Ovvero: storia metropolitane di tentata censura e impudenza libertaria sui mezzi dell'Atac.
Una volta, ero una ragazzetta adolescentissima, salii su di un autobus dove c'era ancora, sopravvissuto alla soppressione delle figure più antiche ed artigianali del personale viaggiante, il posto del bigliettaio.
Il posto del bigliettaio consisteva in una sedioletta a panchettino sistemata vicino alla porta per la salita, con davanti una sorta di banco di scuola in miniatura, un piccolo piano d’appoggio con vari scomparti fondi di diversa grandezza per sistemare le monete, le banconote e la mazzetta dei biglietti. Sui biglietti- piccola digressione e nota di colore grevemente capitolino- c'era la scritta: conservare il titolo di viaggio e presentarlo aperto ad ogni richiesta del personale…be’, inevitabilmente quella scritta dava luogo a doppi sensi pesantemente trivialotti, molto diffusi tra i ragazzi delle scuole che non ci pensavano due volte a correggere a penna il testo dell'avviso, sostituendo il sostantivo titolo (di viaggio) con la parola ----, be’, immaginate voi che roba da tavernazza romana...e sì, lo so...
Bene, folclore e turpiloquio a parte, io adoravo sedermi su quella seggioletta: ti regalava una posizione di osservazione privilegiata della fauna viaggiante e aveva, per sua natura, un che di anarchico, di fuori dal coro, di dissidente quasi rispetto alle file ordinate dei posti più regolamentari e perciò, come potete immaginare, mi attraeva moltissimo.
Fu per questo motivo che, come sempre quando ce n'era l'occasione, anche quella volta mi sedetti sul trespoluzzo del fu bigliettaio e mi misi di schiena contro la porta d'ingresso, tutta 'ntorcinata per guardare fuori dal finestrino.
Un signore anziano, segaligno e dall'aria vagamente autoritaria, appena montato sul mezzo mi apostrofò così:
"signorina! le sembra il modo di stare seduta?!? pensa sia giusto che io debba guardare la sua schiena per tutto il tempo?!?"
Ora, premesso che il posto del bigliettaio era sul fondo dell'autobus e per mettersi dietro e rimirare la mia schiena fuori ordinanza bisognava assolutamente scegliere di mettersi lì;
premesso che il posto del bigliettaio era comunque un posto a sedere disponibile, sebbene scomodo, per chiunque lo volesse utilizzare;
premesso che non c'era nulla di sconveniente nella mia postura (ero coperta, non indossavo nessun indumento aderente o chissà che) e che casomai era solo un po' insolita, disordinata rispetto alle regole geometrico-organizzative dell'autobus e del vivere convenzionale e, volendo esagerare, un po' contortuzza;
premesso infine che io avevo, da quella postazione, tutte le schiene dei viaggiatori davanti a me, (e ciò era praticamente inevitabile oltreché totally privo di interesse, per me ma anche per tutti gli individui sani di mente e senza pruriti irriferibili posizionati nella zona amish-oscura del cervello);
premesso che colsi al volo l'intenzione pretestuosamente sanzionatoria del buoncostume mossa da quell'arcigno membro delle squadre combattenti per la moralità antischiena, insomma, premesse tutte queste belle cosuzze, be', sapete come gli risposi, dall'alto-basso-medio della mia lucida insolenza adolescenziale?
"dice a me? cos'ha di scandaloso la mia schiena, scusi? e si viene a lamentare di questo con me? e io, allora? che dovrei dire? da qui vedo le schiene di tutti e mica mi metto a sbraitare per questo! Cambi posizione semmai, si metta dall'altro capo e si goda il panorama delle facce se le piace di più!"
p.s.: dimenticavo di riferire della reazione indispettita del signor Catone-da-strapazzo che con occhi e parole spiritate e sdegnate così commentò la mia impudenza: "ma guarda come mi risponde!" e io: "ma guardi lei che cavolate va dicendo!".