Ricordo che eri una pertica di ragazzo e saresti dovuto essere già all’università anziché ancora al liceo.
Sembravi sempre appena tirato giù dal letto: i tuoi capelli lunghi e biondastri calati a tendina scomposta sugli occhi e un po’ di abiti uno sull’altro a farti sembrare un po’ meno magro della tua assoluta magrezza.
Avevi una voce che suonava sempre roca, da appena sveglio appunto: colpa delle tante sigarette e, forse, di un atteggiamento che un po' ti piaceva darti, quello del super affaticato pensatore.
Eri un leader tra di noi e ti piaceva; abbracciavi tutti, soprattutto le compagne, nell’onda perenne dell’amore universale e comunista che t'animava: a me, appena quindicenne, sembravi adultissimo ed inespugnabile.
Poi, con la complicità dei momenti di libero cazzeggio che non ci facevamo mai mancare, ci siamo trovati fianco a fianco, classe a classe, e tu, incredibile ma vero, ti sei messo a manifestarmi un interesse pressante. Mi facevi ritratti pseudo-letterari, prendendo spunto dalla forma delle mie mani o dei miei occhiali, o di altre cose che mi notavi e che descrivevi insolite e dense di personalità…ohibò, che infinita emozione…

Potevo mai non cadere nelle tue affabulazioni e non peracottarmi addosso a te, da quindicenne esaltata e vaporizzata di fiammate ideali qual'ero ?
Eri un leader e chissà quante già ne aveva viste, di cotte e di crude, di bionde e di brune, questo mi dissi subito.
Quando ci ripenso ne rido, e mi ci incazzo pure, giusto un pochettino, soprattutto ripensando a certe tue osservazioni da “so tutto io, bambina”, sul bene e sul male, sul bello e sul brutto.
Mi riempivi la testa di favole sulla tua originalissima famiglia, sulla tua infanzia africana e sui tuoi speciali ed innamoratissimi genitori: tua madre di qua e tuo padre di là dell’Adriatico, nella terra che fu del maresciallo Tito.
Io bevevo tutto, favole familiari e saghe comuniste e, del resto, come non bere i tuoi racconti di ragazzo ventenne e ripetente che studiava pochissimo e militava con ardore forsennato? Persino la storia della libertà in amore bevevo, sentendomi totalmente inadeguata a te, un uomo fatto pensavo…pfui…
Poi venne il tempo delle Contraddizioni con la C maiuscola, le tue: io ti lasciavo alla tua idolatrata libertà e non ti chiedevo nulla, (e dio solo sa quanto mi disperassi dentro), solo mi convincevo via via di poter essere altrettanto libera, se mai mi fosse data l'occasione e se la timidezza non mi avesse legato mani e piedi.
Così, al rientro dalle vacanze, quando venisti ad informarti dei miei amori di spiaggia io, tanto per far sentire a loro agio te e le tue idee progressiste, mi inventai lì per lì un amoruzzo balneare.
“E’ per questo che non mi hai chiamato quando sei ritornata a Roma, eh?”
“Ma no, che c’entra, è che non ti trovavo mai a casa” (e questo sì ch'era maledettamente vero…)
Finì così, quasi senza neanche un ciao, una cosa strana e strampalata, cui ancora oggi non saprei dare un nome.
Dopo, ripensandoci e ripensandoti, mi convinsi sempre più della potenza invincibile delle tue contraddizioni di parte maschile e imparai a detestarti: tu, abbindolatore ventenne e pluri-ripetente di quindicenni troppo studiose, obsoleto macho in salsa comunista allungata con l’acqua. Diventasti per me un'icona dell’incoerenza maschile e pian piano ti incorniciai definitivamente come detestabile prototipo della tua specie.
Una cosa però m’era rimasta di te dentro, una definizione bella e poetica e, stavolta sì, davvero libera, del tuo ideale politico: “socialismo napoletano”; così chiamavi il tuo ideale di socialismo ampio, accogliente e fraterno, fatto d’abbracci e di vicinanza nelle cause comuni e, per quanto fosse soprattutto un’evidente utopia infantile, quella definizione mi piacque tanto e mi illuminò a lungo di un sorriso interiore e di grande soddisfazione intellettuale.
Ci ho ripensato sai, ho ripensato a te e al tuo socialismo napoletano, appena un mese fa o poco più, quando, cercando in rete articoli sulle vecchie storie oscure di questo nostro paese, fatto di segreti e di bombe senza mandanti, ho trovato un tuo articolo, una lettera aperta su quei temi: eri così appassionato e dolente, così partecipe e soffertamente civile che mi hai commosso.
T’ho ritrovato ventenne come ti ricordavo, con la stessa passione di sentimento e di politica, appena ritoccata dal senno degli anni e dei figli; t'ho ritrovato e così ho saputo che ti sei guadagnato un mestiere letterario, a dimostrazione dell'infondatezza delle tue passate bocciature scolastiche.
Mi hai commosso da morire con le tue righe infervorate di ricordi e di dolori e ti ho perdonato all'istante tutte le tue pecche maschili mentre recuperavo e riportavo a galla il ricordo del tuo poetico socialismo napoletano; ho pure girato il tuo link ad un amico caro perché ti leggesse.
Grazie davvero, S.: magari non lo saprai mai ma mi hai fatto ricredere sugli effetti nefasti del tempo e, in quest'epoca d'oggi, nuda di sogni di lungo raggio, ricredersi è un miracolo così raro che mi tocca ringraziarti esageratamente.
Esageratamente grazie dunque, soprattutto per esserti preservato nella passione, a dispetto degli anni bui e della morte dell'amor civile,
Tereza.