ovvero: della consapevolezza, del sentimento civile e dell'amarezza

carissimo amico,
ti ho parlato già del libro dell'Ortese, "La lente scura", una raccolta di articoli sui suoi viaggi, realizzati in un arco di tempo tra il 1948 e i primi anni '60, ma ieri ho letto un commento, post-fazione della stessa Ortese al suo libro.
La Ortese è un personaggio singolare, situato sulla linea di confine tra la malinconia ansiosa e patologica e la lucidità drammatica di una sensitiva.
Nel commento parla di sè e dei suoi viaggi ed è stupefacente la lucidità con la quale si dipinge nei limiti e nei non-limiti del suo stato d'animo, perennemente in bilico tra disperazione e paura di non so cosa, senso di perenne instabilità e desiderio vibrante di relazione. Riesce persino ad inquadrare e a descrivere l'influenza del suo stato psicologico sulla sua scrittura, riesce a definire i limiti e gli eccessi percettivi della sua anima sospesa, riesce insomma in un'operazione di auto-analisi ammirevole.
La cosa che mi ha profondamente colpito sono state le sue considerazione piuttosto tristi e sconsolate sull'Italia degli anni '50, appena uscita dalla guerra; la Ortese dipinge un'Italia sfatta, discontinua, senz'identità, già all'indomani della guerra e della liberazione, in piena ricostruzione.
Ebbene, leggere le riflessioni della Ortese, così poco comuni per l'epoca in cui furono scritte, mi ha ricordato certe pagine, riferite allo stesso periodo storico, scritte da Fenoglio, da Pavese, da Pasolini e da chissà quanti altri ancora che io non ho letto: pagine accomunate da un sentimento di profonda tristezza, frutto della sfiducia rispetto alle promesse e alle speranze di rinascita che avevano animato la Resistenza e che le menti più lucide vedevano già compromesse all´indomani della fine della guerra.
Be', non ho potuto fare a meno di interrogarmi sulla probabile ineluttabilità di un destino mediocre per l'Italia, un paese che sa farsi migliore nel momento del dramma ma che rientra subitaneamente nei ranghi della mediocrità all'alba del suo primo giorno di pace...
E mi sono sentita depressa, politicamente depressa, amico mio, per non dire irrimediabilmente sconfitta...
p.s.: questa lettera è stata realmente inviata e ha ricevuto una risposta complessa e davvero molto pregevole che pubblicherò nel prossimo post. Inoltre, poichè è nata come reazione ad un sentimento di sconforto e, successivamente, come provocazione intellettuale, chiunque volesse aggiungere una sua risposta sul tema, se vorrà, la vedrà pubblicata. Grazie.




lentissimo e crescevano le voci del pubblico che s’accendevano ad accompagnare il quartetto.
Anche se in me già convivono, ben strette l’una all’altra.

Pure mentre sto con altri.

recente, di Manuela Maddamma, quelle cioè spinte avanti nella comprensione dell'esistenza dalla follia d'amore, amore inteso come furore di energia vitale e creativa , ad indicare il senso e la forma di questo conflitto.








(SOTTOTITOLO: perplessità di una donna occidentale)
Tutto iniziò con una valigia scambiata: un ragazzo perse tutto il materiale della sua tesi e si ritrovò con un pugno non di mosche bensì di abiti e scarpe da donna: l’effetto fu disperante, tale e quale a quello di un pugno di mosche per davvero.
La fortuna gli fu però amica poiché la proprietaria di quei sandali, a fibbiette sottilissime e di un insolito color canna di fucile, lo rintracciò con miracolata
speditezza e gli restituì entro ventiquattr’ore tutto il materiale studiato e sudato.
Qualche giorno dopo anche la proprietaria dei sandali color canna di fucile e del vestito bianco pennellato di colori a tempera poté, a sua volta, riconquistare abiti e scarpe e altro ancora al suo privato e geloso affetto.
Riaprendo finalmente la sua valigia la proprietaria dei sandali color canna di fucile ritrovò i vestiti tutti sconvolti e spaventati: impresso sul disordine vivace degli abiti e delle scarpe e della borsa a buffe linguette multicolori c‘era lo stesso spavento passato nelle vene tese e negli arti irrigiditi dalla tensione del ragazzo meridionale che aveva smarrito, tornandosene al mare delle sue parti, valigia e laurea (e sarebbe meglio dire tesi e computer e appunti e un sacco di cose preziose appresso ancora, tutto inghiottito chissà dove nei gorghi del fiume ferroviario di uno dei più importanti nodi di smistamento d’Italia).
L’estate, ad incidente riassorbito, proseguì con la tappa in uno dei luoghi più celebrati della libertà d’occidente, città d’acqua e di biciclette.
La libertà fece dunque la sua grand'entrée d'estate in una cornice urbana grigiastra, tra i suoni di una lingua bastarda che usciva, mitragliata con palese trascuratezza, fuori dalle bocche chiacchierone degli indigeni.
La donna del vestito bianco e tempera si accorse che lì mancavano certi colori accesi e puntuti, così frequenti nei suoi ricordi sugli abiti di uomini e donne nel vero nord, quello che reagisce a bordate di rossi ciliegia e di blu cobalti contro il cielo grigio e contro i lunghi inverni poveri di luce.
Osservò gli indigeni sciamare in abiti sciatti e di tinte dimesse, fantasie a minestrone mal amalgamato e per nulla appetitoso; li sentì parlare con quei suoni per nulla melodiosi, quasi un tartagliare distratto e casuale di lingua pre-scandinava e non ne ebbe una gradevole impressione, eh...no...no...
Vide soprattutto la libertà che commercializzava sé stessa agli angoli e ai crocevia ma anche nel pieno della piazza, offrendosi per un’ora o per un giorno di piacere al miglior acquirente.
Vide la fine del sogno d’occidente con Peace and Freedom definitivamente ubriache che sostavano stordite ai tavolini di bar sporchi, tra sciami ininterrotti di turisti guardoni.
La donna della valigia stravolta pensò che se quello era l’approdo, il punto di fine tappa, del sogno iniziato con la beat generation & revolution, forse sarebbe stato meglio tornare solo a sognare.
Soprattutto comprese come la macchina d’occidente avesse davvero fagocitato e triturato la libertà, piegandola e deviandola verso facili e retoriche conclusioni sessuali e si sentì perciò totalmente perdente, accomunata a quel destino.
La trasgressione, vocabolo con il quale si usa indicare l’ipocrito lifting applicato alla libertà ormai anziana, era ovunque in quel luogo e si palesava nella sua versione peggiore: quella buona e adatta per piccoli commercianti al minuto, per guardiani della canonica e guardoni della val Brembana.
Così, con un senso di poetico disgusto, la donna pensò che davvero, davvero il denaro sapeva avvelenare ogni cosa e, non senza un senso di fastidioso disagio, si sentì vagamente invadere da un aria di lieve moralismo Morettiano.
Proprio vero che il grande fotografo sa catturare l'anima, sia essa quello del momento emotivo singolarmente rappresentato o sia essa quella del singolo soggetto umano, fotografato nella sua versione di nocciolo e condensato dell'emozione fondamentale che gli muove la vita di dentro (e verrebbe benissimo se scrivessi solo Stimmung per riassumere l'intero concetto).

Quest'ultima cosa poi, cioè la cattura e la rappresentazione fotografica dell'emozione-fondamento e fondamenta dell'anima, viene talvolta trascritta dal fotografo di rango servendosi anche dell'immagine degli oggetti che circondano il personaggio principale ritratto: e non si tratta mai, in questo caso, di oggetti messi lì casualmente, né nella loro specifica natura né nella loro forma/presentazione posturale, così com'avviene, ad esempio, nella foto qui sotto:

Qui i libri somigliano al loro proprietario, pure nel loro disordine metafisico, nel loro incastrarsi in pile asimmetriche, orizzontalizzati e verticalizzati a caso, a volte impilati in formule improbabili e, altre volte, anche assai azzardate e forse pure poco stabili (...e qui, guardando questa foto, mi verrebbe di coniare il nome di "teoria delle probabilità improbabili", tanto per cazzeggiare al mio solito modo...).
Ma l'immagine umana è in Haas sempre perfettamente coniugata con il suo sfondo, come in quest'altra foto qui sotto:

Qui lo sguardo, reso estremo nell'espressività dal trucco, è enfatizzato sia dalla doppia visione specchiata sia dal contrasto offerto istintivamente dalla presenza del volto di bambina sorridente, nella piccola foto in alto a sinistra.
Haas ha fotografato ripetutamente personaggi del cinema e, fra questi, anche la celebratissima, e spesso troppo convenzionalmente ritratta, Marilyn Monroe:

Eppure anche da lei ha saputo trarre immagini variegate e, in molti scatti, piene di realistico senso, intimo e vissuto.
Vi consiglio vivamente di dare uno sguardo alla splendida produzione fotografica di Haas, così sfaccettata e originale nelle interpretazioni come poche altre: troverete foto di tipo diverso, di cinema, di strada, foto-creazioni dove i colori disegnano forme surreali esattemente mentre diluiscono e stravolgono l'idea stessa di forma stabile.
Torn Poster II - Red Bird |
Peeling Paint - Profile |
A me Haas lo ha fatto scoprire SOGNI che ha pubblicato una sua bellissima foto che potrete ammirare QUI, ma vi invito a dedicare uno sguardo attento all'intero sito di Ernst Haas, magari in un momento di stanca del fine settimana, che ne dite?
p.s: scelta nient'affatto casuale quella del video: si tratta del tema del film "Prendimi l'anima" di Roberto Faenza (ed è anche una dedica...).
mi scuso moltissimo:
ora il link al post "l'Appennino" funziona!
Provare per credere, clic sul QUI a fine post

...me ne sono ricordata ascoltando e guardando questo video qui sotto...e ho pensato/desiderato ripubblicare il post su "l'Appennino".
Era uno struggimento che riaffiorava e scorreva nel video; era il senso-nostalgia dell'Appennino e delle sue storie protette dalla quiete dei giorni, scadenzato dall'apparizione di visi ormai rari, rari nell'espressione e nell'intenzione, come quello della ragazza di "Autogrill"; era il senso di un mondo perduto ma forse ancora non del tutto, il desiderio-fame delle sue briciole avanzate, quelle che non afferri per mangiarle ma lasci lì, sulla tovaglia, a respirare e consumare sé stesse.
Perché l'Appennino è una storia a parte.


Philippine Bausch detta Pina
(Solingen, 27 luglio 1940- Wuppertal, 30 giugno 2009)
Pina Bausch è stata, negli ultimi decenni, una stella della ricerca espressiva applicata alla danza, svincolata da certi virtuosismi eccessivamente accademici che ne raffreddano la componente drammatico-emotiva; a lei si deve l'innovazione felicemente esagerata d'aver sdoganato, oltre alle espressioni del corpo, i corpi stessi dei ballerini e delle ballerine, svincolandoli e tirandoli via dai canoni classici della perfezione fisica a-temporale. La danza della Bausch è soprattutto potenza emotiva, espressione di moti e di nodi dell'anima, mostrati senza ritegno nella fisicità dirompente dei corpi imperfetti ma assolutamente realistici dei suoi ballerini.

Prima di lei anche Martha Graham aveva cercato di destrutturare la danza ricongiungendola al suo più profondo significato di linguaggio del corpo e, soprattutto, delle sue emozioni. La danza della Graham scaturiva infatti, secondo l'interpretazione data da lei stessa, dai ritmi binari vitali della respirazione, del battito cardiaco, della sequenza di contrazione e distensione muscolare.
Diceva in un'intervista la Graham:
“Inspirare, espirare, dentro fuori. La mia tecnica si basa sulla respirazione. Ho costruito tutto quello che ho fatto sul pulsare della vita, che per me corrisponde al pulsare del respiro.”
Nulla dunque è come la danza rappresentazione simbolica e sublimazione, puramente artistica, dell'eros e delle sue rappresentazioni.

E vale per il sesso quello che vale per la danza: entrambi, se ridotti a puro, calcolato e distante virtuosismo o ad esercizio di stile preparato a tavolino si tramutano in arte fredda e possono essere sostituiti con qualunque cosa, proprio con qualunque; e, in più, forse, in quel caso né la danza né tantomeno l'erotismo hanno più alcun carattere dell'arte.

Perché trovarsi e scoprirsi a ballare d'amore con la perizia emotiva di due ballerini "alla Martha Graham" o "alla Pina Bausch" è ben altra cosa.
Certo anche lì si è studiato e provato molto, ma mai con le gambe sotto al tavolino nell'angolo freddo di una stanzetta da studente fuori-sede...e fuori argomento...

La passione si può raccontare bene in forma di danza.
Il ballo è una commedia simulata, appassionata ed elegante dell’accoppiamento.
La danza possiede lo stesso fraseggio della seduzione.
Danza e passione camminano con gli stessi passi da gatto.
Così scrissi tempo fa ad un'amica.