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Utente: Terezita
Nome: Tereza Rossi
A scanso di equivoci, fraintendimenti e male letture assortite dico soltanto: molto di quel che sono sta nelle parole scritte e nelle immagini, il resto è nella vita e nei sogni che non racconto ancora e in quelli che rimarranno solo miei.

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mercoledì, 14 ottobre 2009

praticare l'ECCEZIONE

...talvolta penso che la libertà vera sia nel far eccezione a  sé stessi, come a dire uscire dal proprio personale e spesso claustrofobico luogo comune...

Sàra Saudkovà


postato da: Terezita alle ore 16:39 | link | commenti (9)
categorie: divagazioni e sputate-sentenze
martedì, 06 ottobre 2009

il Rigore IDEAle e il Lodo infame

Katia e Luigi

Le campane de Masón

Volta la carta ghe ze un pósso.

Un pósso pien de aqua

volta la carta ghe ze na gata.

Na gata che fa i gatèi

volta la carta ghe ze du putèi.

Du putèi che fa ostaria

volta la carta la ze finia.

LUIGI MENEGHELLO

spazzola e bottoni

Di Luigi Meneghello, scrittore-poeta poco ricordato e troppo poco apprezzato, si ricorda la ricerca di una verità tanto ideale quanto profonda e sostanziale nella scrittura, tutt'altra roba che retorica ed artificiosità.

Di lui, che affermava di cercare "l'essenza invetriata della realtà" quella che "la mente nel concepire o la penna nello scrivere vanno cercando ed ogni tanto trovano", ci rimane essenzialmente questa lezione di ricerca della verità profonda, (in letteratura, ma non solo), costruita servendosi dell'autocritica e del rigore stilistico, tutt'altra roba che il puro esercizio virtuosistico, spazio asfittico dedicato alla perfezione fine a sé stessa ma, piuttosto, lezione e luogo esemplare di un modo perenne di auto-educarsi e "crescersi" nella coscienza e nella consapevolezza.

sfrontato disincanto secondo Renoux

Una lezione, questa diMeneghello, che non si ferma alla letteratura ma la supera e la trascende: un'ideale che sa anche, e molto, di coscienza civile, ( roba sconosciuta ormai o considerata poco meno di una patologia dalle nostre parti).

p.s.:ringrazio Willy che in una risposta a commento mi ha ricordato Meneghello.

p.p.s.: la foto in apertura ritrae Luigi Meneghello con la moglie Katia e non c'è bisogno di aggiungere altro...


martedì, 08 settembre 2009

quasi troppo breve

Victor IVANOVSKY-Lyuda

La volgarità è un concetto difficile da rendere perché ha confini labili, mutevoli, la cui forma ed estensione sono direttamente proporzionale allo sguardo ed allo stato d'anima di chi osserva.

E’ un po’ come dire che la volgarità è quasi sempre nello sguardo del suo giudice, per lo meno in termini concettuali stretti.

postato da: Terezita alle ore 13:13 | link | commenti (10)
categorie: divagazioni e sputate-sentenze
martedì, 30 giugno 2009

il necessario e la necessità

Viktor IVANOSKY

la grazia del vivere

l'ascolto

la pena nascosta

la danza che nasce

e

ancora

la grazia del vivere

vorrei

non smarrire

e non dimenticare

sempre lei:

la grazia del vivere

(già pubblicato nel 2007)


lunedì, 22 giugno 2009

traendo e sottraendo

Traendo e sottraendo da due post, tra loro collegati,del 2007: testo, anzi collage di testi, collage di commenti e, infine, risposta a commenti.

SAUDEK

1)...una massima (minima) che ho coniato io stessa, in un momento/frangente alto di pvt e di cui  vorrei farvi partecipi
(e chiedo preventivamente scusa per la superbia dell'autocitazione):
 

"il tempo che passa ci regala solo nuove necessità e tutte ugualmente e stupidamente impellenti allontanandoci dall'essenzialità dell'immenso"

acqua vasta acqua
2)...perciò la gente è così grigia...il principio di realtà sovrasta sempre più il principio di piacere.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Arabella2007
3)Tereza, ti lascio una bellissima preghiera medievale (che può essere usata anche come bussola laica):

Signore, dammi
la forza di cambiare
le cose
che posso cambiare.
Signore, dammi
la serenità di accettare
le cose
che non posso cambiare.
Ma soprattutto,
Signore,
dammi
la saggezza di distinguere tra loro
.

Utente:

Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente

lucianoEidefix

rispo(si)ndo così:
"...l'immenso cui faccio riferimento è lo stesso di cui siamo parte.
Forse solo nell'essenzialità ce ne riusciamo a ricordare.
Una volta, parlando con un'amica, portai come esempio il momento in cui arrivi in vetta ad una montagna.
Sei davvero piccolo lì e tutto il resto da te è davvero immenso.
E non ci sono più gradi intermedi.
Eppure non ti senti schiacciato bensì pacificato: ricongiunto al grande sei anche tu grande..."

mercoledì, 17 giugno 2009

il SENSO del Presente

?

Se riuscissimo a conservare sempre,

nelle azioni e nei pensieri,

la certezza della fugacità, quella stessa

che spesso si chiama anche inafferrabilità dell’adesso

forse

forse

forse

chissà...

saremmo capaci di guadagnarci l’immortalità.
A modo nostro,
magari parziale,

ma sarebbe pur sempre immortalità.

(già pubblicato nel 2007)


martedì, 09 giugno 2009

il grande COP

Massimo Coppola è un personaggio, un personaggio vero, tanto ben connotato quanto destrutturato in ogni suo agire davanti alla telecamera, uno che  non si sottrae all’inchiesta mentre la conduce, non si nasconde dietro all’intervistato per emergere subdolamente da un tombino come fanno molti, no: Massimo Coppola c’è, c’è sempre, in diretta perenne con se stesso, nel senso migliore del termine, persino nelle sue frequenti incertezze e nell’atteggiamento dubbioso e tentennante verso l’intervistato di turno.Pascal Renoux
Il nostro prode anti-eroe televisivo ha condotto vari programmi, per lo più su Mtv, ma è stato “Avere vent’anni”quello che più di tutti, mi ha ammaliato.
“Avere vent’anni” era una serie non-tradizionale di inchiesta, sviluppata su di in un viaggio a tappe in località sempre diverse d’Italia dove il grande Max-Cop andava ad intervistare i giovani dell’età della crisi nerissima e cioè: laureandi o laureati delle zone più disastrate del sud Italia che uniscono la loro carriera per così dire intellettuale a turni di fabbrica e ciò spesso, anzi sempre, in condizioni di disagio tali che verrebbe voglia di infliggerle coattivamente e senza alcuna pietà a carrettate di aspiranti tronisti e di aspiranti tuttoshow-girl; giovani precarissimi che cercano di impostare un abbozzo di vita indipendente con così tanto pochi soldi da indurti a chiamare l’ambulanza per evitar loro il suicidio; ospiti delle squallidissime stanze para-appartamento della casa dello studente di via De Lollis-Scrausis, bunkerone asfittico attaccato a mo' di metastasi all'università della Gran Sapienza, detta anche "sò la 1 de' Roma", quelli che dovrebbero teoricamentissimamente sentirsi fortunati ad aver vinto un biglietto della più sconfortante delle lotterie evitando così di spendere quei 500-1000 euro per una stanzucola periferica; ecc…ecc….

Coppola_1

Insomma, Max-Cop ci fa vedere l’altra faccia del pianeta “disoccupati e precari a-prescindere”, scoprendo isolette di umanità incredibile, una sorta di residuato bellico di decenni assai precedenti a questo nostro attuale, gente dalle facce inspiegabilmente credibili e, mi verrebbe da dire, con tono etico-puritano, “dignitose e oneste senz’essere attivisti cattolici”, il che aggiunge pregio al pregio, chevvelodicoafà...
Pascal RenouxMa il merito principale del grande Max-Cop è un altro: in mezzo a questi descamisados del secondo millennio lui ci va intero, non si sottrae, sfodera domande che sono dubbi, i suoi, e perplessità e pareri e sorprese che sono sempre i suoi, assolutamente spontanei, sfornati sul momento, espressi con un linguaggio che spesso prende toni “a scatto”, piccole esplosioni di partecipazione critica e attenta.
Max Cop va insinuando domande, partecipa alla spesa della giovane e pochissimo abbiente  coppia in gita all’Ikea, suggerisce loro di togliere oggetti inutili dal carrello, li mette in allarme riguardo al conto che potrebbe diventare troppo alto, ecc., insomma, fa tutto e si muove come se la faccenda lo riguardasse direttamente: suoi i soldi da spendere all’Ikea, tanto per farla breve.

Max-Cop somiglia al classico amico “impiccione a fin di bene”, al cugino che deve sempre dire la sua perché si fa coinvolgere da tutto e da tutti.
Mai però l’ho visto moraleggiare su nulla e,  talvolta, l’ho visto infilare nelle sue trasmissioni pure qualche accenno di vicende personali, come quando, rispondendo ad un amico della troupe su una telefonata appena ricevuta dalla morosa, si lasciò andare apertamente a scoglionamenti depressivi, verbali e posturali.
stivaletti eccentrici
Mi piace il suo stile senza stile, la sua immediatezza, il suo balbettante ma efficacissimo “tradursi all’impronta”  all’interno delle interviste, quel modo che alcuni definirebbero sgangherato e che io trovo soltanto splendidamente diretto, forse anche un po’ selvatico, sì, ma urbanamente selvatico, partecipativo soprattutto: un’eccezione assoluta quest’ultima che da sola basterebbe a conferirgli il dovuto lustro.
p.s.:un altro post su Max Cop con relativo video lo trovate
L'idea di scrivere del grande Cop la covavo da tempo e Nessù me l'ha fatta riemergere: grazie, Nessù! 

venerdì, 05 giugno 2009

quante Vite ha la Parola SCRITTA?

Pascal Renoux

dal blog di Beba, anzi da Beba, direttamente:

Un bell'angelo gioviale. Di notte, prima di coricarsi,
si toglie il nastro dai capelli, si toglie i vestiti uno a uno,
si toglie gli stivali, le calze, la biancheria,
poi entra in bagno tutto nudo, si lava i denti,
torna in camera più bello di prima. Infine
si toglie le due ali; le posa sulla sedia. Il gatto
vi salta sopra e s'addormenta. Allora, la casa intera
sa di vecchio pollaio calcinato. E noi,
che da mesi soffriamo d'insonnia, adirati
per il facile sonno dell'Angelo, gli spiumiamo le ali
e ritti davanti alla finestra gettiamo le piume candide in giardino,
ma queste, brillando al chiaro di luna, tornano indietro
e ci coprono i capelli, la bocca, gli occhi.

(Ghiannis Ritsos)

bracciale a stelle

Dedicato a chi non riesce a volare perché non riesce mai a staccare lo sguardo dalle proprie scarpe.

Dedicato a quelli cui è difficile spiegare il tutto e il niente di un testo senza che sentano subito il bisogno di "moralizzarlo" o di spiegarlo e, soprattutto, di piegarlo alla necessità del buon senso e del mal'intendere.

Perché fare della morale o, peggio, voler interpretare secondo logiche di senso persuasivo-pedagogico stretto un testo, una poesia, è quanto di più "ristretto di mente" si possa concepire...e da lì a censurare-moralizzando il passo diviene breve come un soffio.


La poesia e la letteratura servono a guardare oltre le proprie scarpe senza che questo significhi necessariamente applicare  l'idea espressa nel testo: un testo non è una ricetta di cucina da provare...non so se mi spiego...
Quando mi è capitato di leggere certe dissertazioni in stile amish condotte sulla pelle viva di un testo libero e ricco di riflessioni anche amare ho sempre provato un brivido su ogni centimetro quadrato del derma. 

Perché la letteratura è il mondo delle idee, di tutte quelle possibili e formulabili, e non ci si può accostare ai testi come fossero manuali tecnici o decaloghi da assumere o rigettare:

la libertà, come la letteratura, non ha una forma, le ha tutte.

Questo, più o meno, l'ho ricavato da un commento sul blog di Beba che ha anche acconsentito alla mia idea di un tandem-post.
Grazie, bellezza.
Qui sotto la canzone dal testo incriminato pubblicato da Beba: lo so, una canzone non è letteratura è solo una canzone ma il passo della censura da compiere è breve...  

giovedì, 04 giugno 2009

la Vita guardata attraverso una BIGLIA

“Sei parte costante di me” aveva scritto.
Ma descrivere il sentimento del fare ed essere parte di un altro non era cosa facile.
Sfuggiva alla grammatica della logica e della pianificazione concettuale, al riferimento temporale e alle contestualizzazioni medico-scientifiche e quest’ultima imprecisa precisazione la formulò ridendo di sé e del suo amore sviscerato per la concettualizzazione del pensiero e della sua struttura.
Rossana CagnolatiEcco, sì, stavolta concettualizzare era un’impresa inutile, impossibile da condurre in porto in forma compiuta.
L’unica descrizione possibile di quel sentimento, l’unica attendibile e più rispondente alla realtà passava per la via delle immagini ché il linguaggio descrittivo per immagini e visioni non ha né punti né virgole né principali o subordinate rigidamente intese.
A conclusione di queste tortuose quanto inutili considerazioni scelse perciò di tradurre in immagini quel
“Sei parte costante di me”
e così scrisse:
L’immagine che vedo è quella cinematografica di due figure che passano Pascal Renouxdall’ombra alla consistenza fisica e viceversa. Due figure che guardandosi si avvicinano,  acquisendo via via più trasparenza nei contorni  e arrivando a sovrapporsi l’una all’altra con assoluta e quieta morbidezza: un perfetto gioco di luci e di ombre, trucchi d’evanescenza cinematografica.
L’effetto è quello della sovrapposizione prima e dello sdoppiamento subito dopo, come se si trattasse di un’immagine guardata attraverso una lente che ora sdoppia e ora sovrappone il reale, a seconda di come la si gira verso la luce.
“Sei parte costante di me”.

E così le venne in mente lo spezzone del film “La doppia vita di Veronica”, quello nel quale Veronica osserva il mondo attraverso una biglia di vetro.
Ecco,
“Sei parte costante di me”
era proprio come guardare il mondo attraverso una biglia di vetro:
e la biglia erano loro due.
 

martedì, 02 giugno 2009

Punica GRANATUM

già pubblicato nel 2008
melograni
...dicevo del Melograno, Punica Granatum...
Dicevo che è un frutto da fate, protagonista infatti di fiabe e leggende.
Dico che l'asprigno che reca nel fondo dell'anima è il ricordo genetico della selva e che per questo mi piace più di altri.
Dico che il gelato al melograno lo mangio, ogni volta che capito nella gelateria che lo ha, e non me ne dimentico mai.
Dico che il melograno lo guardo, lo ammiro, lo accarezzo e lo adoro:
intero nel colore dell’oro, dal pallido all'ocra.
Dico che l'ammiro anche nel rosso granatum, che a volte domina carico e dispotico, dopo aver divorato feroce tutto l'oro; ma l'ammiro e lo amo anche nel rosso che si stempera in mille fili, quasi venuzze dell’anima forte, passionale  e sanguigna del frutto. la ROSSA di SAUCO
Lo apro e ne osservo estatica il foglietto-membrana, quasi avorio nel chiarissimo giallo che avvolge i chicchi, come a dire che quell’anima in chicchi è troppo preziosa e percorsa di vasi per non portare una sottoveste a ripararla dal contatto con l'aria e con ogni altra cosa.
Dico che la sua anima a grani è un gioco di luci e trasparenze con il rosso scuro che si raccoglie nella parte più grande del chicco e da lì dice tutto: fascino e simbolo, così come fiaba e succo.
Guardo estatica il rosso degradante del corpo dell’acino: da rosso vivente si fa man mano bianco e, infine, trasparente lì all'estremità, nel capo opposto a quello rosso più denso e profondo di colore.
Dico che con un tipo come il melograno ci puoi passare una vita e non finire mai di conoscerlo e d’esserne attratto-a.
Dico che vedergli perdere gli acini quando lo apri è come vedere un folletto perdersi le stelle di tasca.
Fairy5
Dico che il suo succo che inizia dolce e finisce asprigno è come la descrizione della bellezza e del piacere: parte avvolgendoti di dolcezza, ti tira i sensi, li allunga e poi li stende, levandoti le forze ma non il desiderio e infine se ne va, lasciandoti in dote un aspro che pure è, intrinsecamente, ricordo del dolce-dolcissimo.
Soprattutto per questo  ultima cosa è bello il melograno: per quell’aspro finale che ti tira sensi e intelletto e ti fa quasi dionisiacamente isterico-a ma solo perché ne desidereresti subito un altro, per un altro inizio:
 
dolce, dolcissimo, infinito melograno.
Qui sotto Enya non sta affatto male, almeno così mi pare...