che fossero primitivamente simili ormai lo sapevano;
che facessero ogni volta l'amore come se lottassero era quasi la norma;
che da quella lotta uscissero prendendosi in giro a vicenda era una prassi;
che si stupissero ogni volta del loro comune e selvatico senso vitale era una complicità dichiarata;
che non conoscessero altra passione che quella, così particolare da essere in qualche momento vicina all'odio e al desiderio di farsi del male, quasi un cibarsi uno del corpo dell'altro, era una consapevolezza.
Eppure vivevano tutto ciò con naturale, istintivo ed intatto stupore e da tempo ormai.
E dentro riflettevano segretamente, ciascuno per proprio conto, sulle vicende comuni delle loro terre.
Terre abbordate infinite volte dai predoni.
Secoli fa, certo, ma chi poteva dire con certezza che non fosse rimasta in loro alcuna traccia dell'istinto di rapina?
Che non ci fosse ancora traccia di quel prendere l'amore con istinto di ineluttabile fame?
Bastavano forse gli occhi verdi di lui a mettere in discussione la loro probabile e comune discendenza dai predoni? no, l’indizio era insignificante nel loro contesto erotico generale.
A questo forse pensava lei in quel pomeriggio, quando gli ordinò di stendersi sul letto con la voce di chi ammette solo obbedienza.
E una volta ottenuta l’obbedienza gli tolse ogni indumento di dosso e gli chiese di assumere la posizione di Cristo sulla croce.
Poi spogliò sé stessa d'ogni cosa e gli si stese sopra
anche lei come un Cristo in croce:
le cosce sulle sue cosce
l'interno delle braccia a toccare l'interno delle braccia di lui
ad aderirvi e a cercarne la punta, le mani cioé, benché fosse tanto più piccola di lui.
Le punte dei piedi a sfiorare quelli di lui, benché fosse tanto più piccola di lui.
La testa a cercargli prima l'incavo del collo e poi la faccia, e ogni parte sovrapponibile per sovrapporsi.
Due crocifissi d'amore.
Solo ad un certo punto gli disse, a voce sottile ma perentoria:
"non ti muovere, voglio sentire tutta la tua superficie e se possibile il sangue andare nelle vene”.
E lui fu buono per un po', accettò sospirando e compiacendosi di quel gioco,di quell'incollarsi e scivolargli addosso di lei per percorrerlo tutto.
Gli piaceva molto, soprattutto per l’impegno che le vedeva mettere nel farlo: tanto più piccola ma anche tanto testarda.
Ma il gioco non durò quanto lei avrebbe desiderato, ché forse una notte intera lo avrebbe voluto usare come tappeto volante...
Una notte intera o quasi.
Addormentarcisi addosso.
E' che lui voleva sempre comandare e quindi dopo poco si mosse, dimettendosi da quella croce.
"Maledizione-pensò- la vince sempre lui..."
e un po' bestemmiò contro la sua statura che era troppo piccola rispetto a quella grande di lui, come la sua forza fisica, del resto.
Forza e statura, solo quelle erano più piccole però...
Lo lasciò dunque tornare in cima alla nave e andare al timone, e intanto se la rideva.
Anzi se la ridevano insieme del resto del mondo che non stava là ma da qualche altra parte a smadonnare per questo e per quello.
Allora, proprio riflettendo su quel vano smadonnare, lei lo guardò e gli fece persino l'occhiolino, nonostante la rabbia di averlo di nuovo comandante della nave le covasse ancora dentro.
Gli fece l’occhiolino, sì, proprio lei, la Piratessa al Pirata: del resto erano pari in furfanteria d’amore.
(GIA' PUBBLICATA NEL 2008)