TereZa

 

Le parole aggiungono, svelano, stendono, dispiegano, valorizzano, sottolineano, consegnano al mondo dei suoni alfabetici l'immagine...

Le parole sono, possono essere, un'altra via e un altro modo dell'immagine. 


L'immagine parla con il silenzio ma le parole la possono far viaggiare lontano.

Non ci sono immagini che non possano vivere e parlare attraverso le parole.

Le parole portano le immagini anche dentro agli occhi ancora chiusi e agli sguardi distratti.

Le parole possono recare in loro un intero cuore.

Non vanno buttate via o buttate dove capita.

Le parole possono essere carezze.

la voce

Le parole possono essere schiaffi.

Le parole possono regalare un intero sguardo, un'immagine complessa,  possono persino descrivere un complesso gioco di luci, "immagine d'occhi" per eccellenza.

Le parole possono.

E possono tutto questo senza perdere nulla per strada.

Ma ci vuole  rispetto,

molto rispetto

per loro e per noi stessi.

lacrime

(già pubblicato,ora riveduto e corretto)

Postato alle 09:38 di lunedì, 30 novembre 2009


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dal bus
A Roma, di domenica mattina, distretto Appio-Tuscolano, accanto alla piazza Kings of Rome, antica e rinomata zona di arrotamento pedoni, una donna di età indefinibile, in evidente stato psichiatrico pittoresque et burlesque, si abbassa e si ritira su gli abiti per quattro-cinque volte di seguito prima di scegliere definitivamente il posto più adatto per farla, diciamo così, franca, liquida e plin-plin, senza però l’effetto leggerezza e bellezza a seguire (leggi Chiabotto) e senza alcun passero parlante nei pressi (leggi Del Piero).
Ad ogni sopralluogo si cala i simil-pantaloni-gonnellone-sbrindellone, ispeziona l’asfalto, ne saggia la consistenza e la porosità, considera astutamente il valore del punto-location (come dicono tra loro gli english-fighetts) e passa oltre.
Le zone scartate sono a pochi metri una dall’altra, certo, ma le valutazioni compiute dal nostro personaggio sono pari al mistero di Fatima, o a quello della ricerca dei tartufi, c’è poco a’ fa, guagliò! E chissà quante volte, prima che io la vedessi,  s’è calata e rialzata i simil-pantaloni-gonnellone-sbrindellone, fino al momento della scena finale: l’apoteosi urinaria, condotta e girata magistralmente sotto lo sguardo appena un po’ perplesso di alcuni, rari, passanti.
il barbone di De Sica
E’ che noi qui, nella Roma laTrona, se non sono superlativi i pazzi non li prendiamo.
Tereza, corrispondente dal SantaMariaDellaPietàItinerante
Postato alle 14:55 di giovedì, 26 novembre 2009


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Ho inserito questo video con ERRI DE LUCA ad apertura del post perché in qualche modo c'entra con l'argomento, in qualche modo mette dei punti su argomenti solo apparentemente piccoli, in qualche modo riporta al concetto di valore quelle cose che per superficialità riteniamo superflue, non determinanti.

La verità che ci è dovuta è una di queste cose e solo la superficialità può indurci a ritenerla non Necessaria.

 bracciale a stelle

 Ed ecco il testo del post per com'è nato all'inizio:

Parlando dei misteri-schifezza d’Italia, Michele Serra così scrive in chiusura della sua rubrica, Amaca, del 22 novembre scorso:

“…è tutto confuso in un viluppo che sarebbe perfino vitale, perfino espressivo (la decadenza è sempre un kolossal), se non avessimo l’odiosa percezione che tutto questo ha come unico scopo la manomissione della verità.

Il problema, forse, è che la verità in Italia è inconfessabile proprio per la spaventosa cosa che ho detto prima: il crimine organizzato è attore politico di primo piano, strettamente intrecciato con il potere. E il potere è a sua volta innervato di crimine. La verità sarebbe decisamente troppo dura perfino per un popolo cinico come il nostro. Per la verità non siamo pronti, per la democrazia, di conseguenza, nemmeno.”

 Pascal Renoux

Queste parole mi hanno fatto ripensare al post sulla memoria di pochi giorni fa, e sono tornata mentalmente su questo pensiero, buttato giù a proposito dei mille misteri/scandali che oscurano il nostro passato e anche il nostro presente:

“…gli incidenti di percorso della nostra storia recente, tanto gravi e drammatici da costringerci a vivere in un paese che non possiamo considerare intero, integro e con un patrimonio comune vero, da condividere e difendere. Perché sì, credo che solo condividendo appieno tutto il bagaglio della memoria, in forma consapevole e presente ad ognuno, anche nelle sue parti più difficili, drammatiche e disastrose, possa avere un senso parlare di casa comune“

C’è stato un commentatore di quel post, 4ngelo, che ha scritto: la verità, purtroppo, non ce la meritiamo” . E’ stato il commento più duro tra i tanti, anche se è stato reso con la solita verve linguistico-sperimentale e di spirito di 4ngelo.

Oggi, anzi, per l'esattezza il 22 novembre, Michele Serra ha fatto un’affermazione che s’apparenta strettamente con quella di 4ngelo: non siamo pronti per la democrazia perché non siamo pronti per la verità.

Ophelia di MILLAIS

E’ terribile quest'affermazione, è senza via d’uscita, e io sento che c’è del vero in questa fotografia del nostro eternamente mancato svezzamento civile. Solo mi sento lo stesso di dire che qualunque verità è migliore della mancata verità, perché dopo aver saputo bisogna per forza di cose decidere che fare: soccombere e andare al macero o ricominciare dalle rovine più disastrose.

Io credo, voglio continuare a credere, nella forza determinante, nella svolta irrinunciabile che il dramma imprime sulle vite comuni: lasciarsi morire o ricostruire, pure quando tutto è ridotto in polvere, moralmente in polvere.

Postato alle 14:10 di martedì, 24 novembre 2009


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il-melograno

"Però ci furono quelli
che ebbero per casa solo il cuore,
sospeso tra abissi e buio,
di una VITA TUTTA NELL'INVISIBILE,
il cuore, che lentamente si crepava
e null'altro."

G.Giudici

Jan SAUDEK

Il titolo del post non è il titolo della poesia, quello proprio non lo conosco.

Questa poesia di Giudici è stata pubblicata, un po' di tempo fa, da un'amica Blogger,  sul suo blog che ora non c'è più.

Mi colpì perchè descrive con dolore ma anche con una sorta di amorosa e sognante speranza  una verità che  tutti noi, ancora sognatori di sogni e non di surrogati di sogno, abbiamo sotto agli occhi, quasi in ogni istante della nostra esistenza: la nostra vita di dentro ch'è grande, è potente, è immensa e talvolta sembra vicina a devastarci e dominarci totalmente per la sua straripante ed invasiva energia.

Eppure ci tocca necessariamente amarla, e amarla intensamente perchè forse è l'unica vita vera, il guscio caldo e nudo dell'anima.

E mai lasciarla sola.

E mai rinnegarla. 

La vita di dentro ha bisogno di respiro e di spazi,  gli stessi in cui possiamo per davvero camminare: a passi forti verso la libertà d'espressione.

(già pubblicato nel 2008)

Postato alle 10:10 di lunedì, 23 novembre 2009


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girls for Gheddafi

dove siamo arrivati, anzi arrivatE?

dobbiamo chiedere aiuto e parola e arringa  a Topo GigioPierLuigiGiovanniBattista ?

o vogliamo farci tutte operare per raggiungere l'1,70 di altezza e sapienza e mezza, anche intera se capita, bellezza?

o forse riteniamo d'aver raggiunto una posizione di TuTTo rispettiSSimo nel panorama della politicaputtana mondiale se anche uno come il Colonnello Maximo viene da noi a cercar pane per i suoi denti e per le sue crisi-esaltazioni-assalti-furori mistico-pedagogici-religiosi di zona bassopubica?

che bel paese è questo che si fa ricordare, cercare, visitare, onorare finanche come catalogo vivente gioioso-troioso-patinatoextralucido&sconfinante-nell'oleosoputrido di finissimo carpaccio di femmina su tacchi a spillo e libri sacri 

che goduria

che esaltazione

che compiacimento

e che merda...

e quella di  Topo GigioPierLuigiGiovanniBattista è tutt'n'vvidia, sient'ammé!

(p.s.: Aire, fermo lì e non provare a cazzeggiare che stavorta te corco, come diciamo noi qui, nella capitale ladrona e greve...)

Postato alle 10:41 di venerdì, 20 novembre 2009


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Via, via, via dalla pigrizia e dall’ipocrisia ribattezzate e travestite da inutile saggezza e da sciocca pazienza. E se ti dicono che non hai più l’età per la ribellione o per dire il vero e l’autentico che pensi non ti fermare, neanche un secondo, ad ascoltarli, ché a sentir loro l’età giusta non ce l’ha mai nessuno.
Via, via, via dalla calma e dalla quiete del non pretendere più futuro, immobilizzati in un presente chiuso in una bolla di ghiaccio sporco. E pazienza se ti accusano di eccessivi bollori o ti trasformano in un oggetto da museo, patetico modernariato del fu spirito civile.

liberi

Perché la consapevolezza è l’esatto contrario dell’oppio dei popoli e la partecipazione, lei sola, è quella che tutto muove e tutto costruisce, che innaffia la volontà e fa germogliare la voglia, quella sana.
Riflettere non è un comando dato dall’istruttore di educazione fisica nell’ora di ginnastica
è un intento
è uno scopo
è un modo di procedere
è lo scoppio del motore
è la scintilla
scintilla2
Riflettere è metodo di rielaborazione e di costruzione dell'apprendimento prima e dell'esperienza poi.
Perché per imparare a volare con le proprie idee, si sa, non è mai troppo tardi, nemmeno quando l'età per le flessioni è già passata da un pezzo.
Insomma, riflettere per andare avanti è tutt’altra roba che le pippe mentali propriamente dette:
da quelle dio ce ne scampi impanati e fritti e liberi le triglie di scoglio e di paranza.
frittura-paranza
Postato alle 14:57 di mercoledì, 18 novembre 2009


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Pascal Renoux
Nel nord-est, prima della sbornia dei capannoni e della fioritura del popolo degli imprenditori-a-qualunque-costo,  si conservava un angolo di mondo speciale, figlio dell’Italia contadina e contadino ancora anch’esso, ricco di memorie raccontate a voce davanti al fuoco, soprattutto memorie della Grande Guerra, e di relazioni vive di battiti d’umanità.
In un paesetto piccolissimo della campagna dolce di quelle zone, tra le prealpi e il mare, c’era una comunità minuscola, composta per lo più di vecchi e di donne e uomini di mezz’età, ché la generazione dei figli aveva già iniziato a scappare verso le città vicine, se non per  studiare almeno per cercare un lavoro che potesse dirsi cittadino: iniziava così l’esodo definitivo dalle campagne, preannunciato anni prima dalle ultime emigrazioni di famiglie giovani verso il nord Europa e le Americhe.  
la Grande Guerra
Le famiglie più modeste o che disponevano di un’azienda familiare, agricola nel 90% dei casi, rimanevano compatte e raramente i figli se ne andavano in città, piuttosto sceglievano di mandare avanti che so, la latteria o il piccolo negozio.
Le corriere di collegamento con la cittadina più vicina avevano un’unica fermata, nell’unico spiazzo grande del paese, davanti al bar Centrale che Centrale lo era davvero, di nome e di fatto, visto che individuare il centro in un posto così minuscolo era roba da putei.
Ovviamente tutti si conoscevano e quando uscivi di casa ti toccavano mille saluti ché da ogni orto, tra ciuffi di insalate e piante di frutta, si sporgeva un volto cordiale, da ogni giardino con i gerani si sollevavano verso la strada gli occhi sorridenti di una nonna con la lana e i ferri tra le mani nodose ma sempre svelte.
La comunità, pure percorsa da invidie e pettegolezzi come qualunque comunità piccola e poco avvezza  a guardare oltre i propri confini, aveva suoi equilibri di convivenza, a loro modo ammirevoli, capaci di richiamare e tenere dentro il suo guscio protettivo anche i meno fortunati.

Ronis: the-caretakers-cat

Nel paesetto di questo racconto, per esempio, viveva l’Emilione, un gigante d’uomo con la vivacità mentale di un bambino di quinta elementare e con la stessa esperienza intellettuale.
L’Emilione era, come si diceva allora con linguaggio forbito, un po’ ritardato, aiutava i genitori nelle fatiche della campagna e poco altro ché la sua principale dote era la stazza e la forza fisica, garantita dalla sua mole gigantesca.
Il paese però non lo disprezzava ma, tutt’al più, lo commiserava, senza fargli mancare una forma particolare d’affetto, un segno del suo intenderlo figlio e membro a tutti gli effetti. Perché l’Emilione, bambino in un corpo esageratamente grande, veniva trattato da tutti con l’affettuosa condiscendenza che di solito si riserva proprio ai bambini.
bambino
Così, siccome l’Emilione si sentiva molto felice nel salutare ed essere ricambiato ripetutamente da tutti i suoi compaesani, ognuno lo assecondava ricambiando anche sei sette volte il suo saluto e chiamandolo ogni volta per nome, dando segno cioè di conoscerlo e di riconoscerlo. Questo buffo scambio andava dunque avanti per un paio di minuti davanti ad ogni cancello o giardino che l’Emilione incontrava e più o meno si svolgeva così:
“’giorno!”
“ciao! ‘Milio!”
“ciao!”
“ciao, fiol, com' ea, ‘Milio?”
“ciao!”
“ciao! ‘Milio!”
E sì, in quello scambio ripetuto di  battute ognuno dei destinatari dei saluti dell’Emilione  rispondeva chiamandolo sempre per nome, una forma spontanea e carezzevole direi di riconoscimento e di affetto.
E così il gigante distribuiva sorrisi e saluti fino a sfinirti o fino a che qualcuno, spesso uno dei genitori, non lo portava via.
 “Ehi, ‘Milio!” era una frase che gli rivolgevano tutti e il suo nome non mancava mai d’essere  pronunciato più volte mentre sul volto del gigante infantile si stendeva un’intera luminaria di sorrisi: la comunità gli regalava così, spontaneamente, un po’ della sua pazienza, facendolo sentire “riconosciuto” e dunque amato.  
ferrata-sass-brusai- 
Ricordo che io, bambina di otto-nove anni, osservavo questa scena con curiosità, percependone un significato diverso da quello più semplice che appariva, un’impressione speciale che concettualizzai solo qualche anno più tardi: era la pietas, la comprensione senza retorica e senza ostentazione, il senso del soccorso e dell’accudimento sociale, il segnale della capacità e della volontà di integrare con piccoli gesti anche i più sfortunati, quelli che vivevano fuori dalle righe del quaderno ufficiale.
Era, inoltre, una forma di solidarietà e di sostegno per la sfortunata famiglia.
Era quello di ‘Milio uno dei tanti borghi, uno dei tanti esempi di una società, di un paese ancora innocente, capace di gesti illuminati da splendido e caldo candore, ma non per questo superficiali.
Franco Basaglia

Era l’Italia dove era nato e operava uno come Franco Basaglia, a ribadire che siamo tutti figli dei tempi, anche se talvolta ce ne vorremmo scegliere di migliori.

Postato alle 10:13 di martedì, 17 novembre 2009


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oggetti e velleità
Sai, pensavo alla magia delle storie: raccontare le storie è un atto d'amore dal potenziale creativo immenso, uno dà il la e invita l'altro a continuare, ci si scambia energia fantastica e si ride, felici delle proprie invenzioni, e più sono assurde più ci si appaga, ci si sente  superiori alla comica maniera dei bambini che a tre anni son capaci di ridere di quello di uno che barcolla sulle gambette incerte.
Perciò oggi ti racconterò la storia di Ida, figlia di contadini della marca trevigiana che non aveva studiato un granché. Ragazzona giovane e prestante, alta 1,75, di capelli biondi e occhi verdi, andò presto-presto a lavorare in filanda finendo così, per necessità di pane e di sopravvivenza,  in un paese di montagna dell’appennino bruzio. Lì conobbe, s’innamorò e sposò Antonino, figlio di gente ch’era stata benestante ma aveva perso il più per strada.
tutto serve
Eravamo negli anni ’40, la guerra era già abbondantemente per le strade e Ida, che aveva già perso tre tra fratelli e sorelle, si ritrovò in quell’angolo di terra aspra  dove l’eco della guerra arrivava attutito e più che altro c’era tanta povertà: quella di sempre e, in più, quella portata dalla guerra, tanto per far compagnia alla prima.
Ida e Antonino ebbero subito una bambina, Caterina, detta Catì, destinata a rimanere orfana di padre prestissimo: quando la bimba aveva sì e no un anno, per una di quelle malattie banali che in tempo di guerra e con le medicine che Tricarico-1960, fotografo Mario Cresci scarseggiavano uccidevano come mosche anche uomini forti come Antonino.
Ida, la ragazzona venuta da lontano, tornò estranea e fuoriposto da quelle parti, nonostante Catì, e perciò decise di tornarsene, prima al suo paese, lasciando la bambina ad una cognata nubile che le fece da madre in modo esagerato, dato che non ebbe mai altri affetti sui quali spartirsi, e, successivamente, in Germania, dove lavorò per molti anni come cuoca. Con il suo lavoro riuscì a far studiare Catì, si sistemò, sistemò sua madre divenuta anziana, restaurò la grande casa di campagna della sua, un tempo, numerosa famiglia e campò dignitosamente, senza più uomini ufficiali al suo fianco.Grassano,1960- foto di Mario Carbone
Catì crebbe assai poco legata alla madre, donna effettivamente un po' ruvida per tanti aspetti, e attaccatissima invece a Mena, la zia-madre nubile; per questo e per tanti altri motivi troppo complicati da raccontare in breve, quando Catì in estate tornava da sua madre preferiva passare la gran parte del tempo con la nonna Marietta, una donna piccola piccola, sempre sorridente, che, forse perché aveva perso quattro figli su sei in tempo guerra, mostrava un talento materno spiccato, maggiore, e di gran lunga, di quello della ruvida e sbrigativa Ida: insomma, una volta messa su famiglia Catì prese a frequentare sempre meno la casa di sua madre.    
Ida però, pur non avendo studiato, amava leggere e conosceva l'opera meglio di un esagerato musicofilo. Le piaceva da matti lavorare ai ferri ascoltando sua nipote, Marinella, una bambina di otto anni, che le leggeva "Le avventure  di don Camillo", uno dei suoi libri preferiti.
La bambina si divertiva a recitare, letteralmente recitare il testo, presa e compresa dal suo ruolo di intrattenitrice ed esaltata dalle lodi sperticate di Ida sulla sua precoce bravura di interprete. Il libro di Guareschi*** venne letto e riletto in quell’estate, mentre Ida, a sua volta, ricambiava quella particolare compagnia di lettura-recitata intrattenendo la bambina con i racconti delle trame di varie opere, per lo più pucciniane. Ne riferiva con un trasporto sentimentale così autentico da imprimerle per sempre nella mente di Marinella.
Ida lavorò ancora per molti anni dopo il rientro dalla Germania: preparava abitini per neonati per una fabbrica del posto, provvedeva a gran parte dei lavori di casa come nessun uomo avrebbe saputo fare, cucinava da dio i piatti tipici della sua terra, ecc. ecc.
Ida avvicinò Marinella all'arte amorosa delle storie narrate, stimolando la sua vanità istrionica di lettrice-attrice e sciogliendo nelle sere estive i nastri colorati e fascinosi della storia di madama Butterfly, di Tosca, ecc. ecc.
Nei lunghi pomeriggi di luglio Ida se ne stava nel tinello, ascoltando le opere alla radio con religiosa attenzione e sguardo rapito, supplendo magnificamente alla sua poca istruzione con il sentimento dell'arte e della poesia che possedeva ed esercitava istintivamente, e trasmetteva anche.
A Marinella insegnò l’opera e le sue storie intense ma anche a riconoscere e raccogliere l'erba per i conigli, a scovare le patate e le carote nascoste nella terra soffice dell'orto, a parlare nel suo dialetto, permettendole, pochi anni dopo, di leggere e comprendere le commedie di Goldoni in lingua venexiana.
Marinella non dimenticò mai più nulla di quell’estate di orti, conigli, romanze e battute anticomuniste  di Don Camillo.
E se anche Marinella non è il mio nome Marinella, la bambina-attrice, ero io.
la ROSSA di SAUCO
***(Mi scuso per aver inizialmente scritto Mosca anziché Guareschi ma c'è un motivo: l'edizione del Don Camillo , datata già allora, sulla quale leggevo per Ida, conteneva le illustrazioni stilizzate ma assai espressive di Giovanni Mosca che con Guareschi collaborò e condivise varie esperienze di giornalismo: a me, bambina, quelle illustrazioni scarne, tratteggiate ma d'effetto, rimasero per sempre impresse).
Postato alle 17:16 di venerdì, 13 novembre 2009


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Tempo fa, anni fa, scrissi in un commento sul blog della mia amica Alice che noi italiani scontiamo un grave handicap: la nostra memoria comune e recente è zoppa e monca, segnata dalla mancata riscossione delle verità dovute, legittimamente dovute, ad un paese che possa definirsi civile e con una democrazia sana.
Lo scrissi pensando alle troppe mancate verità, soprattutto sulle stragi e le altre laidezze affini, incidenti di percorso della nostra storia recente tanto gravi e drammatici da costringerci a vivere in un paese che non possiamo considerare intero, integro e con un patrimonio comune vero, da condividere e difendere. Perché sì, credo che solo condividendo appieno tutto il bagaglio della memoria, in forma consapevole e presente ad ognuno, anche nelle sue parti più difficili, drammatiche e disastrose, possa avere un senso parlare di casa comune.
 

i bambini di Renoux


Mi ha fatto ripensare a quanto scrissi sul blog di Alice un’altra blogger che in questo post descrive con amarezza quel che io mi sento di chiamare la nostra "smemoratezza civile". Perché di questo si tratta: di colpevole sottrazione della verità per usi ed interessi innominabili da parte di uno e di smemoratezza civile da parte degli altri. 
E’ che la sottrazione e l'insabbiamento furfanteschi delle peggiori verità della storia recente del nostro paese hanno avuto ed hanno bisogno, per poter essere, della smemoratezza civile dei più, dell’incuria e della superficialità di chi (tanti, sempre di più) si accontenta di vivere ogni giorno come se la sua vita fosse un’entità astratta che si compie nel chiuso di minuscole stanze di pensiero, lontano da ogni respiro che possa sapere di storia e di civile convivenza.
valigia a doppio
La smemoratezza che permette tuttora la sottrazione della verità e che, di fatto,  lacera la dignità del nostro paese in misura irrimediabile, è  nient’altro che smemoratezza colpevole anche quand’è “istintiva”, non troppo ragionata.
Sarà forse che io ormai non so credere più nell’innocenza di certa smemoratezza e la guardo con la stessa diffidenza con cui guardo alle ombre del nostro passato ferito e devastato, anche da tantissime morti innocenti, non dimentichiamolo.
Pochi giorni fa ho accennato alla forte e sempre allertata coscienza civile della Germania rispetto al suo passato nazista e m’è venuto subito di assimilarla alla maturità civile che ha portato, in anni assai più recenti, all’apertura degli archivi della Stasi, dove ogni cittadino tedesco dell’ex DDR- ma non solo- può, se lo desidera, recarsi a visionare i documenti segreti redatti dalla polizia che lo riguardano.
Ulrich Mühe, l’attore protagonista del bellissimo film “Le vite degli altri”, Das Leben Der Anderen,  era- (era perché morì poco dopo la fine del film)- un tedesco dell’ex DDR e chiese di visionare la sua cartella presso l’archivio della Stasi, scoprendo che su di lui la polizia dell’ex Germania est aveva raccolto moltissime notizie, in gran parte tutte dalla stessa fonte: la sua prima moglie. Ora, saltando le considerazioni sulla drammaticità di una scoperta simile, pensavo a quanto possa contribuire a rinsaldare la coscienza di un paese che è rimasto diviso per svariati decenni  avere accesso ai documenti segreti che riguardano i suoi cittadini o la sua storia recente, alle verità cioè, anche tremende, del passato. Sapere che puoi farlo ti dà il senso della garanzia della tua dignità di cittadino e rinsalda quello dell’appartenenza al tuo paese.

biciclette malate

Ecco, qui volevo arrivare: la verità sulle stragi e su tutti i capitoli oscuri della nostra storia nella seconda metà del secolo scorso noi non l’abbiamo mai avuta e questo ci impedisce di guardare al nostro paese con un vero sentimento di appartenenza perché ci sentiamo depredati della nostra coscienza e consapevolezza storica, del patrimonio comune, fatto di tutto, proprio tutto quanto ci ha riguardato, anche le tragedie  più atroci.
E invece siamo sempre qui, poverissimi di storia perché siamo stati derubati della verità e siamo perciò senza memoria.  
ali
Postato alle 14:27 di mercoledì, 11 novembre 2009


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Lo dico:

di fronte alle dichiarazioni, ai concetti, al linguaggio spietato e amorale  di quest'uomo, che si professa senza vergogna seguace della cosiddetta dottrina cristiana e cattolica e strenuo difensore del simbolo (ma solo di quello) del crocifisso, (sul quale peraltro, per come si è espresso in merito al caso di Stefano Cucchi, ha praticamente "sputato"), provo uno sdegno senza limiti, qualcosa che somiglia pericolosamente all'odio.

La sua ferocia, espressa pubblicamente nelle parole e nei sentimenti, mi spinge, mio malgrado,  a provare un sentimento troppo forte e destabilizzante, un'indignazione senza freni.

Non vorrei mai essere contagiata dall'odio meschino e ipocrita che costui ha di fatto mostrato ma la rabbia per quanto ha dichiarato mi fa provare un'avversione  violenta verso quanti adoperano e corrompono i simboli della caritas e della pietas umana e cristiana.

E dire che io non sono cattolica...

Postato alle 12:37 di martedì, 10 novembre 2009


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