..."epifaneia": manifestazione, apparizione...
1) il Borsone di TROPPO
La donna arrivò, in un giorno grigio, nella periferia di coda alla città e scese dal bus su uno stradone largo, modello tangenziale.
L'attraversò prudentemente, con l'ansia in corpo- andava a conoscere uno sconosciuto- e con la curiosità accesa sul reale.
L'ansia le stava nelle gambe, il suo posto preferito: gliele rendeva leggere e intrepidamente dinamiche e, nel contempo, indecise e appesantite di grande prudenza.
L'allerta le viaggiava sulla pelle e rifiutava di lasciarne la superficie.
Comunque proseguì, oltrepassò il marciapiede dello stradone e si inoltrò in una piccola rientranza, un po' meno di una traversa, all'inizio della quale c'era il portone descritto e prescritto.
Bussò al citofono e salì le poche scale con il suo borsone di troppo: non lo aveva potuto mollare nella prima stazione d'arrivo perché c'era troppa fila e neanche in questa, la seconda, perché qui il deposito era chiuso da tempo, ingoiato dalle nuove esigenze di ammodernamento e razionalizzazione delle ferrovie e beffe dei viaggiatori.
L'uomo le aprì la porta con un sorriso leggero leggero, come misurato per dosaggio curato e prudente.
L'imbarazzo e la timidezza le si misero ai fianchi, esattamente come i carabinieri di Pinocchio, suscitandole una reazione caparbia e rabbiosa, da burattino ribelle: fu per questo che, mentre lui l'accoglieva con un abbraccio, esclamò due volte
"piacere di conoscerti!".
Sì, proprio "piacere di conoscerti!": era infatti la prima volta che si vedevano anziché scriversi.
Pronunciare quella frase le serviva anche a richiamare forte il principio di realtà, in ossequio al quale teneva devotamente sempre accesa una sua intima candela, tanto vigile quanto ironica nell'ondeggiare della fiamma.
La frase rompighiaccio però le cadde di bocca e di mano dentro all'inaspettato abbraccio che sulla soglia le arrivò dallo sconosciuto, un abbraccio così particolare da scriverci un piccolo racconto, così pensò parecchio dopo: sarebbe servito sia per fermarne l'impressione sia per chiamarne a raccolta tutti i particolari, in quella sua buffa memoria filmica che non finiva mai di stupirla e metterla un po' a disagio, ché mettersi a disagio di sé stessa non le era affatto raro.
Aveva l'impressione di vivere sempre a cinepresa accesa ma senz'accorgersene; così poi si ritrovava i film della vita quotidiana, bell'e fatti, completi di montaggio, sonoro e commento musicale.
Pensando e scrivendo usava chiamare a raccolta tutti i suoi pensieri/ricordi e quelli, pronti come alunni zelanti e un po' paraculi, si presentavano all'appello dopo ogni impressione forte, arrivando da un rifugio mentale insospettato, in attività perenne ed instancabile: maniacale le sembrava l'aggettivo più adatto.
I due si sedettero quasi subito a tavola a mangiare qualcosa, con poco più di un'ora di tempo a disposizione.
Era un'ora per mangiare, per conoscersi di faccia, per scrutarsi e distogliere lo sguardo e poi rimetterlo al suo posto, per sorridere, per cogliere ed oltrepassare il senso dell'espressione facendo finta di nulla o quasi.
L'uomo che le stava di fronte era una vera sorpresa: tanto severo in foto da apparire a disagio con il suo stesso abbozzo di sorriso, sprofondato in uno sguardo tagliente e analizzante tanto da incutere disagio, ora le appariva tutt'altro, con l'espressione diluita in uno specchio acquoso di malinconia: aveva uno sguardo da lago remoto.
E di quello specchio d'acqua e dell'abbraccio lei prese nota, appunti e meraviglia senza neanche accorgersene, come sempre le accadeva, in quell'ora che trascorsero insieme.
Ma di questo narrerò nella seconda parte.
(1-di due)