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Utente: Terezita
Nome: Tereza Rossi
A scanso di equivoci, fraintendimenti e male letture assortite dico soltanto: molto di quel che sono sta nelle parole scritte e nelle immagini, il resto è nella vita e nei sogni che non racconto ancora e in quelli che rimarranno solo miei.

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sabato, 10 ottobre 2009

così ho scritto ad un amico/ 1

ovvero: della consapevolezza, del sentimento civile e dell'amarezza 

TeZ ripresa da nord

carissimo amico,

ti ho parlato già del libro dell'Ortese, "La lente scura", una raccolta di articoli sui suoi viaggi, realizzati in un arco di tempo tra il 1948 e i primi anni '60, ma ieri ho letto un commento, post-fazione della stessa Ortese al suo libro.
La Ortese è un personaggio singolare, situato sulla linea di confine tra la malinconia ansiosa e patologica e la lucidità drammatica di una sensitiva.
Nel commento parla di sè e dei suoi viaggi ed è stupefacente la lucidità con la quale si dipinge nei limiti e nei non-limiti del suo stato d'animo, perennemente in bilico tra disperazione e paura di non so cosa, senso di perenne instabilità e desiderio vibrante di relazione. Riesce persino ad inquadrare e a descrivere l'influenza del suo  stato psicologico sulla sua scrittura, riesce a definire i limiti e gli eccessi percettivi della sua anima sospesa, riesce insomma in un'operazione di auto-analisi ammirevole.
La cosa che mi ha profondamente colpito sono state le sue considerazione piuttosto tristi e sconsolate sull'Italia degli anni '50, appena uscita dalla guerra; la Ortese dipinge un'Italia sfatta, discontinua, senz'identità, già all'indomani della guerra e della liberazione, in piena ricostruzione.
Ebbene, leggere le riflessioni della Ortese, così poco comuni per l'epoca in cui furono scritte, mi ha ricordato certe pagine, riferite allo stesso periodo storico, scritte da Fenoglio, da Pavese, da Pasolini e da chissà quanti altri ancora che io non ho letto: pagine accomunate da un sentimento di  profonda tristezza, frutto della sfiducia rispetto alle  promesse e alle speranze di rinascita che avevano animato la Resistenza e che le menti più lucide vedevano già compromesse all´indomani della fine della guerra.
Be', non ho potuto fare a meno di interrogarmi sulla probabile ineluttabilità di un destino mediocre per l'Italia, un paese che sa farsi  migliore nel momento del dramma ma che rientra subitaneamente nei ranghi della mediocrità all'alba del suo primo giorno di pace...
E mi sono sentita  depressa, politicamente depressa, amico mio, per non dire irrimediabilmente sconfitta...

Pascal Renouxp.s.: questa lettera è stata realmente inviata e ha ricevuto una risposta complessa e davvero molto pregevole che pubblicherò nel prossimo post. Inoltre, poichè è nata come reazione ad un sentimento di sconforto e, successivamente, come provocazione intellettuale, chiunque volesse aggiungere una sua risposta sul tema, se  vorrà, la vedrà pubblicata. Grazie. 



lunedì, 05 ottobre 2009

l'anno scorso in Portogallo

Tratto dalla lettera-racconto di un amico: post concepito sull'onda delle emozioni che mi sono state narrate, riversate in parole scritte e pubblicate qui con il consenso del protagonista dell'"emozione portoghese".   
Portogallo-Algarve
...e oggi, guarda caso, tu mi parli del Fado, Tereza.
E guarda caso la scorsa estate sono stato in Portogallo, guarda caso.
E lì, guarda caso, mi sono ritrovato in una piazza di una piccola ed insulsa cittadina, nel mezzo di una festa popolare misera e squallida.
E dire che io amo le feste popolari.
Ma quella era davvero squallida, adatta a quella cittadina insulsa: un posto dal quale scappare, se non fossimo stati troppo stanchi per cercare un albergo altrove.
Porta e Maioliche
Al centro di quella piazzetta anonima, che per di più strizzava volgarmente l'occhio alla modernità, trovammo un piccolo chiosco incantato da orchestrina.
Quello sì era bello e fuori del tempo, illuminato da sole candele: una sorta di apparizione-relitto del paese che fu. Altri pezzi naufragati del paese che fu li avevamo intravisti nelle viuzze interne, là dove le banche e i negozi illuminati a giorno non erano ancora giunti a spadroneggiare, e i muri, rivestiti delle belle maioliche bianche e blu, avevano per occhi certi splendidi portoncini con la  maniglia a batacchio, decorati con la civetteria antica e gioiosa del colore.
Speed guarda il Portogallo
Erano tutti pezzi di tempo scampato all’oblìo e all’assalto dei moderni predoni.
Ad un certo punto nel chioschetto vedemmo arrivare un gruppo di Fado.
Quattro elementi, se ricordo bene. La voce narrante era  maschile, timbrata di una malinconia come mai avrei immaginato possibile nella voce di un uomo.
Intonarono canzoni popolari e,  a metà dell'esibizione, si rivolsero al pubblico a  bassa voce, in un dialetto forse, un modo poco comprensibile anche per alcuni del posto: lo intuivo dalle teste che, facendosi vicine vicine, si scambiavano domande e perplessità in forma di bisbiglii.
Seguirono un paio di minuti buoni di vero silenzio (due minuti, capisci, Tez? in un concerto, tra una canzone e l'altra: una cosa assurda, senza senso, così m'appariva...e tu sai quant'io ami i concerti).
Quando hanno ripreso a cantare la gente s'era fatta immobile, assorta, raccolta in attesa di qualcosa che noi non potevamo afferrare, e non solo per l'incomprensibilità della lingua. Persino le luci parevano essersi fatte più soffuse.

Chiosco portoghese

Sai, Tereza, la mia non è ammiccante enfasi da affabulatore: erano davvero tutti immobili, stretti e sospesi in un’unica attesa, mentre il ritmo s’alzava  Lisbonalentissimo e crescevano le voci del pubblico che s’accendevano  ad accompagnare il quartetto.
Ebbene, ad un certo punto una tristezza infinita, di provenienza e di percorso ignoti, ha invaso me e la mia compagna e così, al culmine del pezzo, abbiamo pianto.
Mi dirai che il fado è così: corpo musicale della malinconia, ma sai qual’ era, Tereza, il prodigio vero? E’ che, quando mi ero girato ad un certo punto della canzone, guardandomi intorno avevo scoperto che non eravamo i soli a piangere. Soltanto eravamo gli unici a non cantare, estromessi perché stranieri nella lingua  da quella parte di emozione.
Ma c'eravamo comunque uniti a loro nella commozione e nelle lacrime, sia pure senza capirne appieno il senso.
Dopo ho comperato il loro disco e ho cercato di chiedere, di capire perché anche il cantante avesse gli occhi rossi.
Quello ch'avevano intonato era un canto che proveniva dall'università dove il Fado veniva insegnato e dov’era divenuto  simbolo di ribellione.Lisbona[1]
Sai, un po' com’accadde per certe nostre canzoni partigiane.
Ma, vedi, Tez, ascoltando "Bella ciao" è comprensibile ch’io mi senta toccato, ma per quella musica, di cui non sapevo nulla e di cui non capivo neanche una parola, avevo adirittura spontaneamente pianto, capisci?
Quel cd sta lì, Tereza: non ho avuto ancora il coraggio di riascoltarlo.
E’ che a volte mi afferra la paura di "sentire" di nuovo... perché a volte penso che sentire troppo forte mi farebbe confondere e io non voglio…non voglio confondere in modo forte e violento due realtà che pur convivendo  non devono sovrapporsi mai.
Portogallo-BejaAnche se in me già convivono, ben strette l’una all’altra.
Mi piaceva, sai Tez, raccontarti questa storia, ancora così aperta dentro di me, amica mia...
S-
(già pubblicato nel 2008)
p.s. le foto del portoncino, dell'insegna, del chiosco con il gruppo di Fado e della strada maiolicata sono originali, scattate personalmente dal narratore-protagonista.
Il racconto è vero e il chiosco fotografato è esattamente quello di cui si narra, solo con le candele ormai spente, a fine spettacolo, sostituite dalle luci artificiali.                                                                           
In testa al post un brano dei Madredeus e una "Teresa", Teresa Salgueiro, dalla splendida voce.
Portogallo-Lisbona

giovedì, 01 ottobre 2009

Coincider-SI

(già pubblicato nel 2008)
Mi somiglia
A volte sto contemporaneamente dentro e fuori della solitudine, e non è di certo cosa facile da spiegare.
Perché la solitudine cui penso non è quella dove mancano le persone che ti telefonano
e ti chiedono come stai
o ti scrivono
o si raccontano fin nelle loro minute pieghe perché si fidano di te
e per questo vengono a spasso con te,
per confidenza ed allegria in pari misura, sentendosi quasi come a casa loro.
La solitudine cui penso è cosa e storia forse congenita e lontana, tanto lontana che a volte, spesso anzi, non riesco nemmeno a toccarla per saggiarne l’effettiva consistenza.
E' la mia solitudine più profonda, sì, ma la guardo con un distacco che sa di lontananza fisica, benché mi viva dentro la gran parte del mio tempo.
panchine umidePure mentre sto con altri.
Roba mia dunque, sì, ma anche sua, poiché spesso viviamo da separate in casa.
In molte occasioni però, e questo glielo devo riconoscere, la solitudine mi sa tranquillizzare, capace com’è di assumere su di sé ruolo ed effetto di nido.
Mi coglie e mi raccoglie, senz'esser mai né vero peso né vero tormento.
Il problema tra me e lei è un altro: è che la solitudine mi corteggia con troppa sapienza e mi sa sedurre più di chiunque altro. La perfida.
Ed ora dunque, divagando-divagando: mi sto lasciando crescere i capelli che, a detta di amici e parrucchieri, in me crescono rapidi come certe piante di notte.
Così posso passarci le dita in mezzo a questi capelli che ho folti e corposi, esattamente come facevo a sedici anni, traversando il praticello davanti al liceo, nel tardo pomeriggio.
Oggi come allora mi passo le dita fra i capelli mentre fuori è estate e l’aria non mi punge sul collo reso nudo dal gesto delle mie dita.
vicini alla musica
E vado così, lisciandomi capelli e pensieri insieme.
Saggio la consistenza morbida e corposa dei primi e me ne compiaccio, li sollevo e li riaccompagno nella ricaduta, esempio paradossale di solitudine beatamente metabolizzata e tradotta in gesto.
Rifletto su come mi piacerebbe sollevare e far ricadere così anche i pensieri.
Alcuni soprattutto ma forse tutti alla fin fine.
Con una carezza ed una cura insieme: un’utopica autarchia esistenziale condensata nella forma simbolica di un gesto, per di più di un gesto qualunque. Visto dall'esterno, infatti, è un gesto innocuo e comune, come tanti, ma per me è il segno di una presenza costante di solitudine ben coltivata dentro.
Forse nel momento del gesto io e la solitudine coincidiamo, e le mie dita sono le sue e suoi anche i miei capelli.
E dire che la mia amica Lara mi dice da sempre di lasciarmi crescere i capelli…

giovedì, 17 settembre 2009

i NON-confini dell'Anima

sottotitolo:
la forza poetica e letteraria delle anime sghembe
_Pina Bausch a los Angeles
LEGAMI

Tutto è me stessa.

Datemi una foglia che non mi assomigli,

aiutatemi a trovare un animale

che non gema con la mia voce.

Là dove la calpesto la terra si spacca

e morti che hanno il mio sembiante

li vedo abbracciati a procreare altri morti.

Perché tanti legami con il mondo,

tanti progenitori e coatta discendenza

e tutto questo insensato somigliarsi?

M'incalza l'universo con i mie mille volti

e non posso difendermi se non contro me infierendo.
ANA BLANDIANA
 
Questa bellissima poesia pubblicata da MARINA  mi ha riportato alla memoria un passo di una lettera della poetessa Marina Cvetaeva:
"...a volte mi sembra di non avere più l'io e di confondermi con il creato. Guardo un fiore e il fiore non è più distinto da me: io e il  fiore diventiamo un'unica cosa..."
Ambra
Quando pubblicai su un precedente post questo passo della Cvetaeva riportai anche un piccolo stralcio da un libro di Ernesto Borgna, una riflessione di una sua paziente che credo fosse affetta da schizofrenia:
"...in tutto, in ogni persona e sentimento io sto stretta, come in ogni stanza: di una tana o di un castello. Io non riesco a vivere, cioè a durare ferma, non so vivere nei giorni, e ogni giorno vivo fuori di me...è una malattia inguaribile e si chiama anima...".
Ecco, questi passi e la poesia pubblicata da Marina sono, a mio parere, tutti accomunati da un’idea di fondo, al tempo stesso magnifica e terribile, quella della capacità dell’anima di spargersi illimitatamente: la sua potenza e la sua, per certi versi, fragilità.

visi di Ronis

Quando, diversi anni fa, lessi i passi qui riportati, contenuti all’interno di un articolo di presentazione di un libro di Borgna, ebbi la netta sensazione di trovarmi di fronte a qualcosa di profondamente conosciuto, posseduto mi verrebbe da dire, sedimentato nella mente del cuore, se mi passate l’espressione pseudo-letteraria. La sensazione di potermi assimilare, sovrapporre, scomparire quasi nelle “cose” del creato è un'emozione, anch’essa tanto terribile quanto affascinante, che ho provato spesso e, in forma particolarmente potente, in circostanze precise: di fronte a spettacoli di particolare bellezza, per meglio dire sotto l’influsso della sindrome di Stendhal.
onde-alte-australia
La capacità-sensazione di penetrare le cose fino a confondersi con loro va di pari passo con la sofferente coscienza di stare stretti e costretti nei propri limiti fisici e nei limiti del tempo scandito secondo metodo cronologico stretto: l’anima, come scrive la Cvetaeva, non si accontenta del corpo, deborda, forza i limiti e tenta anche di abbattere la scansione metodica del tempo.
Ancora una volta sono le "anime estreme", come si intitola un bel libro, uscito di frazione di volorecente, di Manuela Maddamma, quelle cioè spinte avanti nella comprensione dell'esistenza dalla follia d'amore, amore inteso come furore di energia vitale e creativa , ad indicare il senso e la forma di questo conflitto.
E’ nell’amore che a volte si ha la sensazione di poter realizzare questo abbattimento dei confini di tempo e di spazio, e per amore qui intendo un concetto illimitato che ricomprende in sé ogni cosa e si conferma come il principio stesso dell’esistenza: amore come prova tangibile dell’essere in vita.
 Eric Boutilier-Brown
Ed ecco cosa appuntai sul mio quaderno, più di dieci anni anni fa, dopo aver letto i passi che vi ho proposto:
“ Ho ingoiato un’emozione enorme che il mio corpo non riesce a sopportare nei suoi confini angusti: sento questi confini scoppiare, cadere sotto quest’enorme pressione.
Non so se esistano gesti e/o parole sufficienti anche se li possiedo entrambi, gesti e parole, e li possiedo con certezza e consapevolezza.
Consapevolezza e dolore: dolore per la consapevolezza di un’armonia inesprimibile nella sua interezza.”
Bene, chiudo qui questo tema che sento scorrermi sulla pelle da sempre, ringraziando ancora Marina per quest'ennesima bella poesia proposta.
 

martedì, 15 settembre 2009

pomeriggio di fine maggio a Roma

jeans
E' un pomeriggio di maggio, mi incammino da piazza di Spagna verso il Pantheon, attraversando piazza del Parlamento e Campo Marzio.
Roma ha ceduto il forte calore dei giorni passati e si avvia ad una sera dai colori e dai calori tardo-settembrini, piacevolmente ventosa e umida solo sotto al sole.
I tifosi sono sparsi come bacilli,  infiltrati ovunque e felici tra loro, gli spagnoli soprattutto, ché gli inglesi sono scomparsi chissà dove.
Barcelonins d'età e di fisico inadatti al carnevale passeggiano con parrucche ricce e così tanto sintetiche da risultare scintillanti al sole, nei colori azzurro cobalto e rosso quasi bordeaux; portano le maglie tifo-calcistiche addosso, larghe e troppo lunghe per dar loro una sia pur lontana parvenza di popolo snello.
Sfrecciano su vespe bordeaux, in tinta con le maglie  tifo-calcistiche, vespe che paiono quasi fatte apposta per l'occasione, (e proprio su questo si interrogano ridendo le ragazzette indigene, ciarliere a canotta scollata moscia nel semi-drappeggio anteriore e posteriore), e intanto fischiano e barriscono verso il cielo chiaro e verso i loro connazionali ammarciapiedati. Sono tanti, sì,  ma sembrano tranquilli, sempre pochi invece gli inglesi visibili, rarissimi direi e meglio se in borghese e con gelato al seguito.
Da piazza Venezia ai Fori Imperiali e fino a piazza San Giovanni
la gente di Roma sta come sempre, per lo più indifferente, consumata dall'esperienza che fu dei vari compari di Barbarossa, oggi nella versione moderna dell'invasione semi-pacifica degli spagnoli e degli albionesi, condotti qui dalla pandemia di tifo pallonaro.
Colgo qui e là personaggi-apparizione, abitanti della città indolente e sapiente, sempre attestata sulla frequenza salvavita del:
"lassamoli perde', finché se diverteno e nun fanno danni"
oppure:
"lassamoli stà, ché jié partita 'a brocca pe' pallone e tocca pure capilli". 
Pascal Renoux
Intanto sciametti di ragazze, già abbondantemente dorate dal sole meglio che per  quattro salti in padella, vengono scrutati e passati al setaccio e allo specchietto retrovisore dai tifosi spagnoli più giovani-e-non-solo, alcuni voracemente timidi e altri timidamente sfrontati.
Anche i lavoratori dei tombini scrutano le ragazzine dai polpacci dorati come ali di pollo, mentre le albionesse in gita calcistica si scottano alla grande e mostrano ampie e indifese spalle color quasi-bordeaux.
Quando mi inoltro nella stretta e lunga via di san Giovanni sono le diciotto e ho, come sempre, l'impressione di infilarmi in un borgo, quasi un ritaglio di paese a parte, con negozi di tutti i tipi, frutterie e vecchi ferramenta, merci magrebine e indianate in vendita come se piovesse,  e pure una bottega di vestiti tutti rigorosamente usati e tutti rigorosamente eccentrici: là dentro spio due giovani donzelle chiedere consigli per costruirsi un'immagine sexy-teatrale alla robusta e fantasiosa proprietaria, tutt'altro che eccentrica, più antica massaia che creatrice di immagine, ma tant'è.   
Alla fermata c'è una ragazzona svagata e forse un po' tarda di comprendonio che aspetta l'autobus su via di San Giovanni: sta ad occhio verdissimo e trasparente, contenta del nulla e della sua semplicissima filosofia esistenziale che poi son quasi la stessa cosa. Non sa o non vuol sapere che su via dei Fori Imperiali c'è un gigantesco vermone di autobus che procede a passo di uomo basso e di gambe corte: gli autobus sono così infilzati uno dietro l'altro che sembrano i segmenti del corpo di un vermone appunto, incastrati per di più tra le macchine e i restringimenti della corsia per i soliti lavori alle condutture: "stiamo (lavorando) scassando la strada e gli zebedei per voi".   
dal bus
C'è la giovane donna incinta, bellissima, che attraversa l'immensa piazza della basilica e delle agitazioni pubblico-politiche, con lunghi e splendidi capelli scuri appeni sollevati dal vento e un abito viola di tessuto leggerissimo e di taglio elegante, un abito che si gonfia al vento tradendo la sagoma della pancia gravidica: il vento e la pancia che si rubano la parte, uno a far la pancia al vestito e l'altra, la pancia vera, a farsi nascondere dal vestito gonfio di vento. Se ne vedono raramente di donne così belle e sembra di passeggiare su di un set cinematografico.
E c'è la coppia di anziani che ha deciso di andare a far inderogabili spese proprio nel giorno del tappo di traffico e del vermone di bus incagliati uno nell'altro: attendono l'autobus ilari, come avessero trent'anni di meno e un sacco di tempo gioviale da sperperare nel traffico.
Quando arrivo a piazzale Appio lancio uno sguardo verso la zona deserta del famoso mercato, una volta zona di giovani in fuga dalla scuola e in cerca di jeans e scarpe a prezzo eccellente, e mi fa sempre lo stesso strano effetto perché fino a pochi anni fa c'erano tanti banchi di abiti usati, abiti da sposa e da travestimento, che poi è un po' la stessa cosa, affascinanti come i magazzini di un teatro: ora purtroppo l'arte del travestimento, gioco sublime e fine a sé stesso, si  va perdendo, ora che l'identità è quella fittizia del successo rapido e volatile. 
E forse è proprio per non pensare a questo che mi ficco nel magazzino Coin e vado a far pipì dopo aver fatto mia ogni fontanella incontrata nel mio non breve percorso.

postato da: Terezita alle ore 16:23 | link | commenti (11)
categorie: eccessi descrittivo-emozionali
martedì, 01 settembre 2009

lettera VISIONARIA ad un Ragazzo IMMAGINARIO

lettera e lettere

Ti ricordi del tempo che non è mai esistito, quello in cui a sedici anni ti aspettavo?
L’appuntamento era fuori dalla scuola, alla fine della lezioni: tu che tornavi dall’università e passavi a prendermi.
E ti ricordi del tempo fantastico che vive solo nella mia immaginazione in cui mi chiamavi riconoscendomi rapidamente dal mio montgomery color succo d’arancia?

Tu quel montgomery non lo hai mai visto e io non ce l’ho più per mostrartelo; sai, il mio montgomery era diventato un mito e uno sfottò tra i miei amici ché nessuno ne aveva uno uguale o altrettanto squillante e, soprattutto, nessuno avrebbe indossato così impudentemente un montgomery così color succo d’arancia: bisognava essere almeno un po’ fuori-frequenza per farlo.

Pascal Renoux

 
Ti ricordi come agitavo la mano per segnalare che t’avevo visto mentr'ero in mezzo al crocchio dei miei compagni? Loro mi chiedevano spesso dove t’avevo conosciuto: tu con il tuo accento di pianura, le enfasi improvvise sulle sillabe e la elle e la esse sdraiate molli, un’inflessione che ti caratterizzava, così evidentemente di fuori, di altra città.
E lo sai che quando mi chiedevano di te io,  ridendo, provavo a parlare con il tuo stesso accento? No, non era uno sfottò, sai,  e se lo era era comunque pieno di tenerezza: un modo per somigliarti e comprenderti in me.
Ma i miei amici in realtà non ti videro mai e non mi fecero mai quelle domande: i nostri anni più giovani correvano distanti centinaia di chilometri anche se affannosi in ugual misura, vogliosi di approdi e di completezze assai di là da venire.

Pascal Renoux

Ti ricordi di tutto quello che non è mai accaduto tra noi in quegli anni immaginari, felici e privi del tempo e della misura del reale?
Io me ne ricordo bene, pure se solo con la fantasia.
Certo, certo, lo so che quel che ho scritto è fuori d'ogni logica e che qui non quadra nulla: né il tempo e né i tempi, né i luoghi e né le età ma, del resto, sono stata io la prima a definirmi visionaria e tu lo sai quanto mi piace prendermi per il culo assegnandomi queste patenti di inaffidabilità...
Ma, sai che c’è? C’è che ieri sera, rientrando a casa, con la nuca alleggerita di capelli da un taglio ragazzino, ho avvertito il respiro del vento di settembre sul collo e ho immaginato che stesse per riprendere la scuola…e, insieme, ho immaginato te ventenne.
Sembrava tutto vero, verissimo anzi, tu all’università e io poeticamente folgorata dalla geometria analitica, insieme in un’esistenza ancora bambina che non è mai neppure cominciata.
Ciao, ragazzo di allora, sappi che in qualche modo questa fiaba è vera: te lo assicuro.
...ciao, ragazzo, ciao...
p.s.: dedicato a tutti quelli che, nuotando di quando in quando nei sogni, si curano le ferite senza diventare lamentosi, rimanendo poeti quanto basta e quanto serve. 

lunedì, 31 agosto 2009

DIARIO impreciso di Fine è-state

 (SOTTOTITOLO: perplessità di una donna occidentale)

valigia a doppio

Tutto iniziò con una valigia scambiata: un ragazzo perse tutto il materiale della sua tesi e si ritrovò con un pugno non di mosche bensì di abiti e scarpe da donna: l’effetto fu disperante, tale e quale a quello di un pugno di  mosche per davvero.

La fortuna  gli fu però amica poiché la proprietaria di quei sandali, a fibbiette sottilissime e di un insolito color canna di fucile, lo rintracciò con miracolata scarpespeditezza e gli restituì entro ventiquattr’ore tutto il materiale studiato e sudato.

Qualche giorno dopo anche la proprietaria dei sandali color  canna di fucile e del vestito bianco pennellato di colori a tempera poté, a sua volta, riconquistare abiti e scarpe e altro ancora al suo privato e geloso affetto. 

Riaprendo finalmente la sua valigia la proprietaria dei sandali color canna di fucile ritrovò  i vestiti tutti sconvolti e spaventati: impresso sul disordine vivace degli abiti e delle scarpe e della borsa a buffe linguette multicolori c‘era lo stesso spavento passato nelle vene tese e negli arti irrigiditi dalla tensione del ragazzo meridionale che aveva smarrito, tornandosene al mare delle sue parti, valigia e laurea (e sarebbe meglio dire tesi e computer e appunti e un sacco di cose preziose appresso ancora, tutto inghiottito chissà dove nei gorghi del fiume ferroviario di uno dei più importanti nodi di smistamento d’Italia).

biciclette malate

L’estate, ad incidente riassorbito, proseguì con la tappa in uno dei luoghi più celebrati della libertà d’occidente, città d’acqua e di biciclette.

La libertà fece dunque la sua grand'entrée d'estate in una cornice urbana grigiastra, tra i suoni di una lingua bastarda che usciva, mitragliata con palese trascuratezza, fuori dalle bocche chiacchierone degli indigeni. 

La donna del vestito bianco e tempera si accorse che lì mancavano  certi colori accesi e puntuti, così frequenti nei suoi ricordi sugli abiti di uomini e donne nel vero nord, quello che reagisce a bordate di rossi ciliegia e di blu cobalti contro il cielo grigio e contro i lunghi inverni poveri di luce.

dubbi e perplessità

Osservò gli indigeni sciamare in abiti sciatti e di tinte dimesse, fantasie a minestrone mal amalgamato e per nulla appetitoso; li sentì parlare con quei suoni per nulla melodiosi, quasi un tartagliare distratto e casuale di lingua pre-scandinava e non ne ebbe una gradevole impressione, eh...no...no...

Vide soprattutto la libertà che commercializzava sé stessa agli angoli e ai crocevia ma anche nel pieno della piazza, offrendosi per un’ora o per un giorno di piacere al miglior acquirente.

Vide la fine del sogno d’occidente con Peace and Freedom definitivamente ubriache che sostavano stordite ai tavolini di bar sporchi, tra sciami ininterrotti di turisti guardoni.

La donna della valigia stravolta pensò che se quello era l’approdo, il punto di fine tappa, del sogno iniziato con la beat generation & revolution, forse sarebbe stato meglio tornare solo a sognare.

ali

Soprattutto comprese come la macchina d’occidente avesse davvero fagocitato e triturato la libertà, piegandola e deviandola verso facili e retoriche conclusioni sessuali e si sentì perciò totalmente perdente, accomunata a quel destino.

La trasgressione, vocabolo con il quale si usa indicare l’ipocrito lifting applicato alla libertà  ormai anziana, era ovunque in quel luogo e si palesava nella sua versione peggiore: quella buona e adatta per piccoli commercianti al minuto, per guardiani della canonica e guardoni della val Brembana.

Così, con un senso di poetico disgusto, la donna pensò che davvero, davvero il denaro sapeva avvelenare ogni cosa e, non senza un senso di fastidioso disagio, si sentì vagamente invadere da un aria di lieve moralismo Morettiano.


venerdì, 17 luglio 2009

Ernst Haas: l'Anima a colori e quella in bianco e nero

Proprio vero che il grande fotografo sa catturare l'anima, sia essa quello del momento emotivo singolarmente rappresentato o sia essa quella del singolo soggetto umano, fotografato nella sua versione di nocciolo e condensato dell'emozione fondamentale che gli muove la vita di dentro (e verrebbe benissimo se scrivessi solo Stimmung per riassumere l'intero concetto).

Quest'ultima cosa poi, cioè la cattura e la rappresentazione fotografica dell'emozione-fondamento e fondamenta dell'anima, viene talvolta trascritta dal fotografo di rango servendosi anche dell'immagine degli oggetti che circondano il personaggio principale ritratto: e non si tratta mai, in questo caso, di oggetti messi lì casualmente, né nella loro specifica natura né nella loro forma/presentazione posturale, così com'avviene, ad esempio, nella foto qui sotto:

Qui i libri somigliano al loro proprietario, pure nel loro disordine metafisico, nel loro incastrarsi in pile asimmetriche, orizzontalizzati e verticalizzati a caso, a volte impilati in formule improbabili e, altre volte, anche assai azzardate e forse pure poco stabili (...e qui, guardando questa foto, mi verrebbe di coniare il nome di "teoria delle probabilità improbabili", tanto per cazzeggiare al mio solito modo...). 

Ma l'immagine umana è in Haas sempre perfettamente coniugata con il suo sfondo, come in quest'altra foto qui sotto:

Qui lo sguardo, reso estremo nell'espressività dal trucco, è enfatizzato sia dalla doppia visione specchiata sia dal contrasto offerto istintivamente dalla presenza del volto di bambina sorridente, nella piccola foto in alto a sinistra.

Haas ha fotografato ripetutamente personaggi del cinema e, fra questi, anche la celebratissima, e spesso troppo convenzionalmente ritratta, Marilyn Monroe:

Eppure anche da lei ha saputo trarre immagini variegate e, in molti scatti, piene di realistico senso, intimo e vissuto.

Vi consiglio vivamente di dare uno sguardo alla splendida produzione fotografica di Haas, così sfaccettata e originale nelle interpretazioni come poche altre: troverete foto di tipo diverso, di cinema, di strada, foto-creazioni dove i colori disegnano forme surreali esattemente mentre diluiscono e stravolgono l'idea stessa di forma stabile.


Torn Poster II - Red Bird

Peeling Paint - Profile

A me Haas lo ha fatto scoprire SOGNI che ha pubblicato una sua bellissima foto che potrete ammirare QUI, ma vi invito a dedicare uno sguardo attento all'intero sito di Ernst Haas, magari in un momento di stanca del fine settimana, che ne dite?  

p.s: scelta nient'affatto casuale quella del video: si tratta del tema del film "Prendimi l'anima" di Roberto Faenza (ed è anche una dedica...).


venerdì, 10 luglio 2009

l'Appennino è una storia a parte

mi scuso moltissimo:

ora il link al post "l'Appennino" funziona!

Provare per credere, clic sul QUI a fine post

 

...me ne sono ricordata ascoltando e guardando questo video qui sotto...e ho pensato/desiderato ripubblicare il post su "l'Appennino".

Era uno struggimento che riaffiorava e scorreva nel video; era il senso-nostalgia dell'Appennino e delle sue storie protette dalla quiete dei giorni, scadenzato dall'apparizione di visi ormai rari, rari nell'espressione e nell'intenzione, come quello della ragazza di "Autogrill"; era il senso di un mondo perduto ma forse ancora non del tutto, il desiderio-fame delle sue briciole avanzate, quelle che non afferri per mangiarle ma lasci lì, sulla tovaglia, a respirare e consumare sé stesse.

Perché l'Appennino è una storia a parte.

Appennino

 L'APPENNINO è 
(già pubblicato nel 2008)

mercoledì, 01 luglio 2009

a Pina Bausch

Philippine Bausch detta Pina

(Solingen, 27 luglio 1940- Wuppertal, 30 giugno 2009) 

Pina Bausch è stata, negli ultimi decenni,  una stella della ricerca espressiva applicata alla danza, svincolata da certi virtuosismi eccessivamente accademici che ne raffreddano la componente drammatico-emotiva; a lei si deve l'innovazione felicemente esagerata d'aver sdoganato, oltre alle espressioni del corpo, i corpi stessi dei ballerini e delle ballerine, svincolandoli e tirandoli via dai canoni classici della perfezione fisica a-temporale. La danza della Bausch è soprattutto potenza emotiva, espressione di moti e di nodi dell'anima, mostrati senza ritegno nella fisicità dirompente dei corpi imperfetti ma assolutamente realistici dei suoi ballerini.

Prima di lei anche Martha Graham aveva cercato di destrutturare la danza ricongiungendola al suo più profondo significato di linguaggio del corpo e, soprattutto, delle sue emozioni. La  danza della Graham scaturiva infatti, secondo l'interpretazione data da lei stessa, dai ritmi binari vitali della respirazione, del battito cardiaco, della sequenza di contrazione e distensione muscolare.

 

Diceva in un'intervista la Graham:

“Inspirare, espirare, dentro fuori. La mia tecnica si basa sulla respirazione. Ho costruito tutto quello che ho fatto sul pulsare della vita, che per me corrisponde al pulsare del respiro.”

Nulla dunque è come la danza rappresentazione simbolica e sublimazione, puramente artistica, dell'eros e delle sue rappresentazioni.

E vale per il sesso quello che vale per la danza: entrambi, se ridotti a puro, calcolato e distante virtuosismo o ad esercizio di stile preparato a tavolino si tramutano in arte fredda e possono essere sostituiti con qualunque cosa, proprio con qualunque;  e, in più, forse, in quel caso né la danza né tantomeno l'erotismo hanno più alcun carattere dell'arte.

Perché trovarsi e scoprirsi a ballare d'amore con la perizia emotiva di due ballerini "alla Martha Graham" o "alla Pina Bausch" è ben altra cosa.

Certo anche lì si è studiato  e provato molto, ma mai con le gambe sotto al tavolino nell'angolo freddo di una stanzetta da studente fuori-sede...e fuori argomento...

Pane, tulipani e il resto

La passione si può raccontare bene in forma di danza.

Il ballo è una commedia simulata, appassionata  ed elegante dell’accoppiamento.

La danza possiede lo stesso fraseggio della seduzione.

Danza e passione camminano con gli stessi passi da gatto.

Così scrissi tempo fa ad un'amica.