

là, sul suo appennino, le scosse non erano rare; forse fu per questo che lui, con tranquillità evidente, le disse: “non aver paura ci sono qui io”.

Scrive Beba in un commento al post precedente a questo:
pensavo le stesse cose i giorni scorsi
me ne può importar di meno di quali siano le preferenze erotico-sessuali di Marrazzo, forse neppure mi frega se usa l'auto blu per soddisfarle ma l'assurdo è la provocazione...
hai scritto perfettamente: non è questione di moralismi ma di moralità
e poi, perdonatemi, aveva paura di denunciare i carabinieri che l'hanno ricattato? ma dai... perchè lui certo non ha conoscenze superiori a quei quattro bischeri!!! (sempre che sta storia sia vera).
facciamo che non ho scritto niente va... fa così "ammutolimento" sta cosa...
l'arroganza di chi ha sotto al culo una sedia
Ebbene, più passano i giorni più mi vado convincendo che qui di arroganza forse non ce n'è mai stata molta, superficialità sì, trasandatezza anche, follia quasi, e sono tutte cose gravi quanto l'arroganza in chi riveste un ruolo politico pubblico. Certo.
Eppure, a dirla tutta, la mia riflessione ultima, la più amara è un'altra:
è possibile che soltanto i rapporti regolati dal denaro e da posizioni di netto predominio- quasi sempre economico- appaghino così tanto gli uomini, li facciano sentire nel pieno della loro realizzazione, soprattutto quando si tratta di uomini di potere?
Puttane-Ford-Escort o Trans-iberiana-Viados davvero non fa nessuna differenza, sarebbe assurdo cercarne una: si tratta sempre di prostituzione, sempre di ricerca compulsiva di sesso senza relazione, a colpi di denaro sonante.
Ma quale immane buco nero li divora dentro?
Scusate, ma non vuol essere un atto d'accusa per nessuna categoria: è solo una domanda scaturita dallo sconcerto che provo; e non mi sto rifacendo a squisite categorie rosa del pensiero, no, m'interrogo sulla scelta di chi cerca solo relazioni senza relazione e le cerca indefinitamente, in maniera compulsiva, assecondando le categorie più bieche e antiquate del pensiero maschile, maschile detto qui in senso esclusivamente retrivo.
E non dite che son moralismi questi...
da una lettera di ieri ad un amico:
"...E' questo dilagare di un senso arrogante del potere che si può permettere- così crede- qualunque comportamento a rischio, senza neanche fare la fatica di nasconderlo sia pure solo per pura prudenza opportunistica. E' la perdita del senso "sociale" che non è, bada bene, ipocrisia o perbenismo, ma quel senso di dovere a tutto tondo verso chi ti ha messo in quella carica pubblica, gli elettori cioè.
Se Marrazzo davvero mantiene queste frequentazioni da anni, scegliendo coglionescamente di andare dalla trans-fidanzata con la macchina blu, mettendo così a parte, (volontariamente o involontariamente, coglionescamente o arrogantemente, non m'interessa), troppe persone sugli aspetti più controversi e ricattabili della sua vita privata ed intima vuol dire che non ha tenuto presente costantemente- come dovrebbe essere- il suo ruolo pubblico, di gestione della cosa politica.
E' questo che mi demoralizza, questa superficialità arrogante e coglionesca insieme, questa miscela tanto inquietante quanto esplosiva di sfida e noncuranza, pagata a prezzo altissimo da lui, dalla sua famiglia (e qui non oso immaginare), dalla sua parte politica e dalla politica in generale.
Ma che cazzo va accadendo nelle teste della gente, di questi personaggi? Credimi, penso proprio che viviamo nel paese più corrotto del mondo, e non per questi fatti ultimi ma, lo risottolineo, per la riflessione che ne scaturisce: l'assoluta assenza di senso del ruolo pubblico e dei suoi obblighi, morali e non moralistici.

Così, nel pieno dell'incazzatura- che continua pure oggi, alla grande- scrivevo ieri in una mail.
Perché c'è poco da girarci intorno: ogni qualvolta chi ha il potere e la responsabilità politica agisce senza porsi alcun problema riguardo ai suoi comportamenti pubblici- e pubblici sono tutti i comportamenti, anche quelli cosiddetti privati per chi riveste un ruolo politico e/o istituzionale- si ha la netta sensazione che costui non abbia tenuto conto, o ne abbia tenuto pochissimo, dei suoi elettori, della loro opinione, della loro fiducia, del loro voto e persino della loro credibilità e sicurezza.
Se chi ha il potere e la responsabilità politica continua a mettere avanti al suo ruolo le pulsioni personali e caratteriali - tutte- vuol dire che non è in grado di considerare il pericolo derivante dall’esposizione a comportamenti capaci di incastrarlo in un sistema di ricatto.
La soggezione al ricatto priva l’azione politica di chiunque di dignità e di credibilità, danneggia irrimediabilmente la parte politica di appartenenza e tutti gli elettori di quella parte.
Se un uomo politico non è in grado di tenere costantemente a mente queste considerazioni o, peggio, addirittura non è in grado di farle, deve rinunciare a rivestire qualunque incarico pubblico.
Non si può giustificare più nessuno.
Non possiamo continuare a pagare per i danni morali che la cattiva politica ci infligge.


Ripropongo il testo, estrapolato dall'articolo di Curzio Maltese, ( che potrete leggere per intero QUI ), proposto nel corpo del post di ieri, "Emergenza & Urgenza".
Mi sembra doveroso poiché Maltese è stato uno dei pochissimi a porre in evidenza, con lucido disincanto, il vero problema della non-politica che ci circonda e ci intossica, giorno dopo giorno. E ancor più doveroso dopo la riflessione cui mi hanno indotto, sulla scia delle parole di Maltese, alcuni commenti al post di ieri.
Ecco, penso sia inutile illuderci, cedendo ai malesseri che ci passeggiano nella pancia e che ci trasformano un po' tutti in ingenui Angeli Vendicatori, percorsi da coliche e sgomento civile di fronte allo spettacolo di quello che viene definito- arrecando offesa ai burattini e ai pupi siciliani- "teatrino della politica", inutile illudersi, così penso, che il cambiare Imperatore ci guarisca dai virus inoculati costantemente e per decenni nel tessuto-mai-civilizzato del paese. Il problema, la grande opera da intraprendere, il vero Ponte sullo Stretto, è la ricostruzione morale, che non potrà mai evitare di passare per la politica, quella di sguardo lungo e di forte impronta civile, non certo quella del "speriamo nel meno peggio", soprattutto ora che l'aspetto politico più eminentemente pubblico e quello privato si sono sovrapposti nel loro lato più oscuro e si sono sbriciolati miseramente sotto gli occhi di tutti.





EMERGENZA
urge qualche quintaletto di Governo da far cadere: l'ordinazione giunge da uno dei nostri migliori clienti, er sor Clemente Mantella.
Schiaffeggiata la di lui consorte da nostra signora Grimilde Magistratis, il marito affettuoso sa che non sono i mazzi di rose quelli che possono far da balsamo: portare la sua bella sul balcone e, mostrandole il colle del Parlamento, poter dire "guarda, ora tutto questo te lo faccio cadere io..." è ben altra dimostrazione di affetto e devozione!
Eccchecazzz'! quelli della cosiddetta sinistra non si trovano mai al posto giusto nel momento giusto!
Cosa farà cadere ora er sor Clemente per dare la sua ennesima prova d'amore?
Tutto cominciò con due turchi-turchesi

in un giorno di probabile pioggia
con indosso la tua camicia di mezza stagione
ed un sandalo ormai tropp'estivo

sui pantaloni fuori moda e fuori stagione.

Ci sarebbe voluto un cappello elegante come una cerimonia di nozze
falda larga, fiore, svolazzi e tutto l'occorrente
certo non un berrettuzzo di lana grezza
e men che mai realizzato all'uncinetto,
meglio piuttosto un cappottello gaijardo
e un portafortuna come si deve:
Chissà, forse a quel punto sì che te l'avrebbero perdonato il tuo malefico e mal abbinato...
CALZINO GIURIDICO
il 100.000 del titolo corrisponde alle vostre visite,
GRAZIE
Irene gli aveva confidato un sogno di sette anni prima, uno di quei sogni che amava chiamare “i capitoli d’anima”.
I capitoli d’anima erano per lo più sogni di poca azione, simili a dei corti girati da registi con velleità di certo cinema lento, cinema costruito sui pensieri descritti alla moviola, tutt’altro che noiosi però, sia perché si trattava di corti, sia perché si trattava di sogni; i capitoli erano dominati dalla narrazione di uno o più sentimenti, trattati per esteso e resi con la puntualità di una carta geografica.
Il sogno di sette anni prima aveva per tema un incontro, tra Irene e un uomo mai conosciuto nella realtà.

Lei e Fabrizio, l’uomo onirico- come l’aveva ribattezzato con allusiva ironia - si incontravano nel sogno in casa di amici comuni, amici di sogno, ovvio, per una cena, mezza in piedi e mezza no, seguita da un film ben scelto e da chiacchiere
sul consueto, tutta roba di sogno sempre: la cena, il film e le chiacchiere.
Si scambiavano occhiate riconoscendosi senza essersi mai visti prima, si porgevano bicchieri con cortesia, si passavano imbarazzi e mani in tasca, che spesso sono poi la stessa cosa.
Nella notte piovosa di una imprecisata città del nord se ne uscivano insieme e, siccome di sogno si trattava, le luci per strada erano perfette per la cornice cinematografica di un amore nascente. Attraversavano viali di villette dei primi del novecento e in una di queste salivano poche scale fino al portoncino d’ingresso e, poi, fino alla porta di casa dell’uomo onirico. Era tardi ma non troppo da non potersi permettere altre chiacchiere e un tè dopo il quale si baciarono e via discorrendo, mentre la scena sfumava pian piano dalle luci ovattate dell’ambiente onirico verso le luci ingombranti del risveglio.

“Sai- gli raccontava Irene- la trama del sogno è quasi zero, ovvia e banale se vuoi, ma non è questo che conta: conta l’intesa che si crea tra l’uomo e la donna onirici, quel parlarsi la prima volta come fosse la ventesima, quel fermarsi a casa di lui come fosse tutto già deciso da entrambi, senza salti e senza scosse di timore. Ed è questo quello che mi colpisce ancora oggi: l’assoluto scivolare, senza necessità di spiegazioni parlate, verso la confidenza persa e ritrovata…mi capisci?”.
L’uomo in carne ed ossa la guardò senza gran meraviglia, un po’ perché aveva capito e un po’ perché con i sogni ci costruiva cabale e mappe del tesoro per mestiere.

La donna che lo aveva sognato sette anni prima capì d’essersi saputa spiegare e aggiunse:
“Una sera, era trascorso un anno dal sogno, rientrando a casa mi misi a piangere per solitudine sul divano, sebbene mi fossi appena vista con quello che chiamavo il mio grand’amore. Fra una lacrima e l’altra mi venne di pensare, ed era una strana forma di consolazione che mi volevo dare, questo non è Fabrizio, non è uscito dal mio sogno e nemmeno vi entrerà mai”.

Finendo di parlare la donna si fermò negli occhi dell’uomo in carne ed ossa e sussurrò:
“Neanche tu ti chiami Fabrizio e per di più sei di carne ed ossa, non abiti in una villetta di inizio secolo e non ti ho conosciuto in casa di amici ma questo non sarà un problema: avrai la parte, ne sono sicura, avrai il ruolo di Fabrizio”.
Così Irene se ne uscì dall‘ imbarazzo ché questa trovata altro non era che la dichiarazione d’amore resa da una donna timida e visionaria all’ uomo-non-onirico che le stava di fronte.
Non so se sia necessario aggiungere qualcosa: sinceramente non trovo di che argomentare...e su cosa poi?
Sulle immagini?
Sui commenti che le accompagnano?
Sulla voragine in cui stiamo precipitando? (e non "semplicemente" da un punto di vista politico, no, molto, molto di più).
Questi sono veramente gli ultimi passi verso il precipitare nell'infamia assoluta di un paese, di quella che in qualche momento abbiamo creduto una comunità "civile" e di quello che una volta si chiamava giornalismo.
Lo ammetto, non so dire se provo più paura o sbigottimento: è la vergogna a riunire e coprire ogni altro sentimento ed è dura non trovare spazio per altre sensazioni, è questa la vera sconfitta.

...talvolta penso che la libertà vera sia nel far eccezione a sé stessi, come a dire uscire dal proprio personale e spesso claustrofobico luogo comune...

ovvero: la speranza consapevole e la forza del sentimento civile
La sconfitta, amica mia,è lasciare che la notte sia senza sogni, che la disperazione passi di bocca in bocca. In ogni guerra, rivoluzione, direi in ogni amore che si volta indietro, la somma delle speranze, dei mondi possibili si scontra con la morta acqua dei compromessi. E'successo sempre e ad ogni caduta qualcuno si è rialzato, ha cominciato a pensare e parlare di un mondo possibile, più vicino ai desideri, qualche altro l'ha ascoltato e il mormorio ha alzato la voce. Ha riconosciuto la sua forza, la stessa che oggi tanti giovani o oppressi non riconoscono e mendicano dall'oppressore, come se chi toglie potesse dare.
La cosa che ci sconvolge, Tereza, è l'assenza di un risultato di fronte a tanti sforzi, come se questa scontentezza fosse il giudizio della storia su tutti noi. La misura della nostra insoddisfazione è determinata da chi ci è accanto e non reagisce, non spera o sogna come noi. Purtroppo però tutte queste parole non attenuano l'inverno del nostro scontento: ci manca il caldo sole di una battaglia vinta per determinare il nostro futuro. Eppure penso, Tereza, che questa battaglia non mancherà, come non mancheranno nuove sconfitte perché la razza umana non si è estinta mentre il conservatorismo estingue i sogni e gli uomini.
dal disperare, perché il bisogno di cambiamento e di equità infinitamente più importante della fuga o del rinserrarsi in casa, perché abbiamo sensi che hanno bisogno di vedere e sentire e perché, nonostante tutto, crediamo sia possibile e ancora ci commuoviamo e sentiamo il sangue scorrere e il cuore battere forte per un'idea, un simbolo, una musica che racchiude tutti gli altri. Gli stessi che vorremmo come noi e insieme diversi. Mi presento
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