
G.Giudici

(già pubblicato nel 2008)

"...mi chiedo se la cosiddetta "normalità" etero non sia proprio un luogo della mente fatto di pensieri già pensati e di ruoli già distribuiti, un luogo in grado di placare l'incertezza della mancanza di nomi e di definizioni, quell'incertezza scomoda che invece incontra chi tenta l'avventura d'essere e di proporsi come 'intero'...."

Così scrive Cristina, nell'ultimo commento, l'ultimo in ordine di tempo, (quanti! e quanto interessanti e belli sono stati!), al post Il buco NERO.
Pensieri già pensati e ruoli già distribuiti…già, cara Cristina, a volte penso che tutte le nostre vite rischino di essere in gran parte, che ci piaccia o no, vissute tra pensieri già pensati e ruoli già distribuiti.
Certo, è diventato difficile, oserei dire scandaloso se non ridicolo addirittura, fare di queste riflessioni: suonano troppo “ovvie”, pescate da un catalogo ben individuato di idee e di comportamenti e noi, che in quelle idee e comportamenti ci riconosciamo, facciamo fatica a superare il senso indotto del ridicolo e del comunque-superato per portare i nostri argomenti di riflessione con il necessario coraggio e la necessaria, salutare, voglia di sfida e di cambiamento.
Sì, è diventato penosamente retorico parlare di ruoli e rifletterci sopra, vuoi perché, come dicono sia gli ottimisti ingenui sia i ladri e spacciatori di idee a casa d'altri, la parità è raggiunta e i ruoli non esistono più (enorme cazzata -!-, passami l’espressione, ed altrettanto enorme e criminale equivoco) vuoi perché ogni sia pur timida caratterizzazione di pensiero in senso politico- senso ampio, moooolto ampio- sembra non trovare più né spazio né dignità d’esistere, in nome dell’omologazione al tranquillizzante non-pensiero unico.

Sembrerebbe infatti, dando retta a certi modernissimi e totalizzanti pensatori, che a parlare di ruoli obbligati, di pensieri preconfezionati e via discorrendo, si possano solo alzare steccati, realizzare contrapposizioni tinte di odio e dividere in nome della rivendicazione pseudo-sessista: altra enorme cazzata e ancor più enorme equivoco perché, a parer mio, riflettere sui ruoli, sui comportamenti obbligati ecc. ecc., per cercare di uscirne, (sottolineo: ho detto “uscirne” e non ribaltarli che sa di scambio delle parti tra teatranti di livello modesto, incapaci di pensarsi in ruoli nuovi e commedie appena scritte o ancora da progettare), è un incentivo ed un regalo alla libertà di tutti, donne e uomini, perché tutti/e paghiamo un prezzo di incomprensioni troppo alto ai comportamenti predestinati.

Poi, certo, come tu giustamente sottolinei, c’è l’alternativa incerta, grande e talvolta paurosa del tuffarsi nel mare dell’indeterminato e del nuovo cui spesso non sappiamo dare contorni o scopi definiti…ma, mi chiedo, le nostre vite hanno o no il diritto di essere inventate e vissute come creazioni assolutamente personali? ad essere attraversate senza che il fardello delle esistenze che ci hanno preceduto diventi l’unica traccia di sviluppo possibile, con tutte le sue limitazioni?

Abbiamo o no il diritto alla sfida della ragione e al coraggio della passione?
Io penso che quel diritto l’abbiamo e dobbiamo solo imparare a camminargli affianco, (magari con un bel po' di fiatone, mica no), a sceglierci i compagni di percorso anche, compagni che sappiano correre il pericolo di sperimentare la vita anziché ridurla ad un straconosciuto copione...e che gli altri se ne rimangano pure davanti alla televisione a ciucciarsi l'ultima spiaggia dei famosi...
Grazie a Cristina e a tutti gli altri per il contributo alla discussione, è stato veramente gratificante, un abbraccio,
Tereza
p.s.:e questa è ALDA MERINI, che se n'è appena andata:
Pensiero,io non ho più parole.
Ma cosa sei tu in sostanza?
qualcosa che lacrima a volte,
e a volte dà luce.
Pensiero,dove hai le radici?
Nella mia anima folle
o nel mio grembo distrutto?
Sei così ardito vorace,
consumi ogni distanza;
dimmi che io mi ritorca
come ha già fatto Orfeo
guardando la sua Euridice,
e così possa perderti
nell'antro della follia.
da "La terra santa"
a Lei: "Buonanotte fiorellino"

Scrive Beba in un commento al post precedente a questo:
pensavo le stesse cose i giorni scorsi
me ne può importar di meno di quali siano le preferenze erotico-sessuali di Marrazzo, forse neppure mi frega se usa l'auto blu per soddisfarle ma l'assurdo è la provocazione...
hai scritto perfettamente: non è questione di moralismi ma di moralità
e poi, perdonatemi, aveva paura di denunciare i carabinieri che l'hanno ricattato? ma dai... perchè lui certo non ha conoscenze superiori a quei quattro bischeri!!! (sempre che sta storia sia vera).
facciamo che non ho scritto niente va... fa così "ammutolimento" sta cosa...
l'arroganza di chi ha sotto al culo una sedia
Ebbene, più passano i giorni più mi vado convincendo che qui di arroganza forse non ce n'è mai stata molta, superficialità sì, trasandatezza anche, follia quasi, e sono tutte cose gravi quanto l'arroganza in chi riveste un ruolo politico pubblico. Certo.
Eppure, a dirla tutta, la mia riflessione ultima, la più amara è un'altra:
è possibile che soltanto i rapporti regolati dal denaro e da posizioni di netto predominio- quasi sempre economico- appaghino così tanto gli uomini, li facciano sentire nel pieno della loro realizzazione, soprattutto quando si tratta di uomini di potere?
Puttane-Ford-Escort o Trans-iberiana-Viados davvero non fa nessuna differenza, sarebbe assurdo cercarne una: si tratta sempre di prostituzione, sempre di ricerca compulsiva di sesso senza relazione, a colpi di denaro sonante.
Ma quale immane buco nero li divora dentro?
Scusate, ma non vuol essere un atto d'accusa per nessuna categoria: è solo una domanda scaturita dallo sconcerto che provo; e non mi sto rifacendo a squisite categorie rosa del pensiero, no, m'interrogo sulla scelta di chi cerca solo relazioni senza relazione e le cerca indefinitamente, in maniera compulsiva, assecondando le categorie più bieche e antiquate del pensiero maschile, maschile detto qui in senso esclusivamente retrivo.
E non dite che son moralismi questi...
ovvero: della consapevolezza, del sentimento civile e dell'amarezza

carissimo amico,
ti ho parlato già del libro dell'Ortese, "La lente scura", una raccolta di articoli sui suoi viaggi, realizzati in un arco di tempo tra il 1948 e i primi anni '60, ma ieri ho letto un commento, post-fazione della stessa Ortese al suo libro.
La Ortese è un personaggio singolare, situato sulla linea di confine tra la malinconia ansiosa e patologica e la lucidità drammatica di una sensitiva.
Nel commento parla di sè e dei suoi viaggi ed è stupefacente la lucidità con la quale si dipinge nei limiti e nei non-limiti del suo stato d'animo, perennemente in bilico tra disperazione e paura di non so cosa, senso di perenne instabilità e desiderio vibrante di relazione. Riesce persino ad inquadrare e a descrivere l'influenza del suo stato psicologico sulla sua scrittura, riesce a definire i limiti e gli eccessi percettivi della sua anima sospesa, riesce insomma in un'operazione di auto-analisi ammirevole.
La cosa che mi ha profondamente colpito sono state le sue considerazione piuttosto tristi e sconsolate sull'Italia degli anni '50, appena uscita dalla guerra; la Ortese dipinge un'Italia sfatta, discontinua, senz'identità, già all'indomani della guerra e della liberazione, in piena ricostruzione.
Ebbene, leggere le riflessioni della Ortese, così poco comuni per l'epoca in cui furono scritte, mi ha ricordato certe pagine, riferite allo stesso periodo storico, scritte da Fenoglio, da Pavese, da Pasolini e da chissà quanti altri ancora che io non ho letto: pagine accomunate da un sentimento di profonda tristezza, frutto della sfiducia rispetto alle promesse e alle speranze di rinascita che avevano animato la Resistenza e che le menti più lucide vedevano già compromesse all´indomani della fine della guerra.
Be', non ho potuto fare a meno di interrogarmi sulla probabile ineluttabilità di un destino mediocre per l'Italia, un paese che sa farsi migliore nel momento del dramma ma che rientra subitaneamente nei ranghi della mediocrità all'alba del suo primo giorno di pace...
E mi sono sentita depressa, politicamente depressa, amico mio, per non dire irrimediabilmente sconfitta...
p.s.: questa lettera è stata realmente inviata e ha ricevuto una risposta complessa e davvero molto pregevole che pubblicherò nel prossimo post. Inoltre, poichè è nata come reazione ad un sentimento di sconforto e, successivamente, come provocazione intellettuale, chiunque volesse aggiungere una sua risposta sul tema, se vorrà, la vedrà pubblicata. Grazie.

Le campane de Masón
Volta la carta ghe ze un pósso.
Un pósso pien de aqua
volta la carta ghe ze na gata.
Na gata che fa i gatèi
volta la carta ghe ze du putèi.
Du putèi che fa ostaria
volta la carta la ze finia.
LUIGI MENEGHELLO

Di Luigi Meneghello, scrittore-poeta poco ricordato e troppo poco apprezzato, si ricorda la ricerca di una verità tanto ideale quanto profonda e sostanziale nella scrittura, tutt'altra roba che retorica ed artificiosità.
Di lui, che affermava di cercare "l'essenza invetriata della realtà" quella che "la mente nel concepire o la penna nello scrivere vanno cercando ed ogni tanto trovano", ci rimane essenzialmente questa lezione di ricerca della verità profonda, (in letteratura, ma non solo), costruita servendosi dell'autocritica e del rigore stilistico, tutt'altra roba che il puro esercizio virtuosistico, spazio asfittico dedicato alla perfezione fine a sé stessa ma, piuttosto, lezione e luogo esemplare di un modo perenne di auto-educarsi e "crescersi" nella coscienza e nella consapevolezza.

Una lezione, questa diMeneghello, che non si ferma alla letteratura ma la supera e la trascende: un'ideale che sa anche, e molto, di coscienza civile, ( roba sconosciuta ormai o considerata poco meno di una patologia dalle nostre parti).
p.s.:ringrazio Willy che in una risposta a commento mi ha ricordato Meneghello.
p.p.s.: la foto in apertura ritrae Luigi Meneghello con la moglie Katia e non c'è bisogno di aggiungere altro...

Pure mentre sto con altri.

recente, di Manuela Maddamma, quelle cioè spinte avanti nella comprensione dell'esistenza dalla follia d'amore, amore inteso come furore di energia vitale e creativa , ad indicare il senso e la forma di questo conflitto.





qual è la direzione da prendere…da prendere entrambi, uomini e donne, universi incompleti per loro natura, mondi parziali ed imperfetti che solo lavorando insieme possono sperare di comprendere l’intera superficie del mondo”. 
(SOTTOTITOLO: perplessità di una donna occidentale)
Tutto iniziò con una valigia scambiata: un ragazzo perse tutto il materiale della sua tesi e si ritrovò con un pugno non di mosche bensì di abiti e scarpe da donna: l’effetto fu disperante, tale e quale a quello di un pugno di mosche per davvero.
La fortuna gli fu però amica poiché la proprietaria di quei sandali, a fibbiette sottilissime e di un insolito color canna di fucile, lo rintracciò con miracolata
speditezza e gli restituì entro ventiquattr’ore tutto il materiale studiato e sudato.
Qualche giorno dopo anche la proprietaria dei sandali color canna di fucile e del vestito bianco pennellato di colori a tempera poté, a sua volta, riconquistare abiti e scarpe e altro ancora al suo privato e geloso affetto.
Riaprendo finalmente la sua valigia la proprietaria dei sandali color canna di fucile ritrovò i vestiti tutti sconvolti e spaventati: impresso sul disordine vivace degli abiti e delle scarpe e della borsa a buffe linguette multicolori c‘era lo stesso spavento passato nelle vene tese e negli arti irrigiditi dalla tensione del ragazzo meridionale che aveva smarrito, tornandosene al mare delle sue parti, valigia e laurea (e sarebbe meglio dire tesi e computer e appunti e un sacco di cose preziose appresso ancora, tutto inghiottito chissà dove nei gorghi del fiume ferroviario di uno dei più importanti nodi di smistamento d’Italia).
L’estate, ad incidente riassorbito, proseguì con la tappa in uno dei luoghi più celebrati della libertà d’occidente, città d’acqua e di biciclette.
La libertà fece dunque la sua grand'entrée d'estate in una cornice urbana grigiastra, tra i suoni di una lingua bastarda che usciva, mitragliata con palese trascuratezza, fuori dalle bocche chiacchierone degli indigeni.
La donna del vestito bianco e tempera si accorse che lì mancavano certi colori accesi e puntuti, così frequenti nei suoi ricordi sugli abiti di uomini e donne nel vero nord, quello che reagisce a bordate di rossi ciliegia e di blu cobalti contro il cielo grigio e contro i lunghi inverni poveri di luce.
Osservò gli indigeni sciamare in abiti sciatti e di tinte dimesse, fantasie a minestrone mal amalgamato e per nulla appetitoso; li sentì parlare con quei suoni per nulla melodiosi, quasi un tartagliare distratto e casuale di lingua pre-scandinava e non ne ebbe una gradevole impressione, eh...no...no...
Vide soprattutto la libertà che commercializzava sé stessa agli angoli e ai crocevia ma anche nel pieno della piazza, offrendosi per un’ora o per un giorno di piacere al miglior acquirente.
Vide la fine del sogno d’occidente con Peace and Freedom definitivamente ubriache che sostavano stordite ai tavolini di bar sporchi, tra sciami ininterrotti di turisti guardoni.
La donna della valigia stravolta pensò che se quello era l’approdo, il punto di fine tappa, del sogno iniziato con la beat generation & revolution, forse sarebbe stato meglio tornare solo a sognare.
Soprattutto comprese come la macchina d’occidente avesse davvero fagocitato e triturato la libertà, piegandola e deviandola verso facili e retoriche conclusioni sessuali e si sentì perciò totalmente perdente, accomunata a quel destino.
La trasgressione, vocabolo con il quale si usa indicare l’ipocrito lifting applicato alla libertà ormai anziana, era ovunque in quel luogo e si palesava nella sua versione peggiore: quella buona e adatta per piccoli commercianti al minuto, per guardiani della canonica e guardoni della val Brembana.
Così, con un senso di poetico disgusto, la donna pensò che davvero, davvero il denaro sapeva avvelenare ogni cosa e, non senza un senso di fastidioso disagio, si sentì vagamente invadere da un aria di lieve moralismo Morettiano.