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Utente: Terezita
Nome: Tereza Rossi
A scanso di equivoci, fraintendimenti e male letture assortite dico soltanto: molto di quel che sono sta nelle parole scritte e nelle immagini, il resto è nella vita e nei sogni che non racconto ancora e in quelli che rimarranno solo miei.

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lunedì, 23 novembre 2009

le VERITà dette in Poesia

il-melograno

"Però ci furono quelli
che ebbero per casa solo il cuore,
sospeso tra abissi e buio,
di una VITA TUTTA NELL'INVISIBILE,
il cuore, che lentamente si crepava
e null'altro."

G.Giudici

Jan SAUDEK

Il titolo del post non è il titolo della poesia, quello proprio non lo conosco.

Questa poesia di Giudici è stata pubblicata, un po' di tempo fa, da un'amica Blogger,  sul suo blog che ora non c'è più.

Mi colpì perchè descrive con dolore ma anche con una sorta di amorosa e sognante speranza  una verità che  tutti noi, ancora sognatori di sogni e non di surrogati di sogno, abbiamo sotto agli occhi, quasi in ogni istante della nostra esistenza: la nostra vita di dentro ch'è grande, è potente, è immensa e talvolta sembra vicina a devastarci e dominarci totalmente per la sua straripante ed invasiva energia.

Eppure ci tocca necessariamente amarla, e amarla intensamente perchè forse è l'unica vita vera, il guscio caldo e nudo dell'anima.

E mai lasciarla sola.

E mai rinnegarla. 

La vita di dentro ha bisogno di respiro e di spazi,  gli stessi in cui possiamo per davvero camminare: a passi forti verso la libertà d'espressione.

(già pubblicato nel 2008)


domenica, 01 novembre 2009

tentare per PASSIONE

Rotoli-rotoli

"...mi chiedo se la cosiddetta "normalità" etero non sia proprio un luogo della mente fatto di pensieri già pensati e di ruoli già distribuiti, un luogo in grado di placare l'incertezza della mancanza di nomi e di definizioni, quell'incertezza scomoda che invece incontra chi tenta l'avventura d'essere e di proporsi come 'intero'...."

Pawel GEPERT

 

Così scrive Cristina, nell'ultimo commento, l'ultimo in ordine di tempo, (quanti! e quanto interessanti e belli sono stati!),  al post Il buco NERO.

 Pensieri già pensati e ruoli già distribuiti…già, cara Cristina, a volte penso che tutte le nostre vite rischino di essere in gran parte, che ci piaccia o no, vissute tra pensieri già pensati e ruoli già distribuiti.
Certo, è diventato difficile, oserei dire scandaloso se non ridicolo addirittura, fare di queste riflessioni: suonano troppo “ovvie”, pescate da un catalogo ben individuato di idee e di comportamenti e noi, che in quelle idee e comportamenti ci riconosciamo, facciamo fatica a superare il senso indotto del ridicolo e del comunque-superato per portare i nostri argomenti di riflessione con il necessario coraggio e la necessaria, salutare, voglia di sfida e di cambiamento.

Sì, è diventato penosamente retorico parlare di ruoli e rifletterci sopra, vuoi perché, come dicono sia gli ottimisti ingenui sia i ladri e spacciatori di idee a casa d'altri, la parità è raggiunta e i ruoli non esistono più (enorme cazzata -!-, passami l’espressione, ed altrettanto enorme e criminale equivoco) vuoi perché ogni sia pur timida caratterizzazione di pensiero in senso politico-  senso ampio, moooolto ampio-  sembra non trovare più né spazio né dignità d’esistere, in nome dell’omologazione al tranquillizzante non-pensiero unico.

Irina VELICHKO

Sembrerebbe infatti, dando retta a certi modernissimi e totalizzanti pensatori, che a parlare di ruoli obbligati, di pensieri preconfezionati e via discorrendo, si possano solo alzare steccati, realizzare contrapposizioni tinte di odio e dividere in nome della rivendicazione pseudo-sessista: altra enorme cazzata e ancor più enorme equivoco perché, a parer mio, riflettere sui ruoli, sui comportamenti obbligati ecc. ecc., per cercare di uscirne, (sottolineo: ho detto “uscirne” e non ribaltarli che sa di scambio delle parti tra teatranti di livello modesto, incapaci di pensarsi in ruoli nuovi e commedie appena scritte o ancora da progettare), è un incentivo ed un regalo alla libertà di tutti, donne e uomini, perché tutti/e paghiamo un prezzo di incomprensioni troppo alto ai comportamenti predestinati.

Sàra Saudkovà

Poi, certo, come tu giustamente sottolinei, c’è l’alternativa incerta, grande e talvolta paurosa del tuffarsi nel mare dell’indeterminato e del nuovo cui spesso non sappiamo dare contorni o scopi definiti…ma, mi chiedo, le nostre vite hanno o no il diritto di essere inventate e vissute come creazioni assolutamente personali? ad essere attraversate senza che il fardello delle esistenze che ci hanno preceduto diventi l’unica traccia di sviluppo possibile, con tutte le sue limitazioni?

riflettendo...

Abbiamo o no il diritto alla sfida della ragione e al coraggio della passione?

Io penso che quel diritto l’abbiamo e dobbiamo solo imparare a camminargli affianco, (magari con un bel po' di fiatone, mica no), a sceglierci i compagni di percorso anche, compagni che sappiano correre il pericolo di sperimentare la vita anziché ridurla ad un straconosciuto copione...e che gli altri se ne rimangano pure davanti alla televisione a ciucciarsi l'ultima spiaggia dei famosi...

Grazie a Cristina e a tutti gli altri per il contributo alla discussione, è stato veramente gratificante, un abbraccio,

Tereza

p.s.:e questa è ALDA MERINI, che se n'è appena andata:

Alda_Merini-Ritratto

Pensiero,io non ho più parole.

Ma cosa sei tu in sostanza?

qualcosa che lacrima a volte,

e a volte dà luce.

Pensiero,dove hai le radici?

Nella mia anima folle

o nel mio grembo distrutto?

Sei così ardito vorace,

consumi ogni distanza;

dimmi che io mi ritorca

come ha già fatto Orfeo

guardando la sua Euridice,

e così possa perderti

nell'antro della follia.  

da "La terra santa"  

a Lei:  "Buonanotte fiorellino"


martedì, 27 ottobre 2009

il buco NERO

A. Smirnov

Scrive Beba in un commento al post precedente a questo:

pensavo le stesse cose i giorni scorsi
me ne può importar di meno di quali siano le preferenze erotico-sessuali di Marrazzo, forse neppure mi frega se usa l'auto blu per soddisfarle ma l'assurdo è la provocazione...
hai scritto perfettamente: non è questione di moralismi ma di moralità
e poi, perdonatemi, aveva paura di denunciare i carabinieri che l'hanno ricattato? ma dai... perchè lui certo non ha conoscenze superiori a quei quattro bischeri!!!  (sempre che sta storia sia vera).
facciamo che non ho scritto niente va... fa così "ammutolimento" sta cosa...

l'arroganza di chi ha sotto al culo una sedia

Ebbene, più passano i giorni  più mi vado convincendo che qui di arroganza forse non ce n'è mai stata molta, superficialità sì, trasandatezza anche, follia quasi, e sono tutte cose gravi quanto l'arroganza in chi riveste un ruolo politico pubblico. Certo.

Eppure, a dirla tutta, la mia riflessione ultima, la più amara è un'altra:

è possibile che soltanto i rapporti regolati dal denaro e da posizioni di netto predominio- quasi sempre economico- appaghino così tanto gli uomini, li facciano sentire nel pieno della loro realizzazione, soprattutto quando si tratta di uomini di potere?

Puttane-Ford-Escort o Trans-iberiana-Viados davvero non fa nessuna differenza, sarebbe assurdo cercarne una: si tratta sempre di prostituzione, sempre di ricerca compulsiva di sesso senza relazione, a colpi di denaro sonante. 

Ma quale immane buco nero li divora dentro? 

Scusate, ma non vuol essere un atto d'accusa per nessuna categoria: è solo una domanda scaturita dallo sconcerto che provo; e non mi sto rifacendo a squisite categorie  rosa del pensiero, no, m'interrogo sulla scelta di chi cerca solo relazioni senza relazione e le cerca indefinitamente, in maniera compulsiva, assecondando le categorie più bieche e antiquate del pensiero maschile, maschile detto qui in senso esclusivamente retrivo.

E non dite che son moralismi questi...


sabato, 10 ottobre 2009

così ho scritto ad un amico/ 1

ovvero: della consapevolezza, del sentimento civile e dell'amarezza 

TeZ ripresa da nord

carissimo amico,

ti ho parlato già del libro dell'Ortese, "La lente scura", una raccolta di articoli sui suoi viaggi, realizzati in un arco di tempo tra il 1948 e i primi anni '60, ma ieri ho letto un commento, post-fazione della stessa Ortese al suo libro.
La Ortese è un personaggio singolare, situato sulla linea di confine tra la malinconia ansiosa e patologica e la lucidità drammatica di una sensitiva.
Nel commento parla di sè e dei suoi viaggi ed è stupefacente la lucidità con la quale si dipinge nei limiti e nei non-limiti del suo stato d'animo, perennemente in bilico tra disperazione e paura di non so cosa, senso di perenne instabilità e desiderio vibrante di relazione. Riesce persino ad inquadrare e a descrivere l'influenza del suo  stato psicologico sulla sua scrittura, riesce a definire i limiti e gli eccessi percettivi della sua anima sospesa, riesce insomma in un'operazione di auto-analisi ammirevole.
La cosa che mi ha profondamente colpito sono state le sue considerazione piuttosto tristi e sconsolate sull'Italia degli anni '50, appena uscita dalla guerra; la Ortese dipinge un'Italia sfatta, discontinua, senz'identità, già all'indomani della guerra e della liberazione, in piena ricostruzione.
Ebbene, leggere le riflessioni della Ortese, così poco comuni per l'epoca in cui furono scritte, mi ha ricordato certe pagine, riferite allo stesso periodo storico, scritte da Fenoglio, da Pavese, da Pasolini e da chissà quanti altri ancora che io non ho letto: pagine accomunate da un sentimento di  profonda tristezza, frutto della sfiducia rispetto alle  promesse e alle speranze di rinascita che avevano animato la Resistenza e che le menti più lucide vedevano già compromesse all´indomani della fine della guerra.
Be', non ho potuto fare a meno di interrogarmi sulla probabile ineluttabilità di un destino mediocre per l'Italia, un paese che sa farsi  migliore nel momento del dramma ma che rientra subitaneamente nei ranghi della mediocrità all'alba del suo primo giorno di pace...
E mi sono sentita  depressa, politicamente depressa, amico mio, per non dire irrimediabilmente sconfitta...

Pascal Renouxp.s.: questa lettera è stata realmente inviata e ha ricevuto una risposta complessa e davvero molto pregevole che pubblicherò nel prossimo post. Inoltre, poichè è nata come reazione ad un sentimento di sconforto e, successivamente, come provocazione intellettuale, chiunque volesse aggiungere una sua risposta sul tema, se  vorrà, la vedrà pubblicata. Grazie. 



martedì, 06 ottobre 2009

il Rigore IDEAle e il Lodo infame

Katia e Luigi

Le campane de Masón

Volta la carta ghe ze un pósso.

Un pósso pien de aqua

volta la carta ghe ze na gata.

Na gata che fa i gatèi

volta la carta ghe ze du putèi.

Du putèi che fa ostaria

volta la carta la ze finia.

LUIGI MENEGHELLO

spazzola e bottoni

Di Luigi Meneghello, scrittore-poeta poco ricordato e troppo poco apprezzato, si ricorda la ricerca di una verità tanto ideale quanto profonda e sostanziale nella scrittura, tutt'altra roba che retorica ed artificiosità.

Di lui, che affermava di cercare "l'essenza invetriata della realtà" quella che "la mente nel concepire o la penna nello scrivere vanno cercando ed ogni tanto trovano", ci rimane essenzialmente questa lezione di ricerca della verità profonda, (in letteratura, ma non solo), costruita servendosi dell'autocritica e del rigore stilistico, tutt'altra roba che il puro esercizio virtuosistico, spazio asfittico dedicato alla perfezione fine a sé stessa ma, piuttosto, lezione e luogo esemplare di un modo perenne di auto-educarsi e "crescersi" nella coscienza e nella consapevolezza.

sfrontato disincanto secondo Renoux

Una lezione, questa diMeneghello, che non si ferma alla letteratura ma la supera e la trascende: un'ideale che sa anche, e molto, di coscienza civile, ( roba sconosciuta ormai o considerata poco meno di una patologia dalle nostre parti).

p.s.:ringrazio Willy che in una risposta a commento mi ha ricordato Meneghello.

p.p.s.: la foto in apertura ritrae Luigi Meneghello con la moglie Katia e non c'è bisogno di aggiungere altro...


giovedì, 01 ottobre 2009

Coincider-SI

(già pubblicato nel 2008)
Mi somiglia
A volte sto contemporaneamente dentro e fuori della solitudine, e non è di certo cosa facile da spiegare.
Perché la solitudine cui penso non è quella dove mancano le persone che ti telefonano
e ti chiedono come stai
o ti scrivono
o si raccontano fin nelle loro minute pieghe perché si fidano di te
e per questo vengono a spasso con te,
per confidenza ed allegria in pari misura, sentendosi quasi come a casa loro.
La solitudine cui penso è cosa e storia forse congenita e lontana, tanto lontana che a volte, spesso anzi, non riesco nemmeno a toccarla per saggiarne l’effettiva consistenza.
E' la mia solitudine più profonda, sì, ma la guardo con un distacco che sa di lontananza fisica, benché mi viva dentro la gran parte del mio tempo.
panchine umidePure mentre sto con altri.
Roba mia dunque, sì, ma anche sua, poiché spesso viviamo da separate in casa.
In molte occasioni però, e questo glielo devo riconoscere, la solitudine mi sa tranquillizzare, capace com’è di assumere su di sé ruolo ed effetto di nido.
Mi coglie e mi raccoglie, senz'esser mai né vero peso né vero tormento.
Il problema tra me e lei è un altro: è che la solitudine mi corteggia con troppa sapienza e mi sa sedurre più di chiunque altro. La perfida.
Ed ora dunque, divagando-divagando: mi sto lasciando crescere i capelli che, a detta di amici e parrucchieri, in me crescono rapidi come certe piante di notte.
Così posso passarci le dita in mezzo a questi capelli che ho folti e corposi, esattamente come facevo a sedici anni, traversando il praticello davanti al liceo, nel tardo pomeriggio.
Oggi come allora mi passo le dita fra i capelli mentre fuori è estate e l’aria non mi punge sul collo reso nudo dal gesto delle mie dita.
vicini alla musica
E vado così, lisciandomi capelli e pensieri insieme.
Saggio la consistenza morbida e corposa dei primi e me ne compiaccio, li sollevo e li riaccompagno nella ricaduta, esempio paradossale di solitudine beatamente metabolizzata e tradotta in gesto.
Rifletto su come mi piacerebbe sollevare e far ricadere così anche i pensieri.
Alcuni soprattutto ma forse tutti alla fin fine.
Con una carezza ed una cura insieme: un’utopica autarchia esistenziale condensata nella forma simbolica di un gesto, per di più di un gesto qualunque. Visto dall'esterno, infatti, è un gesto innocuo e comune, come tanti, ma per me è il segno di una presenza costante di solitudine ben coltivata dentro.
Forse nel momento del gesto io e la solitudine coincidiamo, e le mie dita sono le sue e suoi anche i miei capelli.
E dire che la mia amica Lara mi dice da sempre di lasciarmi crescere i capelli…

giovedì, 17 settembre 2009

i NON-confini dell'Anima

sottotitolo:
la forza poetica e letteraria delle anime sghembe
_Pina Bausch a los Angeles
LEGAMI

Tutto è me stessa.

Datemi una foglia che non mi assomigli,

aiutatemi a trovare un animale

che non gema con la mia voce.

Là dove la calpesto la terra si spacca

e morti che hanno il mio sembiante

li vedo abbracciati a procreare altri morti.

Perché tanti legami con il mondo,

tanti progenitori e coatta discendenza

e tutto questo insensato somigliarsi?

M'incalza l'universo con i mie mille volti

e non posso difendermi se non contro me infierendo.
ANA BLANDIANA
 
Questa bellissima poesia pubblicata da MARINA  mi ha riportato alla memoria un passo di una lettera della poetessa Marina Cvetaeva:
"...a volte mi sembra di non avere più l'io e di confondermi con il creato. Guardo un fiore e il fiore non è più distinto da me: io e il  fiore diventiamo un'unica cosa..."
Ambra
Quando pubblicai su un precedente post questo passo della Cvetaeva riportai anche un piccolo stralcio da un libro di Ernesto Borgna, una riflessione di una sua paziente che credo fosse affetta da schizofrenia:
"...in tutto, in ogni persona e sentimento io sto stretta, come in ogni stanza: di una tana o di un castello. Io non riesco a vivere, cioè a durare ferma, non so vivere nei giorni, e ogni giorno vivo fuori di me...è una malattia inguaribile e si chiama anima...".
Ecco, questi passi e la poesia pubblicata da Marina sono, a mio parere, tutti accomunati da un’idea di fondo, al tempo stesso magnifica e terribile, quella della capacità dell’anima di spargersi illimitatamente: la sua potenza e la sua, per certi versi, fragilità.

visi di Ronis

Quando, diversi anni fa, lessi i passi qui riportati, contenuti all’interno di un articolo di presentazione di un libro di Borgna, ebbi la netta sensazione di trovarmi di fronte a qualcosa di profondamente conosciuto, posseduto mi verrebbe da dire, sedimentato nella mente del cuore, se mi passate l’espressione pseudo-letteraria. La sensazione di potermi assimilare, sovrapporre, scomparire quasi nelle “cose” del creato è un'emozione, anch’essa tanto terribile quanto affascinante, che ho provato spesso e, in forma particolarmente potente, in circostanze precise: di fronte a spettacoli di particolare bellezza, per meglio dire sotto l’influsso della sindrome di Stendhal.
onde-alte-australia
La capacità-sensazione di penetrare le cose fino a confondersi con loro va di pari passo con la sofferente coscienza di stare stretti e costretti nei propri limiti fisici e nei limiti del tempo scandito secondo metodo cronologico stretto: l’anima, come scrive la Cvetaeva, non si accontenta del corpo, deborda, forza i limiti e tenta anche di abbattere la scansione metodica del tempo.
Ancora una volta sono le "anime estreme", come si intitola un bel libro, uscito di frazione di volorecente, di Manuela Maddamma, quelle cioè spinte avanti nella comprensione dell'esistenza dalla follia d'amore, amore inteso come furore di energia vitale e creativa , ad indicare il senso e la forma di questo conflitto.
E’ nell’amore che a volte si ha la sensazione di poter realizzare questo abbattimento dei confini di tempo e di spazio, e per amore qui intendo un concetto illimitato che ricomprende in sé ogni cosa e si conferma come il principio stesso dell’esistenza: amore come prova tangibile dell’essere in vita.
 Eric Boutilier-Brown
Ed ecco cosa appuntai sul mio quaderno, più di dieci anni anni fa, dopo aver letto i passi che vi ho proposto:
“ Ho ingoiato un’emozione enorme che il mio corpo non riesce a sopportare nei suoi confini angusti: sento questi confini scoppiare, cadere sotto quest’enorme pressione.
Non so se esistano gesti e/o parole sufficienti anche se li possiedo entrambi, gesti e parole, e li possiedo con certezza e consapevolezza.
Consapevolezza e dolore: dolore per la consapevolezza di un’armonia inesprimibile nella sua interezza.”
Bene, chiudo qui questo tema che sento scorrermi sulla pelle da sempre, ringraziando ancora Marina per quest'ennesima bella poesia proposta.
 

giovedì, 03 settembre 2009

SPINE, dubbi e Domande

Pascal Renoux
Scrive WILLY: 
Anche se difficile per una razza di prevaricatori, rivendico la simmetria nei sentimenti. Nello scandaglio di questi anni, e accelerando, a partire dalla mia generazione, gli uomini si sono decorticati. Chi sapeva e voleva, chi non sapeva e subiva. Ricondotti nel ruolo di prevaricatori, di maldestri utilizzatori dei sentimenti, incostanti, immaturi, irresponsabili, riconosciuti incapaci di pari sensibilità con le donne. Man mano diminuivano i vincoli delle regole economiche, la convenienza delle unioni,  la superiorità femminile nei sentimenti, è emersa come valore superiore. Nelle donne e negli uomini. Oggi in pieno guado, non so chi sia più smarrito, se chi aveva un ruolo ed una presunta superiorità, oppure chi ha la necessità di riconoscersi in nuove funzioni sociali e personali restando fedele al proprio genere e alla sensibilità particolare attribuita. E non basta rivendicare la differenza, perchè nel pensiero c’è stato un abbassamento verso l’eguaglianza di genere: gli uomini da una parte, le donne dall’altra. Molto resta da fare per l’effettiva parità, ma cosa comprenda davvero questa parola mi sfugge. E’ la diversità di genere posta sullo stesso piano, è eguaglianza di diritti sociali, economici, politici? E’ il rispetto della persona, riconoscimento del ruolo produttivo e riproduttivo? E’ riconoscimento delle differenze e del loro valore? Credo sia questo e molto di più, ma su una differenza riconosciuta non trovo conclusioni: è poi vero che le donne sentono di più, e non solo diversamente, i sentimenti?
 
 A. Smirnov
 
Ecco, vedi, Willy, io credo che proprio nell’aver esasperato la diversità di genere in modo quasi esclusivamente contrappositivo e conflittuale stia il punto, l’origine, dell’incomunicabilità tra il mondo femminile e quello maschile. Le diversità dovevano costituire una risorsa cui attingere, dalla quale prendere il buono che c’è, che in ognuna delle due metà della mela c’è.
Pascale RENOUX
Mi riferisco ad un percorso che sarebbe dovuto iniziare con una riflessione profonda sui figli, (maschi o femmine non fa differenza), sulla loro educazione, sulla possibilità, volontà, capacità di dare loro le stesse opportunità già in seno alla famiglia, e non solo nel lavoro e nel riconoscimento sociale.
Lo dico con assoluta modestia, da donna che figli non ne ha ma che riflette e osserva da sempre.
bianco e nero yiddish- M. Bulaj
Ma lo dico con tristezza anche, e non poca, per quella che considero una battaglia persa, un’occasione mancata, soprattutto da parte delle donne.
Riversarsi in un nuovo copione, ancora una volta rigido benché tanto diverso da quello tradizionale, e costringere gli uomini in uno già programmato, pena la loro definitiva irrecuperabilità, è stato il grande errore, spesso commesso proprio dalle donne.
E’ stato come se pensassimo di non avere forza a sufficienza per proporci dignitosamente nell’incompletezza che ci è propria e che è propria anche degli uomini, di ogni essere umano, ed è stato come se per negarla ci fossimo assegnate un compito da wonder woman, nella vita pratica e anche in quella sentimentale.
danza
Quando, per l'8 marzo, data abusata oltre ogni indecente misura, ho scritto QUESTA LETTERA  pensavo proprio a questo: a come ci si chiude spesso da soli, e da sole, in una nuova prigione soltanto perché manca il coraggio di dire: “quel che c’è ora non va per niente bene ma tocca riflettere molto per capire LEUCAqual è la direzione da prendere…da prendere entrambi, uomini e donne, universi incompleti per loro natura, mondi parziali ed imperfetti che solo lavorando insieme possono sperare di comprendere l’intera superficie del mondo”. 
Lungi da me il voler riconoscere un diritto di ascolto assoluto nei confronti del genere maschile: ci sono aspetti di tale indegnità  in alcuni che non trovano giustificazioni e non meritano attenuanti. Ma, ugualmente, lungi da me il voler santificare o difendere a spada sguainata ogni rappresentante dell’universo femminile a prescindere, per puro amor di Partito: mancherei di onestà intellettuale e non farei alcun buon servizio alla causa che, come tutte le cause, ha bisogno d’esser sempre “sorvegliata”, riveduta e corretta alla luce del criterio: facciamo il miglior lavoro possibile per noi stesse, anche e soprattutto quando c’è da fare autocritica.
Non ho mai amato i partiti monolitici e le fedi talebane, sotto qualunque veste e con qualunque stratagemma seduttivo mi si siano presentate, sebbene io abbia un temperamento di fondo che tende, di suo e naturalmente, agli estremismi.  
Ho apprezzato molto il modo sinceramente dubbioso, onesto, sofferto e per nulla supponente di ricercare ragioni e motivazioni che, una volta di più, ti ha contraddistinto nel testo che ho riportato.
Per quanto mi riguarda so  di aver offerto il fianco a polemiche e velenosità ma non me ne frega nulla, davvero...io sono un'estremista del vivere...e del riflettere.
Ciao, Willy,  grazie per esserti espresso nel tuo bel modo.
A quelli-e che comunque s'incazzano e basta, in chiusura, regalo..."una giornata al mare".
Ma prima, per riportare ogni cosa nel suo contesto territoriale, vi trascrivo un passaggio preso dall'atto di citazione del Signor EGO-Superrimo contro l'Unità:
"...le predette affermazioni sono tutte false e lesive dell'onore, della reputazione, dell'immagine della parte attrice. Della quale hanno leso anche l'identità personale, presentando l'On. Berlusconi come soggetto che di certo non è, ossia come una persona con problemi di erezione, che fa ricorso a misteriose inezioni..."  
p.s.: quando si dice un problema di vitale importanza per la pelle scorticata e ustionata della nazione e per la dignità, ormai svendutissima, di tutti noi: la SUA EREZIONE...meglio una giornata al mare, appunto...

lunedì, 31 agosto 2009

DIARIO impreciso di Fine è-state

 (SOTTOTITOLO: perplessità di una donna occidentale)

valigia a doppio

Tutto iniziò con una valigia scambiata: un ragazzo perse tutto il materiale della sua tesi e si ritrovò con un pugno non di mosche bensì di abiti e scarpe da donna: l’effetto fu disperante, tale e quale a quello di un pugno di  mosche per davvero.

La fortuna  gli fu però amica poiché la proprietaria di quei sandali, a fibbiette sottilissime e di un insolito color canna di fucile, lo rintracciò con miracolata scarpespeditezza e gli restituì entro ventiquattr’ore tutto il materiale studiato e sudato.

Qualche giorno dopo anche la proprietaria dei sandali color  canna di fucile e del vestito bianco pennellato di colori a tempera poté, a sua volta, riconquistare abiti e scarpe e altro ancora al suo privato e geloso affetto. 

Riaprendo finalmente la sua valigia la proprietaria dei sandali color canna di fucile ritrovò  i vestiti tutti sconvolti e spaventati: impresso sul disordine vivace degli abiti e delle scarpe e della borsa a buffe linguette multicolori c‘era lo stesso spavento passato nelle vene tese e negli arti irrigiditi dalla tensione del ragazzo meridionale che aveva smarrito, tornandosene al mare delle sue parti, valigia e laurea (e sarebbe meglio dire tesi e computer e appunti e un sacco di cose preziose appresso ancora, tutto inghiottito chissà dove nei gorghi del fiume ferroviario di uno dei più importanti nodi di smistamento d’Italia).

biciclette malate

L’estate, ad incidente riassorbito, proseguì con la tappa in uno dei luoghi più celebrati della libertà d’occidente, città d’acqua e di biciclette.

La libertà fece dunque la sua grand'entrée d'estate in una cornice urbana grigiastra, tra i suoni di una lingua bastarda che usciva, mitragliata con palese trascuratezza, fuori dalle bocche chiacchierone degli indigeni. 

La donna del vestito bianco e tempera si accorse che lì mancavano  certi colori accesi e puntuti, così frequenti nei suoi ricordi sugli abiti di uomini e donne nel vero nord, quello che reagisce a bordate di rossi ciliegia e di blu cobalti contro il cielo grigio e contro i lunghi inverni poveri di luce.

dubbi e perplessità

Osservò gli indigeni sciamare in abiti sciatti e di tinte dimesse, fantasie a minestrone mal amalgamato e per nulla appetitoso; li sentì parlare con quei suoni per nulla melodiosi, quasi un tartagliare distratto e casuale di lingua pre-scandinava e non ne ebbe una gradevole impressione, eh...no...no...

Vide soprattutto la libertà che commercializzava sé stessa agli angoli e ai crocevia ma anche nel pieno della piazza, offrendosi per un’ora o per un giorno di piacere al miglior acquirente.

Vide la fine del sogno d’occidente con Peace and Freedom definitivamente ubriache che sostavano stordite ai tavolini di bar sporchi, tra sciami ininterrotti di turisti guardoni.

La donna della valigia stravolta pensò che se quello era l’approdo, il punto di fine tappa, del sogno iniziato con la beat generation & revolution, forse sarebbe stato meglio tornare solo a sognare.

ali

Soprattutto comprese come la macchina d’occidente avesse davvero fagocitato e triturato la libertà, piegandola e deviandola verso facili e retoriche conclusioni sessuali e si sentì perciò totalmente perdente, accomunata a quel destino.

La trasgressione, vocabolo con il quale si usa indicare l’ipocrito lifting applicato alla libertà  ormai anziana, era ovunque in quel luogo e si palesava nella sua versione peggiore: quella buona e adatta per piccoli commercianti al minuto, per guardiani della canonica e guardoni della val Brembana.

Così, con un senso di poetico disgusto, la donna pensò che davvero, davvero il denaro sapeva avvelenare ogni cosa e, non senza un senso di fastidioso disagio, si sentì vagamente invadere da un aria di lieve moralismo Morettiano.


lunedì, 20 luglio 2009

Tum-bala, tum-bala, tum-balalaika

Sapete, quando ho sentito quest'ammaliante canzone ho riconosciuto il suono melanconico e sensuale delle canzoni russe ma anche il suono di uno strano, danzante, ritmicamente cadenzato ed addolcito tedesco: è lo Yiddish, la lingua degli ebrei dell'Europa orientale.

Alfons MUCHA

Ebrea era anche la protagonista femminile del film di Roberto Faenza, "Prendimi l'anima": Sabine Spielrein.
La cultura del novecento e non solo del novecento europeo deve quasi tutto alla cultura yiddish, non dimentichiamocene mai. 
p.s.: entrambe le foto-diluizioni in pittura di questo post, esempi quasi paradossali di sensualità per l'estrema modernità interpretativa, sono di Alfons Mucha, noto esponente ceco dell'Art Noveau.

Alfons MUCHA


postato da: Terezita alle ore 17:30 | link | commenti (8)
categorie: citazioni, eccessi di logica e annotazione