Nel nord-est, prima della sbornia dei capannoni e della fioritura del popolo degli imprenditori-a-qualunque-costo, si conservava un angolo di mondo speciale, figlio dell’Italia contadina e contadino ancora anch’esso, ricco di memorie raccontate a voce davanti al fuoco, soprattutto memorie della Grande Guerra, e di relazioni vive di battiti d’umanità.
In un paesetto piccolissimo della campagna dolce di quelle zone, tra le prealpi e il mare, c’era una comunità minuscola, composta per lo più di vecchi e di donne e uomini di mezz’età, ché la generazione dei figli aveva già iniziato a scappare verso le città vicine, se non per studiare almeno per cercare un lavoro che potesse dirsi cittadino: iniziava così l’esodo definitivo dalle campagne, preannunciato anni prima dalle ultime emigrazioni di famiglie giovani verso il nord Europa e le Americhe.
Le famiglie più modeste o che disponevano di un’azienda familiare, agricola nel 90% dei casi, rimanevano compatte e raramente i figli se ne andavano in città, piuttosto sceglievano di mandare avanti che so, la latteria o il piccolo negozio.
Le corriere di collegamento con la cittadina più vicina avevano un’unica fermata, nell’unico spiazzo grande del paese, davanti al bar Centrale che Centrale lo era davvero, di nome e di fatto, visto che individuare il centro in un posto così minuscolo era roba da putei.
Ovviamente tutti si conoscevano e quando uscivi di casa ti toccavano mille saluti ché da ogni orto, tra ciuffi di insalate e piante di frutta, si sporgeva un volto cordiale, da ogni giardino con i gerani si sollevavano verso la strada gli occhi sorridenti di una nonna con la lana e i ferri tra le mani nodose ma sempre svelte.
La comunità, pure percorsa da invidie e pettegolezzi come qualunque comunità piccola e poco avvezza a guardare oltre i propri confini, aveva suoi equilibri di convivenza, a loro modo ammirevoli, capaci di richiamare e tenere dentro il suo guscio protettivo anche i meno fortunati.

Nel paesetto di questo racconto, per esempio, viveva l’Emilione, un gigante d’uomo con la vivacità mentale di un bambino di quinta elementare e con la stessa esperienza intellettuale.
L’Emilione era, come si diceva allora con linguaggio forbito, un po’ ritardato, aiutava i genitori nelle fatiche della campagna e poco altro ché la sua principale dote era la stazza e la forza fisica, garantita dalla sua mole gigantesca.
Il paese però non lo disprezzava ma, tutt’al più, lo commiserava, senza fargli mancare una forma particolare d’affetto, un segno del suo intenderlo figlio e membro a tutti gli effetti. Perché l’Emilione, bambino in un corpo esageratamente grande, veniva trattato da tutti con l’affettuosa condiscendenza che di solito si riserva proprio ai bambini.
Così, siccome l’Emilione si sentiva molto felice nel salutare ed essere ricambiato ripetutamente da tutti i suoi compaesani, ognuno lo assecondava ricambiando anche sei sette volte il suo saluto e chiamandolo ogni volta per nome, dando segno cioè di conoscerlo e di riconoscerlo. Questo buffo scambio andava dunque avanti per un paio di minuti davanti ad ogni cancello o giardino che l’Emilione incontrava e più o meno si svolgeva così:
“’giorno!”
“ciao! ‘Milio!”
“ciao!”
“ciao, fiol, com' ea, ‘Milio?”
“ciao!”
“ciao! ‘Milio!”
E sì, in quello scambio ripetuto di battute ognuno dei destinatari dei saluti dell’Emilione rispondeva chiamandolo sempre per nome, una forma spontanea e carezzevole direi di riconoscimento e di affetto.
E così il gigante distribuiva sorrisi e saluti fino a sfinirti o fino a che qualcuno, spesso uno dei genitori, non lo portava via.
“Ehi, ‘Milio!” era una frase che gli rivolgevano tutti e il suo nome non mancava mai d’essere pronunciato più volte mentre sul volto del gigante infantile si stendeva un’intera luminaria di sorrisi: la comunità gli regalava così, spontaneamente, un po’ della sua pazienza, facendolo sentire “riconosciuto” e dunque amato.
Ricordo che io, bambina di otto-nove anni, osservavo questa scena con curiosità, percependone un significato diverso da quello più semplice che appariva, un’impressione speciale che concettualizzai solo qualche anno più tardi: era la pietas, la comprensione senza retorica e senza ostentazione, il senso del soccorso e dell’accudimento sociale, il segnale della capacità e della volontà di integrare con piccoli gesti anche i più sfortunati, quelli che vivevano fuori dalle righe del quaderno ufficiale.
Era, inoltre, una forma di solidarietà e di sostegno per la sfortunata famiglia.
Era quello di ‘Milio uno dei tanti borghi, uno dei tanti esempi di una società, di un paese ancora innocente, capace di gesti illuminati da splendido e caldo candore, ma non per questo superficiali.
Era l’Italia dove era nato e operava uno come Franco Basaglia, a ribadire che siamo tutti figli dei tempi, anche se talvolta ce ne vorremmo scegliere di migliori.