e tutti nel segno della condizione comune: l’umanità;
- il silenzio che irrompe e che, come prima immagine intuitiva, rimanda all’evento-morte.
Ma il Silenzio che irrompe sulla tela fermando, così sembra di intuire, il suo dipanarsi, può rappresentare però anche un momento-passaggio significativo; alla tela di ogni esistenza spettano diversi passaggi/silenzi significativi e il silenzio non è sempre e solo segnale di "fermata" ma anche di riflessione, di presa di coscienza, di sosta per la ripartenza.
...e questa di Hanna, mi verrebbe di dire, è quasi una riproposizione ampliata del tema del passaggio d’ombra di Conrad…

“Sai, c’era freddo, sentivo freddo, dopo la sua morte: il freddo arrivava da quel muro di mezzo, dalla casa accanto, l‘appartamento dove lei aveva abitato per tanti anni, qui di fronte al mio studio; invisibile il freddo mi arrivava sulle ginocchia mentre lavoravo, arrivava e non si staccava più, si faceva sentire: mi sentivo indifeso rispetto all‘enormità dell‘assenza e al suo tangibile segno di freddo, segnale di morte“.
La donna guardò verso il narratore di ricordi seduto di fronte a lei e lo immaginò- ma sarebbe stato più esatto dire “lo vide mentalmente e chiaramente”- in quel pomeriggio, mentre parlava con il paziente nel suo studio e il freddo intanto gli penetrava sotto i pantaloni e sotto il maglione, come una tenda lieve e inarrestabile che gli si stendeva lentamente ed accuratamente addosso, a custodire e a ribadire l’assenza dell’anziana donna, morta pochi giorni prima nell’appartamento accanto.

Si meravigliò di come riusciva a vedere nitida la scena del freddo, la pellicola che, invisibile, dal muro arrivava a stendersi sull’uomo, indifeso di fronte all’assolutezza senza possibilità discussione della morte.
Si meravigliò della sua capacità di filmare i ricordi non suoi.
Intuì che l’uomo le parlava temendo di non essere creduto sino in fondo: ma si sbagliava in questo, e di molto, sul conto di lei, ascoltatrice, narratrice e regista appassionata di ricordi non suoi.
Perché sì, la donna gli aveva creduto immediatamente, senza sforzo, tanto che aveva immaginato la scena e si era pure ricordata di un racconto simile, sentito un paio di anni prima da un amico; costui le aveva narrato del dolore che avvertiva a volte ad una caviglia: gli doleva esattamente come accadeva tanti anni prima a suo nonno.

Anche in quell’occasione la donna aveva creduto subito, senza difficoltà o titubanti diffidenze, al narratore della caviglia: sentiva profondamente il senso del legame che riviveva, passando da un essere all’altro e unendo tutti, nel senso comune e universale dell’essere al mondo. Eppure anche il narratore della caviglia aveva temuto di non essere creduto e aveva messo le mani, anzi le parole, avanti per non farsi ridere dietro.
“…Che strano“- rifletté la donna ascoltatrice e regista di ricordi non suoi- “ mi raccontano ricordi, passaggi d’amore, e pensano ch’io non possa crederci, come se la mia razionalità mi impedisse di entrare nel cuore dell’immaginario e del sentimento narrato. Eppure io credo più di tutti a quell‘immaginario e so che ha un senso reale e persino una misura ed una forma: quella morbida e piena del legame d’amore, della relazione“.

Allora, per rendersi ancora più credibile, aprì gli occhi in un sorriso lento verso il narratore del freddo del muro di mezzo e mormorò:
“Ti credo, sai, non faccio nessuna fatica a crederti: il freddo ch’arrivava dal muro di mezzo, dalle stanze vuote dell’appartamento dove lei aveva vissuto fino all’ultimo giorno, altro non era che il tuo amore rimasto solo, fermo lì a considerare quelle stanze vuote, il tuo amore dolorosamente stupito, smarrito come un bambino di fronte all’assolutezza della morte”.
Infine la regista prese la mano dell’uomo e la baciò, chiudendo gli occhi come se fosse di nuovo quel pomeriggio in cui arrivava il freddo attraverso il muro di mezzo.
Fuori, intanto, i treni viaggiavano purtroppo in perfetto orario.

Mi preoccupo di pubblicare il pezzo qui di seguito, segnalato da 4NGELO , per quanti coltivino ancora sogni d'innocenza (!!!) o vengano qui a scrivere cose così: ma si parla sempre delle stesse persone!...eh, già, sempre le stesse...
Scritto da Mirko Pagliai Lunedì 07 Settembre 2009 16:00 e pubblicato su Die Brücke
Ieri, tramite Google e il servizio di monitoraggio di Die Brücke (AdSense, che ci pMi occupo di pubblicare per quanti ancora coltivino ermette di conoscere i siti che linkano o ripubblicano i nostri articoli), ho piacevolmente constatato come il mio ultimo articolo, titolato 12000€ al mese per Renzo Bossi, si sia diffuso velocemente sulla rete, su blog e forum. A volte - come già detto - semplicemente linkato, a volte ripubblicato tramite copia e incolla - e, in quest'ultimo caso, faccio presente che si è comunque tenuti a linkare Die Brücke e a indicare il nome dell'autore, mancanza che ho spesso riscontrato.
In ogni caso, e in più di un'occasione, alcuni utenti, nei commenti e nelle risposte su questi forum, hanno messo in discussione l'insufficienza delle fonti (Travaglio e L'Antefatto) o la loro scarsa credibilità. È dunque giusto, da parte mia, rimediare, e tornare ad affrontare l'argomento alla luce di quanto fatto notare.
Partiamo dall'assunzione all'Expo di Milano.
L'articolo su L'Antefatto - per altro già linkato nell'articolo originale - è qui disponibile. Al punto 2 si domanda a Umberto Bossi, padre di Renzo: "dopo aver lanciato su Facebook il gioco Rimbalza il clandestino, suo figlio Renzo è stato nominato membro di un osservatorio dell'Expo di Milano. Attraverso quali canali di reclutamento e in ossequio a quali criteri suo figlio ha ottenuto tale nomina da 12mila euro al mese?".
Faccio notare che Sandra Amurri (breve biografia su Wikipedia) non è certamente una blogger, bensì una giornalista (tra l'altro, anche di un certo livello), e che altrettanto L'Antefatto non è un blog, ma un giornale a tutti gli effetti (Editoriale il Fatto S.p.A. - C.F. e P.IVA 10460121006). Quindi - checché se ne voglia poi dire - è una fonte attendibile, e non meno di qualsiasi altra a proposito. Bisognerà vedere se si può dire lo stesso della notizia in questione.
La notizia sull'incarico è stata ripresa anche da Libero, che in un articolo dello scorso 22 gennaio spiega la finalità di questo osservatorio ("tutelare le piccole medie imprese che vivono il momento fieristico come l'opportunità più importante della promozione aziendale") e annuncia la partecipazione di Renzo.
Il giorno successivo, 23 gennaio 2009, anche La Repubblica pubblica un articolo sull'argomento, spiegando che "i leghisti hanno messo in piedi una specie di comitato di liberazione dall'egemonia formigoniana sulla Fiera di cui farà parte Renzo Bossi".
Ne hanno parlato anche Polisblog (qui) e 02blog (qui). Nonostante i nomi, anche queste due sono delle testate a tutti gli effetti (rispondono entrambe alla testata Blogo.it, registrata presso il Tribunale di Milano n. 487/06., P. IVA 04699900967).
La notizia è dunque confermata, sebbene solo Sandra Amurri faccia riferimento a 12.000€ mensili. Si faccia caso che lo stesso articolo di Libero riporta queste parole dell'assessore lombardo Davide Boni: "abbiamo pensato di costituire uno strumento esterno, indipendente, al servizio delle piccole e medie imprese, con il compito di raccogliere le valutazioni degli espositori e le eventuali segnalazioni di anomalie riscontrate nel sistema fieristico regionale".
Questo osservatorio, quindi, potrebbe essere a spese e consumo della Lega Nord, anche perché - a guardare la lista dei suoi membri - è formato da soli leghisti.
Per quanto riguarda il ruolo di portaborse all'europarlamento, si trovano due sole fonti nel web - almeno io non ne ho trovate altre.
La prima è Marco Travaglio, che alla fine di Zoo Lega Nord parla di Francesco Speroni: "anche lui ha sempre tuonato contro le pratiche nepotiste di Roma ladrona e quindi, come assistente accreditato al Parlamento europeo, si è portato un altro membro della famiglia Bossi, ovvero il primogenito di primo letto Renzo Bossi, che studia da fuoricorso all’università, è noto come un appassionato di automobili e non si è capito bene che cosa ci stia a fare o ci stesse a fare al Parlamento europeo. Stiamo parlando di portaborse, assistenti pagati profumatamente con denaro pubblico: pare che prendano al lordo 12.000 euro al mese, pensate".
L'altra, invece, è JulieNews (anche questa una testata: New Information S.r.l. - P.I. 07880210633 - reg. trib. Napoli n° 5351 del 17/12/2002), che ha dedicato alla faccenda un articolo. Proprio questo è quello che nella giornata di sabato ha rimbalzato sul web, in particolare su Facebook. Ed è lo stesso da cui è partito il mio articolo - insieme a quello di Travaglio, che ho rintracciato subito dopo.
Parliamo degli stipendi dei portaborse, visto che molti mettono in discussione la cifra (all'infuori di Renzo Bossi), ritendola esagerata - qualcuno ha persino parlato di "massimo 1000€ al mese".
Da un'inchiesta di aprile di Panorama, risulta che gli europarlamentari guadagnino 140.436 euro l'anno (pari a 11.703 euro al mese) più 287 euro al giorno, forfettari, di presenza alle sedute di aula o in commissione. A questi si aggiungono "15.496 euro al mese per reclutare uno o più assistenti parlamentari". Sul sito del Parlamento europeo troviamo una pagina che precisa quest'ultimo aspetto: "i deputati al Parlamento europeo possono scegliere il proprio personale nei limiti di bilancio fissati dall'istituzione. [...] Per il 2009, l'importo mensile massimo disponibile per tutte le spese sostenute è pari a 17.540 EUR per ciascun deputato".
Due piccole, seppur importanti precisazioni:
-
da quest'anno tutti gli stipendi verranno "allineati" a 7.666,31€ fissi (5.700€ netti), più 4.402€ per altre spese eventuali, più 17.570€ per l'indennità di segreteria (stipendi e spese degli assistenti) - da qui la famosa incazzatura di Mastella;
-
c'è sempre stata una diversità tra gli stipendi degli europarlamentari, in base alla nazionalità. La stessa diversità c'è sempre stata anche tra un europarlamentare e un parlamentare di stessa nazionalità (differenza tra lo stipendio in seno al Parlamento europeo e quello del proprio Parlamento).
Proviamo a raggiungere qualche conclusione. Cosa può essere successo? Entrambe le notizie potrebbero essere vere. Ma potrebbero essere entrambe il frutto di un solo, enorme equivoco.
Precisamente: nel 2004 Umberto Bossi era riuscito a garantire il posto di portaborse al fratello e all'altro figlio, come raccontato dal Corriere della sera in un articolo dell'11 novembre. Venne tutto annullato non appena scoppiò lo "scandalo".
Marco Travaglio (o anche JulieNews - anche se è più probabile che sia stato il primo) potrebbe aver avuto due "sviste": una sulla data dell'articolo, ritenuto erroneamente "fresco", e una sul figlio in questione (che non è Renzo, almeno non era Renzo per il fatto in questione). Le cose possono essere andate così, anche perché allora l'europarlamentare di riferimento era sempre lo stesso Speroni - difficile credere che abbiano tentato due volte lo stesso escamotage.
D'altra parte, c'è anche da dire che se l'errore è davvero questo, non si capisce perché allora Travaglio non abbia fatto riferimento anche al fratello di Umberto nella stessa occasione.
Difficile a dirsi. Meglio aspettare un'eventuale conferma o (al contrario) smentita dai diretti interessati - che difficilmente potranno tirarsene fuori senza proferire parola.
Quel che è invece è molto più probabile è che l'Amurri, nel suo articolo, abbia preso lo stipendio da portaborse e che, facendo un bel po' di confusione, l'abbia applicato a quello di un membro dell'osservatorio (che, presumibilmente, è della Lega, come già ipotizzato e come indicato da Libero).
Ciò nonostante la notizia dell'assunzione è certamente e comunque vera. Qualcuno si è detto che in questo caso, visto che la spesa è del partito, sono liberi di fare quello che meglio credono - ovvero di inserire chi vogliono nell'osservatorio.
Non è propriamente così. Anche ammettendo che i membri dell'osservatorio siano stipendiati dal partito, e quindi non direttamente dai contribuenti, il partito stesso è finanziato dai contribuenti, che in questo modo pagherebbero comunque (seppur indirettamente) l'osservatorio.
Un'ultima considerazione, postuma. Qualcun altro (mi riferisco sempre ai commenti o alle repliche su questi blog e forum, evitando di citare qualcuno direttamente) ha chiesto cosa ci sia di tanto scandaloso, per un certi personaggi (Umberto Bossi), nel mettere i figli in posti di rilievo.
Fermo restando che - fosse anche giusto - bisognerebbe comunque preoccuparsi prima che questi figli studino e studino come si deve - accertandosi così che, anche se non forniti della giusta competenza, abbiano almeno una preparazione adeguata -, si prende atto del fatto che in questo Paese molti sono mafiosi, anche se nel loro piccolo, e che molti altri, non potendo esserlo contro la loro volontà, non si farebbero poi molti problemi a esserlo, se ne avessero l'occasione. A buon rendere, ovviamente.
e pensare che suo padre lo chiama Trota...
Dall' ineffabile Sogni & Bisogni:
La C.A.S.A. 2 – Vespa a Vespa contro Sam Raimi
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Non avete visto la ronzante e trionfalistica trasmissione di Vespa che ci ha oggidì ammorbato al posto di Ballarò (già di per sé abbastanza ammorbante di suo)? Eravate impossibilitati a farlo perché intenti a cavarvi un occhio col cucchiaio o a ficcarvi una forcina per capelli sotto le unghie? Capisco che il masochismo abbia dei limiti, per questo abbiamo deciso di darvi una sommaria descrizione dell’accaduto e, si noti bene, SENZA neppure vedere la trasmissione…Signori e signore, ecco a voi la scaletta di Porta a Porta:
Ore 20.30- Sigla rimbombante con la colonna sonora di Via col Vento suonata da un orchestra sinfonica di mandolini diretta da Apicella in collegamento satellitare da Posillipo.
Ore 20.32 Saluti vesposi di Vespa al pubblico, segue una slinguazzata di tredici minuti al Cavalier Presidente De’Nanis. Alcuni programmisti sono addetti a detergere le lenti delle telecamere dalla saliva di Vespa, ma l’effetto flou contribuisce in ogni caso a ringiovanire il viso del Capo...(Continua)
e il resto lo potete leggere QUI

io intanto vi regalo questo video e anche se l'avete già visto riguardatelo ché il Vespone non ve lo offrirà di certo, né in prima né in quinta serata...
sottotitolo:
la forza poetica e letteraria delle anime sghembe
LEGAMI
Tutto è me stessa.
Datemi una foglia che non mi assomigli,
aiutatemi a trovare un animale
che non gema con la mia voce.
Là dove la calpesto la terra si spacca
e morti che hanno il mio sembiante
li vedo abbracciati a procreare altri morti.
Perché tanti legami con il mondo,
tanti progenitori e coatta discendenza
e tutto questo insensato somigliarsi?
M'incalza l'universo con i mie mille volti
e non posso difendermi se non contro me infierendo.
ANA BLANDIANA
Questa bellissima poesia pubblicata da MARINA mi ha riportato alla memoria un passo di una lettera della poetessa Marina Cvetaeva:
"...a volte mi sembra di non avere più l'io e di confondermi con il creato. Guardo un fiore e il fiore non è più distinto da me: io e il fiore diventiamo un'unica cosa..."
Quando pubblicai su un precedente post questo passo della Cvetaeva riportai anche un piccolo stralcio da un libro di Ernesto Borgna, una riflessione di una sua paziente che credo fosse affetta da schizofrenia:
"...in tutto, in ogni persona e sentimento io sto stretta, come in ogni stanza: di una tana o di un castello. Io non riesco a vivere, cioè a durare ferma, non so vivere nei giorni, e ogni giorno vivo fuori di me...è una malattia inguaribile e si chiama anima...".
Ecco, questi passi e la poesia pubblicata da Marina sono, a mio parere, tutti accomunati da un’idea di fondo, al tempo stesso magnifica e terribile, quella della capacità dell’anima di spargersi illimitatamente: la sua potenza e la sua, per certi versi, fragilità.

Quando, diversi anni fa, lessi i passi qui riportati, contenuti all’interno di un articolo di presentazione di un libro di Borgna, ebbi la netta sensazione di trovarmi di fronte a qualcosa di profondamente conosciuto, posseduto mi verrebbe da dire, sedimentato nella mente del cuore, se mi passate l’espressione pseudo-letteraria. La sensazione di potermi assimilare, sovrapporre, scomparire quasi nelle “cose” del creato è un'emozione, anch’essa tanto terribile quanto affascinante, che ho provato spesso e, in forma particolarmente potente, in circostanze precise: di fronte a spettacoli di particolare bellezza, per meglio dire sotto l’influsso della sindrome di Stendhal.

La capacità-sensazione di penetrare le cose fino a confondersi con loro va di pari passo con la sofferente coscienza di stare stretti e costretti nei propri limiti fisici e nei limiti del tempo scandito secondo metodo cronologico stretto: l’anima, come scrive la Cvetaeva, non si accontenta del corpo, deborda, forza i limiti e tenta anche di abbattere la scansione metodica del tempo.
Ancora una volta sono le "anime estreme", come si intitola un bel libro, uscito di
recente, di Manuela Maddamma, quelle cioè spinte avanti nella comprensione dell'esistenza dalla follia d'amore, amore inteso come furore di energia vitale e creativa , ad indicare il senso e la forma di questo conflitto.
E’ nell’amore che a volte si ha la sensazione di poter realizzare questo abbattimento dei confini di tempo e di spazio, e per amore qui intendo un concetto illimitato che ricomprende in sé ogni cosa e si conferma come il principio stesso dell’esistenza: amore come prova tangibile dell’essere in vita.
Ed ecco cosa appuntai sul mio quaderno, più di dieci anni anni fa, dopo aver letto i passi che vi ho proposto:
“ Ho ingoiato un’emozione enorme che il mio corpo non riesce a sopportare nei suoi confini angusti: sento questi confini scoppiare, cadere sotto quest’enorme pressione.
Non so se esistano gesti e/o parole sufficienti anche se li possiedo entrambi, gesti e parole, e li possiedo con certezza e consapevolezza.
Consapevolezza e dolore: dolore per la consapevolezza di un’armonia inesprimibile nella sua interezza.”
Bene, chiudo qui questo tema che sento scorrermi sulla pelle da sempre, ringraziando ancora Marina per quest'ennesima bella poesia proposta.
E' un pomeriggio di maggio, mi incammino da piazza di Spagna verso il Pantheon, attraversando piazza del Parlamento e Campo Marzio.
Roma ha ceduto il forte calore dei giorni passati e si avvia ad una sera dai colori e dai calori tardo-settembrini, piacevolmente ventosa e umida solo sotto al sole.
I tifosi sono sparsi come bacilli, infiltrati ovunque e felici tra loro, gli spagnoli soprattutto, ché gli inglesi sono scomparsi chissà dove.
Barcelonins d'età e di fisico inadatti al carnevale passeggiano con parrucche ricce e così tanto sintetiche da risultare scintillanti al sole, nei colori azzurro cobalto e rosso quasi bordeaux; portano le maglie tifo-calcistiche addosso, larghe e troppo lunghe per dar loro una sia pur lontana parvenza di popolo snello.
Sfrecciano su vespe bordeaux, in tinta con le maglie tifo-calcistiche, vespe che paiono quasi fatte apposta per l'occasione, (e proprio su questo si interrogano ridendo le ragazzette indigene, ciarliere a canotta scollata moscia nel semi-drappeggio anteriore e posteriore), e intanto fischiano e barriscono verso il cielo chiaro e verso i loro connazionali ammarciapiedati. Sono tanti, sì, ma sembrano tranquilli, sempre pochi invece gli inglesi visibili, rarissimi direi e meglio se in borghese e con gelato al seguito.
Da piazza Venezia ai Fori Imperiali e fino a piazza San Giovanni
la gente di Roma sta come sempre, per lo più indifferente, consumata dall'esperienza che fu dei vari compari di Barbarossa, oggi nella versione moderna dell'invasione semi-pacifica degli spagnoli e degli albionesi, condotti qui dalla pandemia di tifo pallonaro.
Colgo qui e là personaggi-apparizione, abitanti della città indolente e sapiente, sempre attestata sulla frequenza salvavita del:
"lassamoli perde', finché se diverteno e nun fanno danni"
oppure:
"lassamoli stà, ché jié partita 'a brocca pe' pallone e tocca pure capilli".
Intanto sciametti di ragazze, già abbondantemente dorate dal sole meglio che per quattro salti in padella, vengono scrutati e passati al setaccio e allo specchietto retrovisore dai tifosi spagnoli più giovani-e-non-solo, alcuni voracemente timidi e altri timidamente sfrontati.
Anche i lavoratori dei tombini scrutano le ragazzine dai polpacci dorati come ali di pollo, mentre le albionesse in gita calcistica si scottano alla grande e mostrano ampie e indifese spalle color quasi-bordeaux.
Quando mi inoltro nella stretta e lunga via di san Giovanni sono le diciotto e ho, come sempre, l'impressione di infilarmi in un borgo, quasi un ritaglio di paese a parte, con negozi di tutti i tipi, frutterie e vecchi ferramenta, merci magrebine e indianate in vendita come se piovesse, e pure una bottega di vestiti tutti rigorosamente usati e tutti rigorosamente eccentrici: là dentro spio due giovani donzelle chiedere consigli per costruirsi un'immagine sexy-teatrale alla robusta e fantasiosa proprietaria, tutt'altro che eccentrica, più antica massaia che creatrice di immagine, ma tant'è.

Alla fermata c'è una ragazzona svagata e forse un po' tarda di comprendonio che aspetta l'autobus su via di San Giovanni: sta ad occhio verdissimo e trasparente, contenta del nulla e della sua semplicissima filosofia esistenziale che poi son quasi la stessa cosa. Non sa o non vuol sapere che su via dei Fori Imperiali c'è un gigantesco vermone di autobus che procede a passo di uomo basso e di gambe corte: gli autobus sono così infilzati uno dietro l'altro che sembrano i segmenti del corpo di un vermone appunto, incastrati per di più tra le macchine e i restringimenti della corsia per i soliti lavori alle condutture: "stiamo (lavorando) scassando la strada e gli zebedei per voi".

C'è la giovane donna incinta, bellissima, che attraversa l'immensa piazza della basilica e delle agitazioni pubblico-politiche, con lunghi e splendidi capelli scuri appeni sollevati dal vento e un abito viola di tessuto leggerissimo e di taglio elegante, un abito che si gonfia al vento tradendo la sagoma della pancia gravidica: il vento e la pancia che si rubano la parte, uno a far la pancia al vestito e l'altra, la pancia vera, a farsi nascondere dal vestito gonfio di vento. Se ne vedono raramente di donne così belle e sembra di passeggiare su di un set cinematografico.
E c'è la coppia di anziani che ha deciso di andare a far inderogabili spese proprio nel giorno del tappo di traffico e del vermone di bus incagliati uno nell'altro: attendono l'autobus ilari, come avessero trent'anni di meno e un sacco di tempo gioviale da sperperare nel traffico.
Quando arrivo a piazzale Appio lancio uno sguardo verso la zona deserta del famoso mercato, una volta zona di giovani in fuga dalla scuola e in cerca di jeans e scarpe a prezzo eccellente, e mi fa sempre lo stesso strano effetto perché fino a pochi anni fa c'erano tanti banchi di abiti usati, abiti da sposa e da travestimento, che poi è un po' la stessa cosa, affascinanti come i magazzini di un teatro: ora purtroppo l'arte del travestimento, gioco sublime e fine a sé stesso, si va perdendo, ora che l'identità è quella fittizia del successo rapido e volatile.
E forse è proprio per non pensare a questo che mi ficco nel magazzino Coin e vado a far pipì dopo aver fatto mia ogni fontanella incontrata nel mio non breve percorso.

E' morto a 99 anni, il 12 settembre scorso, Willy Ronis che, insieme a Doisneau, Cartier-Bresson e pochi altri, è stato tra i più significativi fotografi del dopoguerra francese.
Maestro assoluto del bianco e nero ci ha consegnato immagini del dopoguerra ricche di speranza, attingendo spesso ad ambienti popolari parigini.

Alcune foto di Ronis sono caratteristicamente calate in un'atmosfera rarefatta, sospesa tra la realtà e una ricostruzione onirica, dai contorni sfuggenti, della stessa.

La fotografia con forte potere evocativo, così come Ronis l'ha saputa realizzare, rappresenta una forma d'arte pari ad altre: pennellando e sfumando la realtà attraverso l'obiettivo con la sapienza di un fotografo come Ronis si possono costruire storie che, pur prendendo spunto ed ispirazione visiva dalla realtà più concreta, finiscono per distaccarsene, prendendo il volo verso mondi altri, realtà tutte possibili e tutte immaginabili.

Mi viene da scrivere: Ronis, l'immaginario calato nel reale e viceversa,viaggio di andata e ritorno dalla realtà concreta alla realtà immaginaria.