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Utente: Terezita
Nome: Tereza Rossi
A scanso di equivoci, fraintendimenti e male letture assortite dico soltanto: molto di quel che sono sta nelle parole scritte e nelle immagini, il resto è nella vita e nei sogni che non racconto ancora e in quelli che rimarranno solo miei.

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giovedì, 06 agosto 2009

Lettera aperta per un SOGNAtore Ripetente

Pascal Renoux
Ricordo che eri una pertica di ragazzo e saresti dovuto essere già all’università anziché ancora al liceo.
Sembravi sempre appena tirato giù dal letto: i tuoi capelli lunghi e biondastri calati a tendina scomposta sugli occhi e un po’ di abiti uno sull’altro a farti sembrare un po’ meno magro della tua assoluta magrezza.
Avevi una voce che suonava sempre roca, da appena sveglio appunto: colpa delle tante sigarette e, forse, di un atteggiamento che un po' ti piaceva darti, quello del super affaticato pensatore.
Eri un leader tra di noi e ti piaceva; abbracciavi tutti, soprattutto le compagne, nell’onda perenne dell’amore universale e comunista che t'animava: a me, appena quindicenne, sembravi adultissimo ed inespugnabile.
Poi, con la complicità dei momenti di libero cazzeggio che non ci facevamo mai mancare, ci siamo trovati fianco a fianco, classe a classe, e tu, incredibile ma vero, ti sei messo a manifestarmi un interesse pressante. Mi facevi ritratti pseudo-letterari, prendendo spunto dalla forma delle mie mani o dei miei occhiali, o di altre cose che mi notavi e che descrivevi insolite e dense di personalità…ohibò, che infinita emozione…

 Renoux

Potevo mai non cadere nelle tue affabulazioni e non peracottarmi addosso a te, da quindicenne esaltata e vaporizzata di fiammate ideali qual'ero ?
Eri un  leader e chissà quante già ne aveva viste, di cotte e di crude, di bionde e di brune, questo mi dissi subito.
Quando ci ripenso ne rido, e mi ci incazzo pure, giusto un pochettino, soprattutto ripensando a certe tue osservazioni da “so tutto io, bambina”, sul bene e sul male, sul bello e sul brutto.
Mi riempivi la testa di favole sulla tua originalissima famiglia, sulla tua infanzia africana e sui tuoi speciali ed innamoratissimi genitori: tua madre di qua e tuo padre di là dell’Adriatico, nella terra che fu del maresciallo Tito.

Io bevevo tutto, favole familiari e saghe comuniste e, del resto, come non bere i tuoi racconti di ragazzo ventenne e ripetente che studiava pochissimo e militava con ardore forsennato? Persino la storia della libertà in amore bevevo, sentendomi totalmente inadeguata a te, un uomo fatto pensavo…pfui…
Poi venne il tempo delle Contraddizioni con la C maiuscola, le tue: io ti lasciavo alla tua idolatrata libertà e non ti chiedevo nulla, (e dio solo sa quanto mi disperassi dentro), solo mi convincevo via via di poter essere altrettanto libera, se mai mi fosse data l'occasione e se la timidezza non mi avesse legato mani e piedi.
V. Ivanowski
Così, al rientro dalle vacanze, quando venisti ad informarti dei miei amori di spiaggia io, tanto per far sentire a loro agio te e le tue idee progressiste, mi inventai lì per lì un amoruzzo balneare.
“E’ per questo che non mi hai chiamato quando sei ritornata a Roma, eh?”
“Ma no, che c’entra, è che non ti trovavo mai a casa” (e questo sì ch'era maledettamente vero…)
Finì così, quasi senza neanche un ciao, una cosa strana e strampalata, cui ancora oggi non saprei dare un nome.
Dopo, ripensandoci e ripensandoti, mi convinsi sempre più della potenza invincibile delle tue contraddizioni di parte maschile e imparai a detestarti: tu, abbindolatore ventenne e pluri-ripetente di quindicenni troppo studiose, obsoleto macho in salsa comunista allungata con l’acqua. Diventasti per me un'icona dell’incoerenza maschile e pian piano ti incorniciai definitivamente come detestabile prototipo della tua specie.
bere secondo  Irina Velichko
Una cosa però m’era rimasta di te dentro, una definizione bella e poetica e, stavolta sì, davvero libera, del tuo ideale politico: “socialismo napoletano”; così chiamavi il tuo ideale di socialismo ampio, accogliente e fraterno, fatto d’abbracci e di vicinanza nelle cause comuni e,  per quanto fosse soprattutto un’evidente utopia infantile, quella definizione mi piacque tanto e mi illuminò a lungo di un sorriso interiore e di grande soddisfazione intellettuale.
Ci ho ripensato sai, ho ripensato a te e al tuo socialismo napoletano, appena un mese fa o poco più, quando, cercando in rete articoli sulle vecchie storie oscure di questo nostro paese, fatto di segreti e di bombe senza mandanti, ho trovato un tuo articolo, una lettera aperta su quei temi: eri così appassionato e dolente, così partecipe e soffertamente civile che mi hai commosso.
KLEIN
T’ho ritrovato ventenne come ti ricordavo, con la stessa passione di sentimento e di politica, appena ritoccata dal senno degli anni e dei figli; t'ho ritrovato e così ho saputo che ti sei guadagnato un mestiere letterario, a dimostrazione dell'infondatezza delle tue passate bocciature scolastiche.
Mi hai commosso da morire con le tue righe infervorate di ricordi e di dolori e ti ho perdonato all'istante tutte le tue pecche maschili mentre  recuperavo e riportavo a galla il ricordo del tuo poetico socialismo napoletano;  ho pure girato il tuo link ad un amico caro perché ti leggesse.
Grazie davvero, S.: magari non lo saprai mai ma mi hai fatto ricredere sugli effetti nefasti del tempo e, in quest'epoca d'oggi, nuda di sogni di lungo raggio, ricredersi è un miracolo così raro che mi tocca ringraziarti esageratamente.
Esageratamente grazie dunque, soprattutto per esserti preservato nella passione, a dispetto degli anni bui e della morte dell'amor civile, 
Tereza.

postato da: Terezita alle ore 16:11 | link | commenti (29)
categorie: compagni di scuola, di cammino e a venire
venerdì, 12 giugno 2009

Stellae circulos suos orbesque conficiunt celeritate mirabili/2

Pascal Renoux
Quando di lì a pochi mesi partii per un’altra città ricordo ancora quel che F. mi disse, salutandomi con una dolcezza protettiva da vecchio:
“Dovresti ingrassare un po’, sai, Tez ? Si vede proprio che hai l’aria B.- contrastiprovata” e lo scoprii a fissarmi insistentemente le gambe e il sedere mentre  uscivo dalla macchina.
Per me, ch’avevo nella magrezza di allora il terrore di ingrassare anche di un solo etto e che provata lo ero davvero, la sua frase fu un regalo d’attenzione amorevole come pochi altri.
F. non mi fece mai carezze e neanche io ne feci mai a lui ma mi ascoltò  molto, e con partecipazione autentica, coniugando sapientemente il verbo cum-moveo, proprio lui che il latino l’aveva detestato per cinque anni.
Da quell’altra città gli scrissi e mi rispose.tutto serve
Lettere fitte e incazzate le mie ché tutto per me rotolava al termine e un altro ciclo iniziava con grandi strappi, come spesso accade.
Lettere sagge e amare, paterne quasi, le sue. Piene di consigli e di riflessioni.
Le conservo ancora.
Mi scriveva quand’aveva tempo, anche mentr’era in coda nel traffico, anche riprendendo da un giorno all’altro, ma senza mai perdere il filo.
E mi raccontava tutto compiutamente:
"sono al semaforo di via X, sai quello che scatta ogni trenta secondi? e lc'è una fila disumana. Allora ho tirato fuori dalla tasca la lettera per te e ti scrivo appoggiato alla meglio sul cruscotto. Non ti meravigliare dunque se sarò un po' sconclusionato e perdona la mia cattiva grafia".
Le sue erano lettere da ragazzo antico, figlio di un mondo patriarcale. Arrabbiato anche però e sempre sull’orlo di una ribellione acuta e senza scampo, di segno rosso ed estremo, cosa ch'era costata più volte concreti dispiaceri sia a lui sia alla sua famiglia .
F. s’era perso nell’amaro della vita, vena che un po’ gli era congeniale e che s’accompagnava talvolta al bere o ad altre cose che lo stordivano, ma sapeva suonare benissimo la fisarmonica, strumento adatto a lui che di grande città non era mai veramente stato, pur essendoci nato.
fisarmonica di città
Ricordo come fosse ora la prima volta che lo vidi suonare.
Era esaltato come se portasse a spasso la donna più bella del mondo.
Era il ritratto dell’istinto vitale espresso con tutta la gioia e l’energia possibile, una specie di reincarnazione del Bambino Assoluto.
Capitò durante una gita e rimasi ad osservarlo per tutto il tempo, a distanza.
Mi impressionò: mi sembrò uomo come mai l’avevo visto prima.
il sentimento della fisarmonica
F. pareva uno di quelli che hanno un nodo dentro che gli comprime la vita e gliela pressa e gliela compatta come fosse un mattone. E loro vorrebbero romperlo a martellate per quanto fa male quel mattone conficcato nello stomaco.
Quando si lasciava andare alla noia di sé stesso ingrassava e si sformava anche, sebbene fosse ragazzo. Eppure aveva un fisico bello e forte, da uomo fatto.
F. era figlio di operai e operaio lui stesso, ad aiutare il padre durante l'estate.
Quando tornai nella mia città ci perdemmo di vista nella maniera stupida con la quale si perdono di  vista due amici che si amano.
Ma oggi gli voglio ancora bene come allora.
2/di 2-fine.
p.s. qui sotto, non casualmente, Astor Piazzolla alla  fisarmonica.
 

Stellae circulos suos orbesque conficiunt celeritate mirabili/1

(già pubblicato nel 2008)
Rotoli-rotoli
Spesso mi son trovata a ricevere confidenze da uomini persi dietro a donne che non li vedevano e  dalle quali loro stessi si nascondevano accuratamente.
Nella confidenza mi hanno consegnato dolori e attese: quest’ultime sempre, o quasi, senz’esito.
Attese uguali, addirittura amaramente simmetriche a quelle delle loro donne.
Uno di loro si chiama F. ed eravamo stati in classe insieme.
Anche dopo la maturità ci incontravamo ogni tanto in una piazzetta dove lui amava perder tempo d’estate e d’inverno con altri maschi, una sorta di riedizione metropolitana del bar di paese, sotto un archetto che, all’occorrenza, rendeva possibile la chiacchiera sfaccendata all’aperto anche in giornate di pioggia.
Iniziammo a vederci spesso, e non ricordo più com'avvenne.
Bevevamo una bibita in qualche bar sperduto e poi ci buttavamo in qualche stradina tranquilla, seduti in macchina a narrare dei nostri dispiaceri e di quel che attendevamo per iniziare a vivere davvero.
Liceo Parini
Una sera F. mi portò davanti alla grande centrale elettrica, un posto isolato, nascosto nell’ultima fascia di verde, nella periferia di nord-est della  città e lì, con occhi febbrili, mi disse:
“Sai, ogni tanto vengo qui perché mi sembra di avvertire il fremito della centrale come fosse il fremito del mondo. E me ne sto un po’ a farmelo scorrere addosso. E tu lo senti?”
Io non sentivo granché e glielo dissi, ma con cauta ed esitante dolcezza ché sarebbe stato un peccato disturbare quel sogno da poeta e da ragazzo che gli vedevo correre nello sguardo.
F. amava, in modo inespresso e inascoltato A., una donna ch’era quella di un suo amico.
Di lei conosceva tutto: tristezze e rinunce. Ma come ne fosse venuto a conoscenza non saprei dire. riflessione
Chissà, forse a volte A. s'era confidata con lui nell'indifferenza di chi non ha capito nulla o con il piacere sottile, e macchiato talvolta di cattivo, di sentirsi amata e considerata in quell'ascolto.
F. sapeva anche di un bambino mai nato di quei due, e si vedeva bene quanto invidiasse al suo amico quel figlio svanito.
F. amava molto il jazz e mi raccontò di quando, ad un concerto di Miles Davis, A. s’era girata un attimo a guardarlo e lui aveva pensato “quant’è bella” con infinita pena ed infelicità e l’amico lì presente e vicino.
Perché F. non riusciva ad andare oltre quella ragazza: come un cavallo di rango che s’istupidisce di fronte ad un banale ostacolo. Perciò faceva cadere in pezzi, per rabbia, per noia e per nera solitudine, le donne che gli stavano accanto.
Quella sera, davanti ai bagliori delle luci e ai riflessi della luna sulla centrale, si allungò sul sedile della sua macchina sgangherata  e raccontò.
“Sere fa sono venuto qui con L.. Stavamo in macchina,come ora con te. Mi ha accarezzato per un tempo lunghissimo e a me piaceva e stavo fin troppo bene così, tanto che sarei rimasto tutta la notte sotto le sue mani. Ma, ad un certo punto, L. ha smesso di carezzarmi ed è rimasta in silenzio. Allora ho aperto gli occhi e l’ho vista che mi fissava con uno sguardo cattivo. Mi ha detto: “Cosa credi? Pensi che a me non piacerebbe se anche tu mi accarezzassi?”
Sáry Saudkové
F. ripescava amaro quel ricordo dalle tasche e me lo stendeva davanti, dandosi implicitamente ed esplicitamente dello stronzo ma mostrando una pena così profonda che non trovai di meglio da dirgli che:
“Magari ha ragione, si sarà sentita strana, un po’ la capisco”.
Avrei voluto dargli io una carezza a quel punto ma non lo feci perché sentii ch’era un tranello : io non ero quella del concerto di Miles Davis e non avrei neanche retto in quel frangente ulteriori tormenti, e in più sapevo pure di piacergli da tempo.
Perciò lasciai correre...
1/di 2-continua
n.b.:la foto di classe è attinta dall'archivio fotografico del Liceo Parini di Milano.

postato da: Terezita alle ore 12:34 | link | commenti (4)
categorie: compagni di scuola, di cammino e a venire
giovedì, 11 giugno 2009

compagni di scuola, di cammino e a venire

Pascal Renoux
Tempo fa ho inaugurato un nuovo tag il cui titolo è quello di questo post. In esso ho raccolto le storie fin qui pubblicate che si occupano di vicende attinenti al momento del passaggio de "la linea d'ombra", tanto per citare, sia pure in forma solo parzialmente propria ed attinente, Joseph Conrad.
Le figure descritte sono quasi tutte riprese e riadattate da persone reali con le quali ho condiviso la zona d'ombra e di tempesta della primissima giovinezza, poiché non bisogna  prestare orecchio a chi celebra quella fase della vita come il regno dell'onnipotenza: questo non è stato mai vero, in nessun momento né storico né economico.  Quella di cui parlo è, anzi, una delle zone più taglienti e tagliuzzate della vita: somiglia a certe mattine delle stagioni di mezzo, quando la nebbia copriva il percorso fino a scuola e sembrava destinata a governare tutte le ore del giorno, anziché a dissolversi in meno di un'ora.
sana follia
Tocca ricordarsene sempre di quel passaggio, per onestà, ricordarsi del tormento dato dalla linea d'ombra: io me lo sono ripromesso e ancora oggi mi esercito nella fedeltà al ricordo, ripulendolo da orpelli e semplificazioni che mi acquietino l'anima e le domande.
Dedico questo post e la storia che seguirà ad un amico di allora, uno di cui ho ripescato due giorni fa uno scritto in rete per il quale mi sono molto commossa: parlava di fedeltà alla propria giovinezza, ideale e politica soprattutto, fedeltà per com'è realmente stata; parlava con il cuore e stringendo un patto affettivo tra l'allora e l'oggi. La chiamerei coerenza se non la sentissi ormai una parola fredda, troppo costruita e connotata di ragione e di ragionamento e di altre "escrescenze argomentative" tutte politically correct, come ci piace dire ora...Ma la coerenza è anch'essa un sentimento, come tutto del resto.   
Ricordare per non perdersi.
Ci agitavano venti  di polveri cattive.
Ci percorrevano fiumi di detriti e di scorie.
Ci sentivamo spinti dalla marea incombente delle aspettative
belle forse ma anche nere e crudeli e noi
lo sapevamo
com'erano nere e crudeli oltre che belle
peccato che  altri l'avessero dimenticato
peccato che alcuni non lo volessere confessare neanche
a loro stessi.

postato da: Terezita alle ore 14:04 | link | commenti (1)
categorie: compagni di scuola, di cammino e a venire
venerdì, 20 marzo 2009

l'amore, a vent'anni, faceva paura

Pascal Renoux
I ragazzi erano circa una quindicina, maschi e femmine, e solo alcuni formavano una coppia.
Se ne andarono in gita alla fine di dicembre, nella pausa tra Natale e Capodanno, in una bella città toscana, in un albergo ch’era più che altro un ostello, dove furono sistemati in uno stanzone per comitive, composto da due pareti di lettini singoli.
Le poche coppie trovarono il modo di sistemarsi, magroline com’erano, in un unico lettino, almeno per parte della notte: era un’occasione da non sprecare per stare vicini.
Altri si sistemarono momentaneamente insieme, per lo più per far caciara e ridere, i maschi soprattutto: per prendersi in giro e fare gli scemi sbeffeggiandosi a vicenda sulla momentanea comunanza di letto.
Pascal Renoux
I ragazzi erano tutti di età compresa tra i diciotto e i ventuno anni, tanta voglia di mangiarsi presto il futuro e farlo proprio.
Faceva freddo in quel dicembre ma loro non se ne accorsero, tra le passeggiate in città e le soste in un ristorante che li accolse con prezzi modici, adatti alle loro tasche giovani, e abbondanti piatti di pasta: passarono quei tre giorni a parlare di tutto e, la sera, nello stanzone, si confessarono tutte le loro paure e le loro speranze ma, soprattutto, i sogni.
L’atmosfera era quella di una grande comunanza, di una forte solidarietà di genere d’età, di un desiderio comune e sentito di trovare un modello di compartecipazione delle emozioni e delle ansie anche.
Fu in questo clima che un bel ragazzo biondo, diverso da tutti gli altri per condizione familiare e sociale più incerta ma forse migliore di tutti per delicatezza e complessità d’animo, confessò apertamente e davanti a tutti, nella penombra dello stanzone, mentre la sua ragazza gli era accanto, stretti tutte e due nel lettino, di temere l’amore.
ancora albicocche da Tereza
Fece impressione a tutti quell’ammissione piena di innocente coraggio: M era il più adulto e non solo per età, aveva ventuno anni, ma perché era andato a lavorare già da tempo per necessità e tutti gli altri invece erano studenti, la maggior parte a tempo pieno.
Ma, mentre M ammetteva con una dolcezza mai sentita prima la sua fragilità di uomo ancora in divenire, nessuno trovò la forza di commentare e argomentare alcunché, anzi.
C’è che tutti compresero esattamente, nel silenzio e nella penombra che s’erano stesi in quello stanzone, quel gesto di sincerità estrema che metteva lui, ventenne bello e delicato, fragile e limpido nella sua identità maschile ancora così spaventata dall’amore fisico, nelle mani di tutti noi che lo stavamo ad ascoltare.
Una grande lezione di cui gli sono ancora grata.
A lui, ovunque sia, dedico il pezzo dei Madredeus qui sotto:
 

postato da: Terezita alle ore 09:45 | link | commenti (10)
categorie: compagni di scuola, di cammino e a venire
martedì, 17 marzo 2009

NAVES ADVERSIS VENTIS RETINENTUR/3- ultimo

Liceo Parini

“ l’ho chiamata il giorno dopo e mi ha raccontato di nuovo un sacco di bugie sulla sera prima. Allora gliel'ho detto e l’ho mollata”.
T, vedendo quella faccia amara, cercò di rimediare pure là dove non poteva.
Tentò spiegazioni consolatorie facendo appello a tutte le sue risorse dialettiche e coniando fantasiose ragioni che dessero una lettura benevola ed accettabile dell'episodio, sia per D sia per quella donna.
Gli espresse pure un pensiero che aveva da tempo, nato da certi particolari raccontati da D:
"potrebbe aver tentato di allontanarti perchè è spaventata dalla differenza d'età. Prova a metterti nei suoi panni, D, guarda, non credo sia facile...".
D però, sputato il fattaccio, pareva già risollevato, quasi disinteressato a quel che un momento prima aveva raccontato con quell’espressione di acida e gelosa vendetta.
Poi preparò un tè e, mentre lo bevevano, riprese a fare i suoi discorsi da gatto in cerca di tana e compagna di tana.scoiattolo scrutante
Si stiracchiava sulla poltrona e parlava di come doveva essere bello abbracciarsi di prima mattina nel letto, di come desiderava quell’intimità.
T lo prese in giro per l’ennesima volta e cercò di smontargli quell’aria buffa da micio sognante dicendogli che secondo lei aveva solo desiderio di scopare più spesso, che in fin dei conti, avendo la casa a disposizione, poteva fare come desiderava e che, altrimenti, si sarebbe scocciato presto di quella presenza da moglie, continua e assillante.
Rideva T e lo sfotteva senza freni, per nulla intimidita, che erano troppo amici loro due per farsi problemi.
E D non si fece pregare:
“può darsi tu abbia ragione ma a me adesso andrebbe di vivere così e non m’importa se è troppo presto, se sono troppo giovane, mi va e basta”.
Si stirò ancora una volta, si rimise seduto dritto sulla poltrona e la guardò. Aveva un’espressione piena di tenerezza sì, ma anche di netta luce insinuante negli occhi.

chiara poltrona

Poi, lentamente, quasi soffiando le parole verso il soffitto, se ne uscì così:
“ immagina che bello, liberi in casa propria, in un momento qualunque, come questo, per esempio, si potrebbe fare su quella poltrona dove sei seduta tu adesso…e verrebbe benissimo…no?...”
T ebbe un impercettibile sobbalzo interno. Cercò di non distogliere lo sguardo da D e, sorridendo con infantile malizia e tutta l’aria di serenità che riuscì a racimolare in quell’imbarazzante pausa, rispose:
“qui, su questa poltrona? dici che sarebbe adatta? non ha i braccioli troppo alti ed ingombranti?”
Non sapeva come gestire il discorso T, perciò scivolò su quel terreno rendendolo ancor più confidenziale e pericoloso ma con l'aria di chi parla di modifiche all'arredamento. Capì d'aver sbagliato e non sapeva più come cavarsi fuori.
E cominciò a chiedersi se veramente volesse  cavarsi fuori.
T era in ansia perchè non aveva avuto il tempo per considerare, per prevedere nulla e, soprattutto, non aveva mai pensato di piacere così a D.

HORVAT

Perciò non trovò nulla di meglio da aggiungere alle sue già vistose gaffe, ma riuscì lo stesso ad  assumere l’aria di chi risponde ad un’innocua intervista.
Il discorso quindi morì lì, tra sorrisi e battute sceme.
Passò qualche settimana da quello strambo pomeriggio e T chiamò D per rivederlo.
D era molto impegnato, aveva ripreso a studiare di lena, desiderava laurearsi e riguadagnare il tempo perduto in fughe da casa e donne tormentose. Le disse quasi solo questo.
Non le disse che l’avrebbe richiamata.
E non la richiamò.BOUBAT
T provò un paio di volte ancora. Gli propose di fare due passi insieme e provò a chiedergli come gli andavano le cose.
Ma D fu asciutto, parsimonioso e quasi avaro di sé e poi non aveva tempo da dedicarle ora, doveva studiare.
T decise di lasciar correre, più in là forse.
D non la cercò mai più e una volta, ad un incrocio, la vide e si infilò in un portone per non incontrarla . 
T si convinse definitivamente solo allora d'aver letto giusto su quella faccenda della poltrona.
Ma ormai era tardi, in tutti i sensi. 
3/Fine.
(già  pubblicato nel 2008)
n.b.:la foto di apertura dei tre post appartiene  all'archivio del liceo Parini di Milano, disponibile  in rete, e ha valore  puramente simbolico e illustrativo: non ha nulla a che fare con la storia narrata.    
p.s.:chiude "Because the night", Patti Smith, e le scene del film L'Atalante, riprese da Enrico Ghezzi per la sigla, impareggiabilmente bella, di "Fuori orario". 

postato da: Terezita alle ore 08:44 | link | commenti (7)
categorie: compagni di scuola, di cammino e a venire
lunedì, 16 marzo 2009

NAVES ADVERSIS VENTIS RETINENTUR/2

Pascal Renoux 
Passarono diversi pomeriggi  in quella primavera tra le camminate sotto al sole e le chiacchiere sul divano. Talvolta andavano scorrendo anche delle conoscenze comuni, ridendo e ricordando vicende e personaggi sgangherati.
D le parlava spesso del suo desiderio d’avere una donna vicino: in casa da solo a volte gli pesava, questo le ripeteva spesso.
E poi desiderava tanto la vicinanza fisica di un corpo di donna, nel letto al mattino e lì, sul divano a passare le serate. Faceva gli occhi e l’espressione da gatto quando parlava così. Si stirava un po', anche, proprio come un felino domestico.
T lo prendeva in giro:
“ ti vuoi sposare? ma dai, sei troppo giovane! e parli come un vecchio, magari è solo perché ora stai da solo in una casa troppo grande…”
Ma D ribatteva su quel tasto, e intanto svaporava con gli occhi scuri e quelle labbra d'un rosso pieno che aveva, somigliando a tratti ad una gatta femmina nel pensiero di quel calore che lo attraeva tanto.
Poi un pomeriggio, mentre prendevano il sole su una panchina vicino casa, D le raccontò:
“Lo sai che mia madre mi fa sempre domande su di te?”
divano bianco
T scoppiò a ridere immaginando il motivo di quella richiesta di informazioni: i genitori di D tornavano ogni tanto ed era accaduto che lei li incrociasse, passando da lui per andare a spasso insieme.
T si era già accorta dell’esame attento e assai mal dissimulato compiuto dalla madre di D su di lei e ne aveva parlato con lui.
Insieme avevano immaginato i discorsi dei genitori senza farsi mancare un pizzico di giovanile e scapestrata derisione da parte di entrambi.
Era noto ed evidente: i genitori di D erano contrariati da quella sua relazione con una donna più grande e glielo rinfacciavano sempre.
Spesso erano vere e durissime liti.
L’apparizione di T era sembrata loro un miraggio.
Una coetanea finalmente. Ci speravano insomma.
Finirono per riderne insieme, D ed T,  di quella curiosità e di quelle trame segrete: erano troppo amici per non farlo e non dirselo apertamente.
T poi era stata solidale con D da subito per quella storia così osteggiata, anche se per tanti aspetti quella relazione non convinceva neanche lei, ma  non certo per la differenza d’età: quello era proprio l’ultimo particolare e per lei di peso uguale a zero.
Ma un pomeriggio, era inizio autunno, con un'espressione disturbata, D le raccontò :
“sai che l’ho vista con un altro?”pensiero di uomo
“ma dai, ne sei sicuro?”
“sì, ci eravamo sentiti poco prima, mi aveva disdetto l’appuntamento perché aveva del lavoro da finire, così aveva detto…”
“ ma allora non era lei...se mi dici che era sera poi, come fai ad esserne sicuro?” 
“sono andato apposta dalle sue parti, era da tempo che sospettavo avesse un altro. Dalla fermata del bus l’ho vista uscire di casa e non è andata al lavoro, è salita in macchina, lui l’aspettava…”
T si sentì a disagio, ovvio.
Cercò di salvare e segnalare tutte le ipotesi favorevoli alla donna, anche le più improbabili.
Ma D insistette:
“ l’ho chiamata la mattina dopo e mi ha raccontato di nuovo un sacco di bugie sulla sera prima. Allora gliel'ho detto e l’ho mollata”.
2 di 3/continua

postato da: Terezita alle ore 22:33 | link | commenti
categorie: compagni di scuola, di cammino e a venire

NAVES ADVERSIS VENTIS RETINENTUR/1

Liceo Parini

T e D erano stati per qualche anno compagni di banco.
All’inizio solo per caso: lei si trovava meglio con i maschi e a lui andava bene così.
A T non piaceva molto stare con le coetanee: tropp'impegnate in piccole beghe e vendette meschine tra ridicoli clan rivali. Preferiva decisamente la compagnia dei maschi.
D era il classico ragazzo di buon carattere, un compagno amichevole e sereno, questo almeno si intuiva di lui, che del resto era difficile dire, come spesso è per i ragazzi.
A D non piacevano alcune materie, e alcune proprio per niente.
T se la cavava egregiamente a scuola e, in breve tempo, riuscì a migliorare di molto il rendimento e i voti di D, soprattutto in tema di traduzioni dalle assai poco amate lingue morte.
D la ricambiava con la disponibilità lieve e serena di un compagno di giochi.
Bello e di  fisico sottile e "ragazzino", D era molto coccolato da gran parte delle sue compagne di classe per il carattere estroverso e amabile e per le sue guance morbidissime, fatte oggetto di pizzicotti teneri e prolungati, tesi a saggiare l'incomparabile velluto della sua pelle scura.
Sì, D aveva una carnagione piuttosto scura e questo, in qualche modo, ne accentuava l’aspetto di velluto consistente e profondo.
Dopo la maturità, T e D si persero di vista per qualche anno, avviati all’università da scelte diverse.
Si incontrarono di nuovo, poco più che ventenni, su un autobus affollatissimo e scoprirono d’essere rimasti compagni di banco, lievi e solidali, sebbene la vita avesse iniziato a battere loro  i pugni in testa.
Tra le spinte e la calca disumana, D cercò di rimediare un foglietto, forse il biglietto dell’autobus, e ci scrisse sopra il suo numero dicendole: "chiamami ,eh?".
S'erano sorrisi tutt'il tempo, confidenziali nell'affetto di sempre. 
T pensò ch’era stato carino quel gesto e che D era tal e quale ad anni prima, come se il tempo in mezzo fosse stato nulla.

divano bianco

Lo chiamò dopo qualche giorno e si misero d’accordo per vedersi, una passeggiata lungo i viali del loro quartiere, il sole e le chiacchiere e qualche aggiornamento su ciò che in quegli anni  era accaduto ad entrambi.
E se ne stettero un bel po' a far quell'aggiornamento sulle loro vite e sugli affanni correlati, sistemati comodi in casa di lui che viveva ormai quasi sempre da solo, da che i suoi genitori se n’erano tornati in un paese vicino.
Ne erano successe di cose ad entrambi.
D due anni prima  era scappato di casa con una ragazza.
Una botta di coraggio incosciente.
Al ritorno sperava di veder cambiare la sua e la loro vita e invece lei lo aveva deluso ripiombando nel piatto pattume di una vita da giovani fidanzati, come se nulla fosse accaduto, riprendendo addirittura a contrattare  ogni spazio di libertà con i genitori.
RAYSurreale ed insostenibile aveva commentato D.
E T gli aveva dato tutte le ragioni, e anche di più.
D aveva mollato quella ragazza esattamente per questo motivo e, ora, aveva una storia tormentata con una donna più grande di lui di diversi anni.
T invece era finita in una specie di bitumatrice per via di vicende familiari dolorose: un lutto grave e la conseguente disgregazione della sua famiglia. Inoltre da un anno intratteneva un amore forte e dolente, né più e né meno di una ferita grave e sempre esposta, una storia di sesso accecante anche, che se la stava mangiando a morsi. Un disastro insomma.
In un pomeriggio, il primo in cui si videro, si raccontarono tutto questo e fu come se fossero tornati in banco insieme.
Erano vicende personali. Erano ragioni e sogni.
E si scambiarono pareri e impressioni senza darsi consigli tropp'avveduti che erano davvero amici e compagni alla pari, anche compari un po', forse.
D commentava T sincero e scarno, affettuoso comunque.
T commentava D sincera e diretta, con premura di donna, ma senza appesantirgli l'umore con buttate di saggezza da vecchi.
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postato da: Terezita alle ore 13:04 | link | commenti (3)
categorie: compagni di scuola, di cammino e a venire