
(Esperimento di foto scattata in sole parole)
NAPOLI, primavera di un anno dopo il 2000...
Ristorante sul mare.
Una coppia di appena trentenni con due figli al seguito.
Bello, slanciato, capelli lunghi e raccolti, jeans e maglietta, pacatamente dolce nell’espressione piena di maschile attrattività, lui se ne sta come un po’ distaccato. Piccola, rotondamente esagerata, un’aria vagamente persa, nel senso
migliore del termine, lei gli sta vicino e di fronte senza perderselo dallo sguardo. Giubbetto, calzerotti e scarpe da tennis le squillano prepotenti addosso in rosa-baby. In cima alle gambotte piene s’apre, simulando l’ombrello di un soffione, una gonna di jeans corta e a pieghe. E s’apre troppo quella gonna sulla paffuta larghezza del sederotto ma, truccata e ossigenata, con lo sguardo colorato di infantile entusiasmo e di languidezza, si muove come la regina delle belle, con quelle pieghe della gonna stremate dalla tensione per lo spessore delle natiche. Per certi versi è indubbiamente comica. Ora si gira per sedersi e mostra un seno pieno come il culo, affacciato da quel giubbetto caramelloso. Com’è piccola e piena rispetto a lui. Potrebbe essere per proporzioni la terza dei suoi figli. E che sguardi di complicità sensuale gli versa dagli occhioni truccatissimi...una vera colla maliziosa che lo cattura quando lui la guarda.
In America sarebbe un’ipernutrita tra le tante, una ragazza pon-pon in divisa rosa-porcellino, ad una parata di qualche sperduto Milwaukee.
A Napoli, in un giorno di sole, è un piccolo gioiello di ingenua ed estroversa sensualità che si mostra aldilà dei suoi limiti estetici. Un culo esagerato su una piccola Pomona partenopea. Mi è piaciuta così, nella sua immediatezza vivente.










