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Utente: Terezita
Nome: Tereza Rossi
A scanso di equivoci, fraintendimenti e male letture assortite dico soltanto: molto di quel che sono sta nelle parole scritte e nelle immagini, il resto è nella vita e nei sogni che non racconto ancora e in quelli che rimarranno solo miei.

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martedì, 03 febbraio 2009

l'Est delle BABUSKE

melograni
Mi trovavo in un angolo di quell'Europa che fu molto più che semplice e solo oriente durante i primi decenni del '900.
In una  bella piazza, tanto antica quanto disastrata, le Babuske scesero da un pullman scalcagnato, una roba da attrezzatura cinematografica alla "Pane amore e fantasia".
Erano tutte Babuske, d’età e d’aspetto, il nome che i russi danno alle donne più anziane della famiglia, le nonne per antonomasia, detto con affetto e rispetto di pari quantità e qualità.
061aBabaMasha_jpgL’iconografia vuole le Babuske strette in cappotti di lana grossa e grezza, con i bottoni che tirano su seni e fianchi sempre oltre misura, esattamente com’appaiono in certi filmati, quelli  che documentano la miseria  e la fatica della gente comune nell'ex-impero.
E sempre l’immaginario, veloce e senza impegno, le vuole con il fazzoletto in testa, di lana e dipinto a fiori sgargianti, tirato stretto con le nocche sotto al mento, a incorniciare i loro visi pieni e melanconici, da mele passate di stagione, con dentro agli occhi rassegnati il ricordo del dolce che in un tempo svanito hanno avuto in corpo. 
Le mie Babuske erano vestite a festa: i loro vestiti estivi erano composti di camicie bianche dalle maniche a sbuffo e, sopra,  vestitoni a forma di grembiule.
La stoffa degli abiti si riempiva, densificandosi di carne intorno alla vita, donando un effetto di campana pazzamente svasata alle gonne a piegoni grossi,  grossi come cannoli allineati in una vetrina di pasticciere.
Le loro buffe gonne-corolle s’aprivano perciò sgraziatemente sui fianchi troppo robusti, mostrando impietosamente  polpacci troppo forti e  caviglie di rotondità intensa e compatta; le loro gambotte color terracotta erano calate in scarpe da montanaro che parevano sottratte di nascosto ai loro mariti e da quei simil-anfibi emergevano rustici e teneri calzerotti bianchi da scolarette.
Erano vestite un po’ come massaie appena uscite di cucina, finita la preparazione del pranzo della domenica e, con i loro grembiuloni a grandi e coloratissimi fiori ricordavano, nel colpo d’occhio, certi  oggetti di lacca dipinta dell'artigianato russo.
pasqua ortodossa
Erano tutte ugualmente appesantite dall'età, al punto da parere tanti duplicati di un unico  personaggio, tutte con lo stesso viso pieno e ridente, a rughe da solco di terra arata per via delle troppe ore di lavoro sotto al sole dei campi.
Cinguettando come tredicenni in gita, le Babuske scesero ridendo dal loro malandatissimo pullman, goffe e felici, diffondendo una sensazione di festosa tenerezza in chi le guardava.
In viaggio premio o chissà che altro erano giunte in quella cittadina ai confini tra la Slovacchia e l’ex impero della grande Madre. Scesero e sciamarono tra la bella piazza antica e le chiese storiche con l'entusiasmo da bambine precipitate in un cartone animato e dopo aver sparso in tutta la piazza una messe di gridolini d'eccitazione si tuffarono in un solo e compatto sciame in una gelateria. 021DSC_7303_Dignity_jpg
Ne uscirono con i coni in mano,portati come trofei, dritti e ben piantati tra il busto dal seno pieno e la bocca, esclamando di soddisfazione e mostrandosi l’una con l’altra  quel colorato boccone tra le risate e i motteggi.
Si sedettero ovunque, invadendo il misero giardinetto pubblico, i bordi dei muretti e ogni altro angolo ove vi fosse posto appena sufficiente per sistemare i loro larghi e compatti deretani. Mangiarono tutto il tempo con gioia profonda e  rumorosissima, poi risalirono mestamente sul pullman “Pane amore e fantasia” e si avviarono verso le loro case.
Intorno alle quattro del pomeriggio le vidi scomparire per sempre, insieme al loro sgangherato pullman.
Tuttavia sapevo che m'erano apparse delle favole, baluginìi di un mondo scomparso, riapparso per pochi istanti in quel angolo remoto di est d’Europa.
Ecco cos’erano: un frammento di un’altra epoca riapparso giusto il tempo di un gelato e di un giro in piazza.
Erano loro, le BABUSKE.  
p.s.:qui sotto un evocativo Battiato d'epoca in una versione suggestivamente interpretata da Alice. 

postato da: Terezita alle ore 15:53 | link | commenti (4)
categorie: est , fa/volando-fa/volando

EST, molto più esteso dell'Oriente

tenacemente viola
Inauguro EST, un tag che riassorbe quello dedicato a Praha e luoghi spiritualmente e geograficamente limitrofi.
Un tag più VIOLA di qualunque altro.
Un modo per tornare con  più attenzione a quel mondo, oggi quasi scomparso, quell'altra faccia d'Europa soprattutto, che tanto ha contato fino a che gli eventi storici del '900 non ne hanno travolto i tesori di cultura, intesa qui a tutto-tutto campo, che aveva saputo creare.
In nessun altro posto al mondo come in Europa, credo, si era creata una dualità di mondi e di culture tra loro opposti ma anche dialoganti: est ed ovest nati da un unico uovo ma perfettamente distinti.
bambino
Oggi molti si fanno le pere con l'immaginifico Oriente, ma solo a patto che sia l'Oriente "purché-molto-lontano-da noi" e si convincono di potersi completamente rivestire esclusivamente di culture altre, come se fossero nati...che so...in Cina o in India, tanto per citare i due più gettonati.
Bene, nel grandissimo rispetto che nutro per ogni cultura e nell'ammirazione che pure sento fortissima per le civiltà d'Oriente, vorrei solo ricordare ai/alle troppi/e tibetani/e mancati/e che forse bisogna prima conoscere davvero la terra di casa  per poter poi rispettare e avvicinare con vera ammirazione quella più distante da casa.
a più fili
E ora, dopo aver sputato le mie sentenze:
AMEN,
a breve un nuovo post del tag EST qui. 
Ciao a tutti,
Tereza
p.s.: qui sotto "(Жестокий романс) А на последок" uno spezzone di film e un canto nostalgico e bellissimo di cui non so- ovviamente- tradurre il titolo: ma le immagini e i suoni vi basteranno, ne sono sicura...
 

postato da: Terezita alle ore 10:24 | link | commenti (2)
categorie: est
venerdì, 07 novembre 2008

Štepán Z., ovvero.../4- (ultimo)

...anche se noi non ce ne accorgiamo le fiabe vivono, camminano e respirano silenziose tra noi.
casa sul confine
Si stava facendo buio quando Štepán si mosse da Pieve di Cadore; aveva solo una grappa aspra e un panino con il salame nello stomaco e si diresse verso i boschi del Cansiglio della cui bellezza  gli avevano parlato dentro al locale dove aveva consumato la sua minima cena.
boschivoŠtepán si stava accorgendo di non farcela  più a bussare a porte di locande, a porte di parrocchie, a porte di gente che poteva aver bisogno di aiuto per piccoli lavori mal pagati...sentì ch'era davvero stanco e non solo del suo girovagare fisico.
Arrivò ai confini del Bosco del Cansiglio senza quasi più denaro e un gran freddo dentro le ossa e dentro la sua solitudine
Cadevano goccioline sottilissime di pioggia gelida, era metà dicembre.Zavřel
Era spossato come mai s’era sentito prima e decise di smettere di cercare ancora per quel giorno e, forse, di non cercare più: si coprì con tutto quel che possedeva e si addormentò nella sua ormai provata Trabant.
Si risvegliò la mattina alle prime luci e si convinse d'essere tornato al suo paese: tutto intorno era uguale, forme e colori e persino le sfumature dell'alba.
Pianse dapprima, pensando d'aver sognato tutto: la fuga e lo sperdimento che lo aveva consumato  fin lì. Fu felice di ripensare tutto quel periodo come il frutto di un incubo notturno, finito con quella morbida alba dai colori tenui nel freddo di dicembre. Pensò pure che sarebbe stato bello tornare subito a Praga. Poi però ricordò l'ultima sera praghese ed ebbe paura, paura d'essere arrestato, di non poter più disegnare o chissà cos'altro. Praha
Per prendere coraggio entrò in un bar e lo trovò già pieno a quell'ora del mattino.
Entrò salutando con un dobrý deň , buongiorno in ceco e nella stessa lingua chiese una bevanda.
I presenti lo guardarono come si guarda uno uscito di testa o ancora dentro ad una sbornia colossale.
Allora Štepán capì, ricordò d'essere in Italia, e parlò nella nuova lingua.
La Emma, la barista, gli diede subito da bere e anche qualcosa da mangiare al costo di un semplice stella e stellacaffé: era una signora di mezz'età, dagli occhi chiarissimi e velati, robusta e di chiara radice contadina; lo guardava con compassione ma senza alcun senso di superiorità, anzi.
Štepán per ringraziare schizzò uno dei suoi disegni su un fogliaccio qualunque e glielo regalò con un sorriso e un d'akujem-grazie in ceco. Aveva accettato ogni cosa in quel bar-osteria: il vino, il pane, il formaggio, la compassione e le poche, ruvide ma accoglienti parole  che gli avevano rivolto.
Ma, più di tutto, aveva apprezzato soprattutto i gesti scarni di quella gente di montagna ch'era evidentemente stata povera come lui e forse lo era ancora: all'epoca dei fatti che vi sto raccontando il nord-est e la sua galoppata verso il benessere e la perdizione di sé stesso erano ancora di là da venire e quello di Sarmede era un mondo rimasto intatto, uguale a cinquant'anni prima. Zavřel
Štepán  riconobbe in quel luogo l'aria di casa e decise di rimanervi per sempre, sistemandosi in una casetta nella frazione di Roncade.
La gente imparò a chiamarlo per cognome, Zavrèl, accentando l'ultima vocale come fosse un nome di quelle parti, un nome veneto.
Molti disegni di Štepán Zavřel sono oggi sui muri di Sarmede: sulla piazza, nella vecchia pieve della frazione di Rugolo e sulle pareti delle case di quanti diedero aiuto e lavoro all'artista praghese per riuscire a tirare avanti.
Da Sarmede, da quell’angolo più che microscopico di mondo, i disegni di Zavrel ripresero a fiorire e a volare, rendendolo famoso nel mondo intero.
E sempre da lì Štepán Zavřel chiuse gli occhi nel 1999, dieci anni dopo la caduta del muro di Berlino.
Ogni anno, a dicembre, gli illustratori di fiabe di tutto il mondo lo ricordano con una mostra a Sarmede.
FINE

p.s.: quella che ho appena raccontato è la storia romanzata di Štepán Zavřel, romanzata solo in parte però, reale furono sia la fuga sia le peripezie.
Di Zavřel lessi su Repubblica anni fa, in un servizio su Sarmede e sulla mostra internazionale di illustrazioni per libri per l'infanzia che vi si svolge ogni anno, a dicembre.
Ero stata da poco a Praga e avevo scoperto nella repubblica ceca una sorta di Heimat sentimental-letteraria, con il suo territorio di boschi densi, colline KLEINmelanconiche e nubi bluastre attraversate dalla luce.  
Ricordo ancora quel mio primo viaggio, quando, appena superato il confine con l'Austria, la radio, captando le nuove frequenze, cominciò a trasmettere soprattutto languide musiche da pianoforte. Ecco, così ricordo essenzialmente quel primo contatto-abbraccio: fu come scivolare dentro un ventre di boschi musicali e capii con la pelle e con il cuore quanto grande fosse il legame tra i cechi  e la musica e la fantasia, più che per altri popoli. Perciò, quando lessi la storia di  Štepán Zavřel ne rimasi particolarmente accecata d'amore e alla prima occasione feci tappa di viaggio a Sarmede.
p.p.s:a conclusione di questo viaggio in/favola/to da Praha a Sarmede sta 
"Gabriel" dei Lamb

postato da: Terezita alle ore 14:13 | link | commenti (8)
categorie: est , fa/volando-fa/volando
giovedì, 06 novembre 2008

Štepán Z., ovvero.../3- penultimo

...anche se noi non ce ne accorgiamo le fiabe vivono, camminano e respirano silenziose tra noi.
Jean/ Renoux
Štepán entrò affamato  nel negozio profumato di pane e di dolci da far, a secondo dei casi, rinvenire un morto o far stendere a terra stecchito un affamato come lui e scoprì che non poteva comprare nulla con le sue misere corone: quei ricchi contadini austriaci messisi dietro ad un banco di negozio a far denaro neanche conoscevano quella moneta e gli risero pure un po' addosso, con parsimonia di suoni vocali, certo, ma con abbondanza di disprezzo.
Lo squadrarono impietosi sebbene capissero- sia pure a livello di sola, grossolana intuizione, l'unica forma di intuizione che conoscevano- che quello era un profugo dalla repubblica invasa, quel territorio confinante con il loro paese, le cui immagini avevano allagato i telegiornali tra un giro di valzer e un film su Sissi.pan pan
Štepán se ne uscì afflitto e tentò pure di vendere i suoi disegni ma gli risposero con gli stessi sorrisi da cuori grezzi che gli avevano riservato nel negozio e al povero disegnatore non rimase che chiedere aiuto al parroco del paese e offrirsi per umili lavori in cambio del minimo per vivere.
Quando rimediò anche qualche spicciolo si comprò dei colori e della carta da disegno Fabriano e continuò nel suo amore di sempre: il disegno da fiaba.
Si spostò di paese in paese il nostro favoliere ma senza migliorare un granchè la sua condizione di profugo senza domani.
Poi, un giorno di fine ottobre, racimolò i vecchi abiti, una giacca di lana cotta avuta in regalo da un'anziana cui era morto da poco il figlio maggiore, i pochi soldi che era riuscito a raggranellare, prese la Trabant e si mosse verso Monaco: chissà se la Germania, terra di altri fermenti intellettuali e altre attenzioni rispetto alla grettezza contadina dell'Austria, lo avrebbe accolto meglio...
Si fermò in un villaggio rurale a sessanta km da Monaco e iniziò la vita del pendolare: la mattina partiva in treno e andava a lavorare in città, un po' uomo di fatica qui e là, un po' cameriere e factotum in un Wienerwald e, dopo poco, cominciò a tirar avanti meglio e riprese ad acquistare colori di  qualità sempre migliore per i suoi disegni, del resto era nella patria di Faber-Castell...

Munich Germany

La sera, nella stanzetta che divideva con uno studente di colore, i suoi personaggi fiorivano in un tripudio di colori sulla Fabriano.
Štepán disegnava sempre, un po' per non perdere la mano e un po' per rimanere lo Štepán, disegnatore e praghese, che era stato e che era rimasto.
ZavřelAveva il suo modesto armadietto pieno di fogli arrotolati che amava mostrare al suo emozionato compagno di stanza e ad Annelore, la bimba di cinque anni figlia della padrona di casa.
Entrambi questi spettatori ammutolivano di fronte a quella festa di colori, a quelle forme surreali eppure fiorite di senso, il senso del sogno possibile, della fiaba possibile che spiegava le ali sotto i loro occhi.
Ma dopo poco Štepán risentì il richiamo della sua foresta interiore, quel buco che gli divorava l'anima e riprese il viaggio senza meta da profugo senza destino certo.
bambinaSalutò il compagno di stanza ed Annelore, la bimba che ammutoliva davanti ai suoi disegni, e con il suo bagaglio, povero di oggetti e ricco di rotoli Fabriano, si diresse verso sud. 
Scelse un tragitto contorto, come se stesse ancora fuggendo dalla sua terra invasa e due giorni dopo si ritrovò al passo di Monte Croce Carnico.
Entrò dunque in Italia e scese da Tolmezzo verso la Conca d'Ampezzo e da lì verso il Cadore, dormendo dove capitava, talvolta ospite di parroci cui dava una mano ripassando il colore in chiesa su certe semplici immagini devozionali di campagna, e talvolta in macchina, benché fosse ormai dicembre e il freddo si fosse fatto insopportabile . 
3- penultimo

postato da: Terezita alle ore 19:13 | link | commenti
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Štepán Z., ovvero.../2

...anche se noi non ce ne accorgiamo le fiabe vivono, camminano e respirano silenziose tra noi.
Praha
Appena richiusa la finestra, Štepán riprovò a chiamare Josef ma sempre senza risultato  anche perché le linee telefoniche s'erano interrotte in tutta la città.
Si affacciò ancora una volta e vide un fiume di ragazzi e ragazze in testa ad uno scombinato corteo correre incontro ai russi cantando canzoni tradizionali ceche; le voci erano festose, solo festose e Štepán pensò ad un fenomeno di pazzia collettiva: il Grottesco invadeva il  paese e loro, i cechi, gli andavano incontro cantando, pazzi d'amore.
In mezzo a quella folla intravide pure un pazzo più pazzo di tutti che saltava come uno stambecco sopra ad ogni muro e gradino e monumento, brandendo una macchina fotografica come fosse la sfera dei mille poteri di Aladino: era il suo amico Josef Koudelka.
1968, a oriente
Štepán lo chiamò e Josef si infilò subito nel portone, divorò le scale con le sue veloci e magrissime gambe e si catapultò in casa. Con altrettanta velocità infilò nei pantaloni dell’amico una mezza dozzina di rullini, poi urlò: 
"vai, Štepán! vai, prendi la macchina e vai, porta all'ovest questi rullini e i tuoi disegni...vai!"
L'aspetto e la voce da invasato di Josef convinsero Štepán come neanche il più astuto degli ipnotizzatori avrebbe saputo fare: prese i rotoli che avrebbe dovuto consegnare all'editore, ficcò pochi abiti scelti a caso nell'armadio, tre mutande e due paia di calzini spaiate, esattamente tutta la biancheria che possedeva, e si lanciò sul pianerottolo lasciando Josef alla finestra a
fotografare, entusiasta, quel baccanale di strada.
La tonsura
Incrociò sul portone del palazzo il suo vicino Bohumil che, più ubriaco e mentalmente eccitato di sempre, gli mormorò:"gran folla oggi a Prahatutta la città è sveglia e persino i monaci di Strahov hanno lasciate accese le luci della biblioteca lì, sulla collina di Petřín…gran festa, davvero gran festa...".
Prague-Strahov-monastery-libraryŠtepán gli rivolse un mezzo sorriso di compassione e si ficcò in macchina iniziando il suo lungo e scomodo e sgangherato viaggio.  
La sua Trabant partì ch'era appena l'alba diretta verso České Budějovice e da lì verso il confine austriaco. Il resto del suo paese, quello  che Štepán attraversò in quelle prime ore del giorno era ancora sonnacchioso e imbambolato, solo flebili echi della follia praghese giungevano lentamente nei villaggi di campagna più vicini alla città, rarissimi i carri armati sulle strade secondarie che Štepán aveva scelto per fuggire.
Cesky Krumlov
Verso mezzogiorno, lasciatosi alle spalle l’incanto della cittadina di Český Krumlov, Štepán si presentò alla frontiera con l'Austria dove i russi, dopo un'attenta ispezione che non risparmiò i suoi disegni ma risparmiò le sue mutande e i rullini di Josef messi lì in custodia, lo lasciarono passare, riservandogli sguardi di compassione, quegli stessi sguardi che si sarebbero dedicati a certi innocui strampalati, senza né arte né parte.  
Prima di uscire dalla sua patria Štepán aveva comprato dei viveri, della birra e diverse bottiglie di Karlovarská Becherovka per combattere il freddo ma, poiché da quelle parti iniziava già a farsi autunno e la temperatura scendeva più velocemente del previsto, le scorte finirono presto: arrivato a Linz e imboccata la strada per Salisburgo cominciò a sentire le fitte della fame e decise di entrare in un piccolo negozio di fornaio di un paese di campagna, lindo e pinto, come da sempre piace agli imperturbabili superstiti dell'Austria Felix.

Der Bauernmarkt in Hall in Tirol

Ma lì, in quell'isola di lucida lacca da presepe della campagna austriaca, lo attendeva la prima, dura, resa dei conti con la realtà: la sua nuova vita da povero in fuga, esiliato politico senza destinazione certa.
2-continua
p.s.:qui sotto Björk - Nature is Ancient

postato da: Terezita alle ore 16:18 | link | commenti
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mercoledì, 05 novembre 2008

Štepán Z., ovvero.../1

...anche se noi non ce ne accorgiamo le fiabe vivono, camminano e respirano silenziose tra noi.

PrahaVi racconterò una storia.

Una storia vera come una fiaba.
Il noccìolo di questa storia, per quanto concerne il suo protagonista, Štepán Z-, è vero ed appartiene alle vicende del nostro tormentato ‘900.
Il resto è frutto della mia fantasia, di quel che ho letto di Štepán Z-, personaggio realmente esistito, e dell’amore che porto a Praga, tutti mescolati insieme e strettamente uniti.
A voi lascio la libertà di capire e interpretare dove finisca la storia e dove inizi la fiaba purché, nel farlo, teniate sempre sott’occhio il titolo e sottotitolo di questo post. Vi prometto però che, alla fine, vi rivelerò qualcosa di più...
Dunque, quest’è una storia realmente accaduta quarant’anni fa, nel magico 1968, l'anno del fuoco e delle sue scintille volatili.fuoco
Una di quelle scintille, di nome Primavera, in quel 1968 toccò e bruciò Praga e i suoi abitanti.
Per lei, per quella scintilla, un certo Jan, ragazzo malato d’amore, si lasciò bruciare vivo su  piazza Palach e, facendosi scintilla, si ricongiunse al suo fuoco originario; ma il vero protagonista della storia che vi vado a raccontare si chiamava Štepán Z- ed era un artista praghese.
Štepán Z- faceva l’illustratore di libri per bambini e, nell’agosto del 1968, stava finendo di dipingere a ritmo frenetico una nuova edizione della fiaba della principessa Libuše, la fondatrice della Città Magica, poiché voleva darla alle stampe il prima possibile: sentiva d’esser precipitato dentro un momento irripetibile e capiva che la sua favola doveva nascere presto, così come la sentiva scalciare impaziente nella pancia gravida di Praga.
Zavrel
Era quasi tutto pronto e Štepán andava arrotolando pazientemente i fogli dei disegni per portarli al suo editore: aveva lavorato tutta la notte ed era bianco come un lenzuolo per la stanchezza quando sentì i vetri delle finestre di casa sua iniziare a tremare sempre più forte, squassati da un anomalo sussulto, un frastuono di ferraglia pesante, come se dei poderosi elefanti metallici cercassero di salire sul tetto delle case, della sua casa.
Si affacciò e vide quel che poi videro in tanti sulle televisioni in giro per il mondo.
Štepán vide quello che videro anche Tereza e Tomáš che abitavano nel suo stesso quartiere, poche case più in là, e quello che vide Sabina, la sua dirimpettaia pittrice. 
Vide quello che vide anche Bohumil Hrabal , lo scrittore genialoide e un po’ squinternato che abitava sul suo stesso pianerottolo.
Vide quello che videro i cittadini esterrefatti di tutta la Città Magica:
Annibale era tornato, riemerso dalle nebbie della storia, e faceva il suo ingresso trionfante a cavallo di elefanti meccanici, con i soldati nascosti dentro a certe scatole di metallo dal tetto a forma d’uovo, i carri armati russi.
a oriente nel 1968
Štepán cercò invano di mettersi in contatto al telefono con il suo amico d'infanzia, certo Josef Koudelka, di professione fotografo: si illudeva di poter ricevere da lui, abituato all’occhio a volte traditore e suggestionato della macchina fotografica, la conferma che quello, sì, quello lì davanti ai suoi occhi, era un suo personale e ridicolo incubo, il frutto del troppo lavoro e del troppo poco sonno.
Chiamò a casa di Josef Koudelka ma non rispose nessuno…Josef era già in strada con la sua macchina fotografica ma questo, Štepán, non poteva saperlo…
Poi tornò alla finestra e guardò di nuovo: l’incubo continuava intatto, grottesco nella sua esagerata drammaticità.
Il ridicolo e il grottesco s'eran dati convegno nelle strade di Praga, proprio come nella miglior tradizione di certa letteratura ceca.
SabinaŠtepán si stropicciò invano gli occhi e poi alzò lo sguardo verso l’ultimo piano della casa di fronte dov’era lo studio di Sabine, la pittrice, e la vide affacciata, con gli occhi allagati di lacrime e il viso immobile, senz’altra espressione che quella di una sfrontata e quasi folle dignità: la stessa con la quale indossava con atteggiamento di scherno e di poesia assieme la bombetta di suo nonno, proprio come stava scritto nel libro di Milan.
Lei e Štepán si guardarono un attimo soltanto e subito richiusero i vetri. Poi, scostando le tende, si scambiarono un piccolo cenno di saluto, sebbene non si fossero mai parlati prima: Štepán capì che quello era un commiato importante...
1-continua
p.s.: qui sotto il famoso brano di Bedřich Smetana - Ma Vlast (Moldau) Vltava- Rafael Kubelik
Vi propongo questa versione classica ma molto appassionata poiché, a parer mio, traduce al meglio i tempi musicali e di suggestione legati sia al fiume, cui il brano è dedicato, sia alla città magica, sia al sentimento romantico ma pur sempre venato di realistica malinconia che è proprio dell'animo ceco...e questa è, ovviamente, la mia personale e modestissima lettura. 
 

postato da: Terezita alle ore 18:37 | link | commenti (2)
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giovedì, 05 giugno 2008

un'APPARIZIONE Praghese

Questa storia scaturisce da un ricordo del mio primo viaggio a Praga, circa dieci anni fa. L'ho conservato sino a ieri, quand'è approdato sulla carta del mio quadernetto viaggiante. Ora viaggia da qui nel web.

finestra in rovina

La ragazza di Praga- creatura simile ad una ninfa sfuggita da una pagina illustrata di favola gotica- la incrociai sul ponte che congiunge la via Národní con la collina di Petřín, uno dei grandi parchi verdi collinari che sovrastano la città. Lì ha sede anche il convento di Strahov, con una monumentale e splendida biblioteca antica.
Prague-Strahov-monastery-library

La ragazza di Praga, rossa di capelli- lunghi, folti e vaporosi- e morbidissima di forme, avrebbe potuto incarnare la versione slava di certe figure femminili di Tiziano.
Perché sì, in realtà aveva molto della creatura uscita da un dipinto, e non solo per le sue forme generose, di femminilità antica e demodé.
Tutti i suoi colori, fatt’eccezione per il rosso tiziano dei capelli, erano in lei come deposti e sfumati da pennellate attente e lievi, una nell’altra diluite e amalgamate con sofficità.
Ricordo che portava un abito di tessuto leggerissimo e trasparente, composto da più strati di velo sovrapposti.
Forse il fondo era bianco, o di chiarissimo beige, o grigio perla, non saprei dire con certezza, ma si perdeva nella bella ed elaborata fantasia di disegni cachemire, tutti giocati su sfumature che, dal ruggine al marrone, con poche eccezioni di verde tenero, richiavamano il colore dei suoi capelli e la loro luce.
L’abito della ragazza di Praga era di linea morbida, esattamente come il suo corpo, e con esso si muoveva in perfetto accordo: uno accompagnava l’altro.
rossetti
L’avrei detto un abito composto d’acqua, con i suoi teli sovrapposti che s'accarezzavano, a disegnare piccole onde ad ogni passo.
La ragazza di Praga era un’apparizione, forse appena uscita da una pittura liberty, ninfa moderna e antica, evocatrice di emozioni estetizzanti, e sensuali anche.
Ero appena uscita dalla Casa municipale, la “Obiecni Dum”, e lì, sulle pareti affrescate delle sale, avevo potuto ammirare tante creature come lei, prodotto della fantasia fiabesca ed erotica, declinata in spirito slavo-gotico.Praha
E mentre osservavo la ragazza di Praga procedere mollemente sul pavimento a ciottoli del ponte, nel pallido sole di quella giornata così-così di tarda primavera, e la seguivo affacciarsi morbida sulle acque del fiume, dal parapetto liberty del ponte,  mi convincevo ch’era sicuramente una figura pittorico-letteraria reincarnata.
Chissà se lei, creatura apparentemente generata dalla mitologia praghese, affacciata da quel parapetto, riusciva davvero a vedere nell’acqua della Vlatva i Vodník: gli omini del fiume, gli stessi che, nell’iconografia popolare, afferrano le anime degli annegati e le trascinano sul fondo per custodirle in ampolle di vetro.
Era bella la ragazza-ninfa-apparizione di Praga, e non saprò mai con certezza se fosse un essere reale o una suggestione scaturita dalla città del Golem e degli  alchimisti, quelli che cercarono invano la formula dell’oro per Rodolfo II, chiusi nelle casette-laboratorio della “viuzza d’oro”, la Zlata Ulicka, dove, secoli dopo, visse anche Kafka
art
-l'immagine che vedete nella foto più sopra, opera del fotografo Oliver Ross, corrisponde alla sala filosofica della biblioteca monumentale  del convento di  Strahov, posto sulla collina di Petřín, a Praga; altre immagini sono disponibili qui:
-la donna nell'ovale è un'opera del pittore moravo, Alfons Mucha, esponente di rango dell'art noveau;
-la donna in rosso-fiamma è un'opera del pittore Dante Gabriel Rossetti;
-l'ultima foto, neanche a dirlo, è una mia crea/tura/zione schizofrenella e la mano che s'impone su Art Noveau è la mia;
-chiude tutto la sognante voce di Eva Cassidy.
.

postato da: Terezita alle ore 11:41 | link | commenti (12)
categorie: est , piccole storie piccole, fa/volando-fa/volando
martedì, 08 aprile 2008

styská se mi po tobe*

*ho nostalgia di te...
Stephen L. HAYNES
La cultura ceca mi è apparsa spesso percorsa in lungo e in largo da un affascinante senso del surreale, svolto in molteplici e variabili tonalità .
Questa particolare vena è presente anche nella narrativa più classica e conosciuta, penso per esempio a Milan Kundera nel quale la vedo concretizzarsi  di frequente nelle sottolineature dell'incongruenza e del distorto senso logico  della realtà e dei comportamenti umani.
Leggoo in questo  modo speciale, originale e assai disincantato di guardare all'esistenza, un sentimento intrinsecamente malinconico della stessa, che ho ritrovato anche nella musica e nel cinema di quel Paese. 
Non ho mai colto però asprezza o velleità moraliste, solo tanto disincanto e conseguente profonda malinconia.
Per esempio, le riflessioni e le disquisizioni che intermezzano così originalmente i romanzi di Kundera, spesso vere e proprie speculazioni filosofico-esistenziali, sono anch'esse intrise di questo stato d'animo che non si ritrae mai di fronte all' inaccessibilità logica dell'esistenza ma la trasforma in arte, incorporandola  nella narrazione.
pensando a Hrabal
Amo molto la letteratura ceca, benchè non ne abbia certo letto a sufficienza, e credo di aver ritrovato in essa la spiegazione poetica ed esauriente di certo modo di essere di quel popolo, risultato anche delle sue  sfortunate vicende storiche.
E quando scelsi la mia icona, la donna volante di Sauco, che vedete in grande in coda a questo post, non ebbi dubbi anche perchè mi ricordò immediatamente  un bellissimo  La tonsuraromanzo di Bohumil Hrabal intitolato "La tonsura".
La protagonista è una donna dai capelli rossi che compare lungo il romanzo  con il suo fascio di capelli luminosamente accesi, spesso dispersi nel vento, veleggianti come fiamme per via del loro colore rosso-oro.
Quei capelli e lei stessa rappresentano una sorta di secondo sole che fa a gara con il primo, catturando l'attenzione di chi li guarda: l'evento per antonomasia,qualcosa che stupisce in sé, semplicemente apparendo.
Inoltre la rossa di Sauco mi sembra simboleggiare bene la sete di conoscenza e l'audacia lievemente irresponsabile che talvolta l'accompagna.
Quella stessa audacia combattuta dal grigiore delle idee, così ben idealizzato nelle forme incolori della donna cavalcata dalla rossa a mo' di scopa volante.
la ROSSA di SAUCO
La donna/scopa volante tenta con la mano di impedire la vista all'amazzone rossa, e lo fa  mentre va perdendo nell'aria un pulviscolo grigiastro, il segno del suo inevitabile dissolvimento: l'audacia della conoscenza sgretola la mediocrità scolorita delle idee.
Vi pare poco?
Be', non ditemi ora che sono presuntuosa: è il fantastico, il senso del prodigio che mi ha attratto nel romanzo di Hrabal prima e nell'immagine che vedete qui poi.
E Sauco, non a caso, è anche lui slavo.
Profondamente e sentitamente slava è infatti  la passione per la deformazione logica della realtà e per la sua rielaborazione onirica e surreale in forma d'arte.


giovedì, 20 marzo 2008

Milena Jesenská, una luce da Praga

Milena, molto più di K...

Di Milena Jesenská si parla per lo più in riferimento al grande e famoso Franz Kafka.
Milena fu l’amore "intellettuale" di K, figura quasi antitetica  a quella dell'altrettanto, sempre di riflesso, famosa Felice Bauer.
Eppure Milena è molto di più, forse molto più dello stesso K. benché non sia mai arrivata ad essere conosciuta come lui.
Nata sul finire dell’800 da un’agiata famiglia praghese, Milena è la figlia esemplare della Praga degli anni venti e trenta, luogo di fermenti culturali d’ogni tipo, destinati a travalicare i confini della città stessa, nonostante a quell'epoca fossero totalmente assenti i mezzi di diffusione rapida delle idee di cui disponiamo oggi.
Milena è una donna dei tempi modernissimi, agisce e pensa in proprio, anche e spesso fuori dalle convenzioni sociali, solidamente costrittive, dell’epoca.
Milena chiuderà precocemente la sua esistenza nel lager di Ravensbruck, travolta, come tanti altri, da quella follia nazista che ebbe tra le sue tante Milenacolpe anche quella di spazzar via gran parte delle migliori intelligenze della prima metà del novecento.
Oggi viene da chiedersi perché Milena non sia mai diventata importante e conosciuta come Kafka e la risposta, almeno parziale, so che ve la state mentalmente allestendo…forse perché era nata donna?
Vi consiglio comunque di leggere la sua biografia, redatta da Anna Wagnerovà e pubblicata dalla casa editrice Archinto. Scoprirete una personalità, una città, un fermento intellettuale che vi sbalordiranno per la potenza dispiegata in tempi così avari ancora di mezzi di comunicazione e di conseguente veloce scambio delle idee.
E vi farà- a me così è accaduto- ripensare l’Europa e la sua cultura per com’erano e per come le abbiamo, in parte, irrimediabilmente perdute, sia per colpa del cieco odio nazista sia per l’incuria e lo scarso amore della memoria.
In ogni caso Milena uscirà vivissima da quelle pagine e vi sedurrà per sempre.