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Utente: Terezita
Nome: Tereza Rossi
A scanso di equivoci, fraintendimenti e male letture assortite dico soltanto: molto di quel che sono sta nelle parole scritte e nelle immagini, il resto è nella vita e nei sogni che non racconto ancora e in quelli che rimarranno solo miei.

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martedì, 17 novembre 2009

2/ Marinella e l'Emilione

Pascal Renoux
Nel nord-est, prima della sbornia dei capannoni e della fioritura del popolo degli imprenditori-a-qualunque-costo,  si conservava un angolo di mondo speciale, figlio dell’Italia contadina e contadino ancora anch’esso, ricco di memorie raccontate a voce davanti al fuoco, soprattutto memorie della Grande Guerra, e di relazioni vive di battiti d’umanità.
In un paesetto piccolissimo della campagna dolce di quelle zone, tra le prealpi e il mare, c’era una comunità minuscola, composta per lo più di vecchi e di donne e uomini di mezz’età, ché la generazione dei figli aveva già iniziato a scappare verso le città vicine, se non per  studiare almeno per cercare un lavoro che potesse dirsi cittadino: iniziava così l’esodo definitivo dalle campagne, preannunciato anni prima dalle ultime emigrazioni di famiglie giovani verso il nord Europa e le Americhe.  
la Grande Guerra
Le famiglie più modeste o che disponevano di un’azienda familiare, agricola nel 90% dei casi, rimanevano compatte e raramente i figli se ne andavano in città, piuttosto sceglievano di mandare avanti che so, la latteria o il piccolo negozio.
Le corriere di collegamento con la cittadina più vicina avevano un’unica fermata, nell’unico spiazzo grande del paese, davanti al bar Centrale che Centrale lo era davvero, di nome e di fatto, visto che individuare il centro in un posto così minuscolo era roba da putei.
Ovviamente tutti si conoscevano e quando uscivi di casa ti toccavano mille saluti ché da ogni orto, tra ciuffi di insalate e piante di frutta, si sporgeva un volto cordiale, da ogni giardino con i gerani si sollevavano verso la strada gli occhi sorridenti di una nonna con la lana e i ferri tra le mani nodose ma sempre svelte.
La comunità, pure percorsa da invidie e pettegolezzi come qualunque comunità piccola e poco avvezza  a guardare oltre i propri confini, aveva suoi equilibri di convivenza, a loro modo ammirevoli, capaci di richiamare e tenere dentro il suo guscio protettivo anche i meno fortunati.

Ronis: the-caretakers-cat

Nel paesetto di questo racconto, per esempio, viveva l’Emilione, un gigante d’uomo con la vivacità mentale di un bambino di quinta elementare e con la stessa esperienza intellettuale.
L’Emilione era, come si diceva allora con linguaggio forbito, un po’ ritardato, aiutava i genitori nelle fatiche della campagna e poco altro ché la sua principale dote era la stazza e la forza fisica, garantita dalla sua mole gigantesca.
Il paese però non lo disprezzava ma, tutt’al più, lo commiserava, senza fargli mancare una forma particolare d’affetto, un segno del suo intenderlo figlio e membro a tutti gli effetti. Perché l’Emilione, bambino in un corpo esageratamente grande, veniva trattato da tutti con l’affettuosa condiscendenza che di solito si riserva proprio ai bambini.
bambino
Così, siccome l’Emilione si sentiva molto felice nel salutare ed essere ricambiato ripetutamente da tutti i suoi compaesani, ognuno lo assecondava ricambiando anche sei sette volte il suo saluto e chiamandolo ogni volta per nome, dando segno cioè di conoscerlo e di riconoscerlo. Questo buffo scambio andava dunque avanti per un paio di minuti davanti ad ogni cancello o giardino che l’Emilione incontrava e più o meno si svolgeva così:
“’giorno!”
“ciao! ‘Milio!”
“ciao!”
“ciao, fiol, com' ea, ‘Milio?”
“ciao!”
“ciao! ‘Milio!”
E sì, in quello scambio ripetuto di  battute ognuno dei destinatari dei saluti dell’Emilione  rispondeva chiamandolo sempre per nome, una forma spontanea e carezzevole direi di riconoscimento e di affetto.
E così il gigante distribuiva sorrisi e saluti fino a sfinirti o fino a che qualcuno, spesso uno dei genitori, non lo portava via.
 “Ehi, ‘Milio!” era una frase che gli rivolgevano tutti e il suo nome non mancava mai d’essere  pronunciato più volte mentre sul volto del gigante infantile si stendeva un’intera luminaria di sorrisi: la comunità gli regalava così, spontaneamente, un po’ della sua pazienza, facendolo sentire “riconosciuto” e dunque amato.  
ferrata-sass-brusai- 
Ricordo che io, bambina di otto-nove anni, osservavo questa scena con curiosità, percependone un significato diverso da quello più semplice che appariva, un’impressione speciale che concettualizzai solo qualche anno più tardi: era la pietas, la comprensione senza retorica e senza ostentazione, il senso del soccorso e dell’accudimento sociale, il segnale della capacità e della volontà di integrare con piccoli gesti anche i più sfortunati, quelli che vivevano fuori dalle righe del quaderno ufficiale.
Era, inoltre, una forma di solidarietà e di sostegno per la sfortunata famiglia.
Era quello di ‘Milio uno dei tanti borghi, uno dei tanti esempi di una società, di un paese ancora innocente, capace di gesti illuminati da splendido e caldo candore, ma non per questo superficiali.
Franco Basaglia

Era l’Italia dove era nato e operava uno come Franco Basaglia, a ribadire che siamo tutti figli dei tempi, anche se talvolta ce ne vorremmo scegliere di migliori.


postato da: Terezita alle ore 10:13 | link | commenti (6)
categorie: piccole storie piccole, dal quaderno dei ricordi
venerdì, 13 novembre 2009

1/ Marinella si racconta per LETTERA

oggetti e velleità
Sai, pensavo alla magia delle storie: raccontare le storie è un atto d'amore dal potenziale creativo immenso, uno dà il la e invita l'altro a continuare, ci si scambia energia fantastica e si ride, felici delle proprie invenzioni, e più sono assurde più ci si appaga, ci si sente  superiori alla comica maniera dei bambini che a tre anni son capaci di ridere di quello di uno che barcolla sulle gambette incerte.
Perciò oggi ti racconterò la storia di Ida, figlia di contadini della marca trevigiana che non aveva studiato un granché. Ragazzona giovane e prestante, alta 1,75, di capelli biondi e occhi verdi, andò presto-presto a lavorare in filanda finendo così, per necessità di pane e di sopravvivenza,  in un paese di montagna dell’appennino bruzio. Lì conobbe, s’innamorò e sposò Antonino, figlio di gente ch’era stata benestante ma aveva perso il più per strada.
tutto serve
Eravamo negli anni ’40, la guerra era già abbondantemente per le strade e Ida, che aveva già perso tre tra fratelli e sorelle, si ritrovò in quell’angolo di terra aspra  dove l’eco della guerra arrivava attutito e più che altro c’era tanta povertà: quella di sempre e, in più, quella portata dalla guerra, tanto per far compagnia alla prima.
Ida e Antonino ebbero subito una bambina, Caterina, detta Catì, destinata a rimanere orfana di padre prestissimo: quando la bimba aveva sì e no un anno, per una di quelle malattie banali che in tempo di guerra e con le medicine che Tricarico-1960, fotografo Mario Cresci scarseggiavano uccidevano come mosche anche uomini forti come Antonino.
Ida, la ragazzona venuta da lontano, tornò estranea e fuoriposto da quelle parti, nonostante Catì, e perciò decise di tornarsene, prima al suo paese, lasciando la bambina ad una cognata nubile che le fece da madre in modo esagerato, dato che non ebbe mai altri affetti sui quali spartirsi, e, successivamente, in Germania, dove lavorò per molti anni come cuoca. Con il suo lavoro riuscì a far studiare Catì, si sistemò, sistemò sua madre divenuta anziana, restaurò la grande casa di campagna della sua, un tempo, numerosa famiglia e campò dignitosamente, senza più uomini ufficiali al suo fianco.Grassano,1960- foto di Mario Carbone
Catì crebbe assai poco legata alla madre, donna effettivamente un po' ruvida per tanti aspetti, e attaccatissima invece a Mena, la zia-madre nubile; per questo e per tanti altri motivi troppo complicati da raccontare in breve, quando Catì in estate tornava da sua madre preferiva passare la gran parte del tempo con la nonna Marietta, una donna piccola piccola, sempre sorridente, che, forse perché aveva perso quattro figli su sei in tempo guerra, mostrava un talento materno spiccato, maggiore, e di gran lunga, di quello della ruvida e sbrigativa Ida: insomma, una volta messa su famiglia Catì prese a frequentare sempre meno la casa di sua madre.    
Ida però, pur non avendo studiato, amava leggere e conosceva l'opera meglio di un esagerato musicofilo. Le piaceva da matti lavorare ai ferri ascoltando sua nipote, Marinella, una bambina di otto anni, che le leggeva "Le avventure  di don Camillo", uno dei suoi libri preferiti.
La bambina si divertiva a recitare, letteralmente recitare il testo, presa e compresa dal suo ruolo di intrattenitrice ed esaltata dalle lodi sperticate di Ida sulla sua precoce bravura di interprete. Il libro di Guareschi*** venne letto e riletto in quell’estate, mentre Ida, a sua volta, ricambiava quella particolare compagnia di lettura-recitata intrattenendo la bambina con i racconti delle trame di varie opere, per lo più pucciniane. Ne riferiva con un trasporto sentimentale così autentico da imprimerle per sempre nella mente di Marinella.
Ida lavorò ancora per molti anni dopo il rientro dalla Germania: preparava abitini per neonati per una fabbrica del posto, provvedeva a gran parte dei lavori di casa come nessun uomo avrebbe saputo fare, cucinava da dio i piatti tipici della sua terra, ecc. ecc.
Ida avvicinò Marinella all'arte amorosa delle storie narrate, stimolando la sua vanità istrionica di lettrice-attrice e sciogliendo nelle sere estive i nastri colorati e fascinosi della storia di madama Butterfly, di Tosca, ecc. ecc.
Nei lunghi pomeriggi di luglio Ida se ne stava nel tinello, ascoltando le opere alla radio con religiosa attenzione e sguardo rapito, supplendo magnificamente alla sua poca istruzione con il sentimento dell'arte e della poesia che possedeva ed esercitava istintivamente, e trasmetteva anche.
A Marinella insegnò l’opera e le sue storie intense ma anche a riconoscere e raccogliere l'erba per i conigli, a scovare le patate e le carote nascoste nella terra soffice dell'orto, a parlare nel suo dialetto, permettendole, pochi anni dopo, di leggere e comprendere le commedie di Goldoni in lingua venexiana.
Marinella non dimenticò mai più nulla di quell’estate di orti, conigli, romanze e battute anticomuniste  di Don Camillo.
E se anche Marinella non è il mio nome Marinella, la bambina-attrice, ero io.
la ROSSA di SAUCO
***(Mi scuso per aver inizialmente scritto Mosca anziché Guareschi ma c'è un motivo: l'edizione del Don Camillo , datata già allora, sulla quale leggevo per Ida, conteneva le illustrazioni stilizzate ma assai espressive di Giovanni Mosca che con Guareschi collaborò e condivise varie esperienze di giornalismo: a me, bambina, quelle illustrazioni scarne, tratteggiate ma d'effetto, rimasero per sempre impresse).

postato da: Terezita alle ore 17:16 | link | commenti (5)
categorie: piccole storie piccole, dal quaderno dei ricordi
giovedì, 17 settembre 2009

i NON-confini dell'Anima

sottotitolo:
la forza poetica e letteraria delle anime sghembe
_Pina Bausch a los Angeles
LEGAMI

Tutto è me stessa.

Datemi una foglia che non mi assomigli,

aiutatemi a trovare un animale

che non gema con la mia voce.

Là dove la calpesto la terra si spacca

e morti che hanno il mio sembiante

li vedo abbracciati a procreare altri morti.

Perché tanti legami con il mondo,

tanti progenitori e coatta discendenza

e tutto questo insensato somigliarsi?

M'incalza l'universo con i mie mille volti

e non posso difendermi se non contro me infierendo.
ANA BLANDIANA
 
Questa bellissima poesia pubblicata da MARINA  mi ha riportato alla memoria un passo di una lettera della poetessa Marina Cvetaeva:
"...a volte mi sembra di non avere più l'io e di confondermi con il creato. Guardo un fiore e il fiore non è più distinto da me: io e il  fiore diventiamo un'unica cosa..."
Ambra
Quando pubblicai su un precedente post questo passo della Cvetaeva riportai anche un piccolo stralcio da un libro di Ernesto Borgna, una riflessione di una sua paziente che credo fosse affetta da schizofrenia:
"...in tutto, in ogni persona e sentimento io sto stretta, come in ogni stanza: di una tana o di un castello. Io non riesco a vivere, cioè a durare ferma, non so vivere nei giorni, e ogni giorno vivo fuori di me...è una malattia inguaribile e si chiama anima...".
Ecco, questi passi e la poesia pubblicata da Marina sono, a mio parere, tutti accomunati da un’idea di fondo, al tempo stesso magnifica e terribile, quella della capacità dell’anima di spargersi illimitatamente: la sua potenza e la sua, per certi versi, fragilità.

visi di Ronis

Quando, diversi anni fa, lessi i passi qui riportati, contenuti all’interno di un articolo di presentazione di un libro di Borgna, ebbi la netta sensazione di trovarmi di fronte a qualcosa di profondamente conosciuto, posseduto mi verrebbe da dire, sedimentato nella mente del cuore, se mi passate l’espressione pseudo-letteraria. La sensazione di potermi assimilare, sovrapporre, scomparire quasi nelle “cose” del creato è un'emozione, anch’essa tanto terribile quanto affascinante, che ho provato spesso e, in forma particolarmente potente, in circostanze precise: di fronte a spettacoli di particolare bellezza, per meglio dire sotto l’influsso della sindrome di Stendhal.
onde-alte-australia
La capacità-sensazione di penetrare le cose fino a confondersi con loro va di pari passo con la sofferente coscienza di stare stretti e costretti nei propri limiti fisici e nei limiti del tempo scandito secondo metodo cronologico stretto: l’anima, come scrive la Cvetaeva, non si accontenta del corpo, deborda, forza i limiti e tenta anche di abbattere la scansione metodica del tempo.
Ancora una volta sono le "anime estreme", come si intitola un bel libro, uscito di frazione di volorecente, di Manuela Maddamma, quelle cioè spinte avanti nella comprensione dell'esistenza dalla follia d'amore, amore inteso come furore di energia vitale e creativa , ad indicare il senso e la forma di questo conflitto.
E’ nell’amore che a volte si ha la sensazione di poter realizzare questo abbattimento dei confini di tempo e di spazio, e per amore qui intendo un concetto illimitato che ricomprende in sé ogni cosa e si conferma come il principio stesso dell’esistenza: amore come prova tangibile dell’essere in vita.
 Eric Boutilier-Brown
Ed ecco cosa appuntai sul mio quaderno, più di dieci anni anni fa, dopo aver letto i passi che vi ho proposto:
“ Ho ingoiato un’emozione enorme che il mio corpo non riesce a sopportare nei suoi confini angusti: sento questi confini scoppiare, cadere sotto quest’enorme pressione.
Non so se esistano gesti e/o parole sufficienti anche se li possiedo entrambi, gesti e parole, e li possiedo con certezza e consapevolezza.
Consapevolezza e dolore: dolore per la consapevolezza di un’armonia inesprimibile nella sua interezza.”
Bene, chiudo qui questo tema che sento scorrermi sulla pelle da sempre, ringraziando ancora Marina per quest'ennesima bella poesia proposta.
 

lunedì, 13 luglio 2009

lo scritto e il riso, AMARI, di una mancata quadrupede

 
In un pomeriggio di ottobre la donna si attaccò alla tastiera con lo spirito da bipede in guerra e scrisse così all’amica:
“Sai, abbiamo preso a vederci sempre meno.
Lui, avaro di suo nelle relazioni, si è fatto ancor più parsimonioso del suo tempo e della sua attenzione, per quanto incredibile questo possa apparire, vista l'economia stretta che già praticava. Diciamo che mi tiene a pane ed acqua. Pane pochissimo però.

Poi, quando ci incontriamo, lui sfugge la comunicazione, come e più di sempre e, per camuffare la sua fuga dalle parole dotate di senso, si perde a guardare i cani che passano: li segue con lo sguardo da innamorato perso.
In verità guarderebbe e guarda anche i gatti, e i passeri pure, quando capitano, ma, si sa, i cani sono più numerosi per strada, sia da soli a randagiare sia a passeggio, con accanto il bipede umano di complemento.
Sai, è come se il quadrupedismo gli sciogliesse l’anima e svelasse, rendendolo manifesto, il suo lato-sentimento, magia negata a me come a tutti i bipedi che con lui hanno la sventura di relazionarsi affettivamente.

I cani, insomma, li guarda amorosamente ed indistintamente, TUTTI, e me li indica anche , tra considerazioni affettuose e sguardi languidi.
Sai perché penso che sia  perdutamente affascinato dal quadrupedismo? Perché non l’ho visto quasi mai considerare con altrettanta devozione amorosa ...che so... i bipedi umani infantili, per esempio.
Certo, io la mia idea sulle motivazioni del suo quadrupedismo spinto ce l’ho: penso che i bipedi umani, pure quelli di età minore-minore, chiedono e pretendono relazione affettiva, e complessa per di più; insomma, non ce la si cava con uno sguarduzzo ad occhio incantato e sentimental-burroso. I bipedi sono sempre più difficili da sfuggire sentimentalmente rispetto ai quadrupedi: anche se hanno solo due o tre anni.
Pascal  Renoux
Insomma, amica mia, sto così: ci vediamo e lui contempla i cani, tutti, pure quelli bruttissimi e pulciosi e io faccio finta di ascoltarlo e di condividere…e pensare che quelli che ci passano accanto sono sempre, quasi sempre, bruttissimi, stortignaccoli, spelacchiati e pulciosi.
Sai a quale conclusione sono giunta? Che con lui svolterei solo se mi sapessi trasformare in un alano: e sì, poiché  con lui parto sfavorita, nella mia qualità di bipede umano e per di più a lui affettivamente relazionata,  solo trasformandomi nel principe dei cani potrei sperare in una qualche forma di visibilità.
Ah, sì, magari mi sapessi trasformare in un alano!

L’amica le rispose commentando così:
“sei incredibile: sai essere ironica e per di più in questa chiave così amara e corrosiva pure quando le cose ti toccano da vicino e così dolorosamente come questa”
E lei, di rimando:
“sarà, e forse è per questo che non gliela darò mai a bere travestendomi da alano: penserebbe solo ad uno scherzo…”
Di fatto, circa una settimana dopo, smise di guardare con lui i cani e  scelse di rimanere orgogliosamente bipede. A tutti gli effetti.
Decise di smetterla con lui anche per schivare il pericolo di iniziare ad odiare gli animali a quattro zampe, eventualità che non aveva mai preso in considerazione prima.
Lui però non s’accorse di nulla, neanche di quando lei si alzò e se ne andò per la sua strada, facendo lo sgambetto a tutti i cani che incontrava.
Era proprio sfinita.
Era proprio finita.
Quando lo raccontò all'amica al telefono trovò  pure la forza di emettere due o tre bau! mentre una risata amara, al sapor di fiele e di venerdì santo, si versava nella cornetta.

giovedì, 14 maggio 2009

il Silenzio è NECESSARIO

stazioni

Il Silenzio è NECESSARIO, dà spazio alle cose di dentro: se mi fermo a guardare il cielo sereno e c'è silenzio posso anche ascoltarne la voce.

Il Silenzio è NECESSARIO: dà voce e spazio tanto ai suoni di fuori quanto a quelli di dentro.

La Necessità del Silenzio corrisponde alla necessità di far spazio alla vita in attesa, ferma subito oltre la porta delle parole.

coigny_2

L'anima che trabocca ha bisogno del Silenzio così come dello Spazio:

deve poter distendere i suoi suoni e sciogliere le sue immagini. 

(scritto più di dieci anni fa).

Der Schmerz, der Stillstand des Lebens

Lassen die Zeit zur lang er scheinen


mercoledì, 04 marzo 2009

la Forma CONCRETA

in cima alla solitudine
Il dolore ha spesso una forma precisa, attenta a farsi riconoscere.
Ti mette una mano dentro l'anima e l'agita senza rispetto, ti fruga.
Fruga nella tua momentanea calma e ti strappa fuori quello che avevi messo a riposare, va urlando per tutta casa, instaurando un disordine selvaggio.
Riporta a galla tutte le facce assenti e disattente, tutte le schiene girate e i discorsi tra marziani, tutte le volte che hai pensato:
"qui è meglio lasciar perdere".
Il dolore brucia sì nello stomaco, ma solo dopo aver danneggiato il resto, dopo averti ingoiato tutt’intero e trasformato in incredulità.
E poi, alla fine, non sai più neanche  dire cos'è la cosa cui non credi, non sai più distinguere la disillusione dalla delusione del momento.
Pawel GEPERT
Ogni realtà vivente è sospesa, ogni movimento s’arresta.
Tutto, proprio tutto sembra guardare fuori, verso una giornata grigia, indistinta e priva di  ore, mentre arrivi a chiederti persino:
cos'è che sto pensando?
e l'idea di  avere pensieri ti si fa molesta  addosso.
In momenti così mi viene di ripensare spesso al mio diciassettesimo compleanno: ero sulle scale interne della Rinascente, là dove non passa mai nessuno ché tutti preferiscono l'ascensore o le scale mobili.
Mi misi a sedere lì e aprii una busta di dolci per farmi gli auguri.

consolazioni

Non potevo fare a meno di chiedermi chi altri facesse o pensasse di fare una cosa così...in realtà mi aiutavo a sopravvivere al mio stesso compleanno.
p.s.: qui sotto "Teardrop", canta Elizabeth Fraser con i Massive Attack.
 A seguire il testo della canzone.
Love, love is a verb
Love is a doing word
Feather's on my breath
Gentle impulsion
Shakes me makes me lighter
Feather's on my breath

Teardrop on the fire
Feather's on my breath

Nine night of matter
Black flowers blossom
Feather's on my breath
Black flowers blossom
Feather's on my breath

Teardrop on the fire
Feather's on my breath

Water is my eye
Most faithful mirror
Feather's on my breath
Teardrop on the fire of a confession
Feather's on my breath
Most faithful mirror
Feather's on my breath

Teardrop on the fire
Feather's on my breath

You're struggling in the dark
You're struggling in the dark 

domenica, 14 dicembre 2008

io non dimenticherò

ineffabile Pascal Renoux
Com'è facile dimenticare.
Com'è facile dimenticarsi  di sé stessi.
Di quel che siamo stati soprattutto, nella gioia ma particolarmente nel dolore.
Ad ogni dimenticanza di noi che commettiamo ci amputiamo ferocemente un pezzo e sputiamo sangue e disprezzo sulla nostra stessa immagine; e fa nulla che ricordare sia faticoso: non c'è ricordo o emozione che possa essere disperso.
Quando rifletto su questa, da sempre mia profonda convinzione, torno a vedermi bambina,chiusa in uno dei miei frequenti pianti, infiniti e solitari, lunghe meditazioni infantili nello sconforto dell'esistenza e dell'identità che non mi vedevo riconoscere ma, anzi, ostacolare e negare da chi mi era intorno. E ripenso a quella promessa che mi facevo allora tra me e me e che ripetevo sempre: una promessa troppo grande per non essere inusuale e fuori tempo, quasi un marchio di dannazione nascente per me:
"io non dimenticherò"
"io non dimenticherò mai"
"saprò essere diversa perché io ricorderò"
"saprò leggere il pianto e il dolore ricordando il mio"
"io non dimenticherò e, quando sarò grande, rivedrò me stessa e il mio dolore nel pianto di un altro e se sarà di un bambino ancor di più me ne ricorderò "
"io non dimenticherò".
Le parole precise erano altre, parole di bambina, ma il concetto era saldamente questo: quasi un impegno precoce d'onore.
Molto accadde troppo presto per me, la consapevolezza soprattutto e so di portarne i segni ma, forse, anche di averne ricevuto in cambio una dose supplementare di esperienza e di motivazione.
E la mia promessa, se ci penso, è lì ancora, intatta,tanto che mi capita, talvolta, di rimandarla di nuovo a memoria.
Per questo e ricordandomi di quella bambina, oggi ho deciso di pubblicare uno stralcio da uno dei miei quaderni dei ricordi, datato nei miei vent'anni e nella loro angoscia, per dire e ricordare che infinite sono le varianti di vita che ci possono scorrere accanto, molte impensabili per i nostri parametri e la nostra esperienza personale.
E lo pubblico anche per ricordare che nessuna scheda prefigurata, né per età né per contesto sociale né per raffinate riassunzioni sociologiche potrà mai esaurire nei suoi elenchi le varianti dell'anima.
Disporsi a contemplare le molteplicità è l'unica via, e qui contemplare è ricomprendere non di certo subire.
Io non dimenticherò.
blu fresco di bucato
L'ignoto a vent'anni
Ogni giorno ed ogni ora reclama i suoi desideri.
Insieme formano la folla oscura degli anni, folla che ti preme addosso ancor prima di invecchiare, subito aldiquà della tua scarna, provvisoria e diritta sicurezza.
Vedi la tenerezza sciogliersi inutilmente al sole nell’estate che si rinnova, mentre gli inverni rimangono bui e spogli, benché tu sappia ormai con certezza, irreversibile e dolente certezza, che è l’inverno la vera stagione della tenerezza.
Negli anni, mano mano, vedrai quest'utopia dell’inverno e della tenerezza scolorire 
sui volti e nei sogni che non si lasceranno cogliere.
Allora, forse, solo una tazza di latte caldo rimarrà a riempirti di qualche sensazione abbastanza lunga da ricordare…
p.s.:a parte Vasco Rossi qui sotto, torna utile ed efficacemente integrante leggere l'intervento di un amico contenuto nel post con link a seguire.
 

martedì, 09 dicembre 2008

era una Lettera d'ADDIO ma neanche se ne accorse

Jan Saudek
Ho perso il conto di quante volte il mio tempo s'è modulato, s'è stravolto, s'è flesso, è arrivato vicino a spezzarsi pur di accogliere i tuoi spazi e permetterci di averne insieme, di spazio.
Ho dato fondo a tutte le mie risorse di tempo e d'energia oltre che d'amore.
Quante volte, non so più, ho corso per guadagnare anzi, per meglio dire, per strappare il singolo minuto; troppe volte l'ho fatto ripetendo fra me e me "lo sai, guadagnerai la solita miseria o poco più".
Ma non riuscivo a rinunciare a correre.
Avrei bestemmiato e lanciato pietre quando ti vedevo fare la cresta su quei ritagli di spazio, per me, quasi sempre, guadagnati con affanno.
Talvolta con un grande affanno.
Ma c'era sempre una  tua contabilità superiore di cui tenere conto e alla quale assoggettare ogni altra variabile d'esigenza. Quella contabilità che dispoticamente e con scarna indifferenza stabiliva troppo spesso la chiusura anticipata dei nostri spazi.
C.Coigny_56Se la gestivi per timore del mio amore o per avarizia del cuore non lo saprò mai veramente.
So che mi faceva un male che non trova descrizione.
E poi c'è stata una volta in cui mi hai detto per l'ennesima volta qualcosa tipo "ho premura, muoviamoci" e quell'annuncio arrivava, come sempre, in anticipo sul progettato e sul pattuito prima.
E' stata quella volta in cui mi camminavi davanti, su un marciapiedi affollato di una strada intossicata di frastuono di traffico ed io mi son trovata a muovere le labbra e a sussurrare, con qualcosa in corpo ch'era ormai ben oltre l'amarezza, "come sempre...".
Sussurravo senza che mi vedessi, ché mi camminavi avanti, ma ho pronunciato davvero quei suoni, a fior di labbra, e l'ho inteso come un segnale.
La mia stanchezza s'era data una voce, la mia.
In quel momento t'ho guardato, ho preso negli occhi la tua sagoma di spalle che mi camminava pochissimi passi avanti e  non eri più bello e caro nel mio sguardo ma ripetitivo e scontato, forse addirittura deludente nelle tue ossessioni, nelle tue prigioni, nella tua avarizia.
Mi son sentita estranea a te, per la prima volta dopo tanto tempo.
Ti ho giudicato con occhio freddo e senza più attenuanti d’amore.
Ti vedevo ladro di me, forse inconsapevole ma comunque ladro.
Uno che scappa via per correre a ricontare il bottino.
Pascal Renoux e le mani
Quella tua superiore e inderogabile contabilità ancora una volta, forse la volta di troppo, regnava incontrastata e a lei s'affiancava evidente e con arroganza l'avarizia del cuore.
E ora che mi sento senza più risorse, povera di moneta d'amore da spenderti e senza più nessuna voglia o volontà di contrattare il tempo da spendere insieme, mai più in quella condizione sottomessa di bambino che contratta l'attenzione di chi ama disperatamente, proprio ora, così priva di volontà, mi sento finalmente  libera, nella mia nuova povertà.
A te che m'hai dilapidato dentro spendendo il meno possibile di te, proprio a te devo dire grazie per avermi ridato la vista con quest’ultima esibizione della tua avarizia.
E ora con i miei nuovi e disincantati occhi ti guardo.
E' un peccato però, credimi, anche se lo dico pensando solo a me stessa e rimpiangendo i miei tesori spesi così invano.
Ecco, nonostante tutto, da povera sono tornata libera, libera di arricchirmi di nuovo in un paese diverso dal tuo. 
p.s.: qui sotto "l'Assenza" e la voce di Fiorella Mannoia 

martedì, 18 novembre 2008

l'Assenza

Jan Saudék

Nei tuoi occhi non vedo alcuna terra d'approdo e forse non abiti alcun luogo.

Forse, un giorno, qualcuno ti ha scippato l'anima e ora corri per non accorgertene.

Sei di mille vite e di nessuna vita.

Corri da un angolo all'altro senza approdare ad alcun dove mentr'io ti guardo andare, qui dal mio altrove, freneticamente andare: vedo con chiarezza amara il tuo incessante camminare senza pace e mi assale un'irrimediabile pena.

Ogni vita perduta è una perdita e tu ne hai perse a centinaia.

So già che tornerai a bussare, ti aprirò: guarderò i tuoi occhi e non ci saranno...cos'altro potrei dire per descrivere il tuo sguardo opaco? E' lo specchio della tua anima scippata, la semplificazione del suo vagare e della sua assenza.

Me ne spiace profondamente: per te e per lei...e per me che vi ho incontrato entrambi.

(13 aprile 2004, da un Quaderno dei ricordi, uno dei tanti della mia collezione di grafomane)

p.s.:qui sotto Roberto Vecchioni con "La Bellezza"


postato da: Terezita alle ore 08:21 | link | commenti (4)
categorie: goffamente poetante, dal quaderno dei ricordi