...anche se noi non ce ne accorgiamo le fiabe vivono, camminano e respirano silenziose tra noi.
Vi racconterò una storia.
Una storia vera come una fiaba.
Il noccìolo di questa storia, per quanto concerne il suo protagonista, Štepán Z-, è vero ed appartiene alle vicende del nostro tormentato ‘900.
Il resto è frutto della mia fantasia, di quel che ho letto di Štepán Z-, personaggio realmente esistito, e dell’amore che porto a Praga, tutti mescolati insieme e strettamente uniti.
A voi lascio la libertà di capire e interpretare dove finisca la storia e dove inizi la fiaba purché, nel farlo, teniate sempre sott’occhio il titolo e sottotitolo di questo post. Vi prometto però che, alla fine, vi rivelerò qualcosa di più...
Dunque, quest’è una storia realmente accaduta quarant’anni fa, nel magico 1968, l'anno del fuoco e delle sue scintille volatili.
Una di quelle scintille, di nome Primavera, in quel 1968 toccò e bruciò Praga e i suoi abitanti.
Per lei, per quella scintilla, un certo Jan, ragazzo malato d’amore, si lasciò bruciare vivo su piazza Palach e, facendosi scintilla, si ricongiunse al suo fuoco originario; ma il vero protagonista della storia che vi vado a raccontare si chiamava Štepán Z- ed era un artista praghese.
Štepán Z- faceva l’illustratore di libri per bambini e, nell’agosto del 1968, stava finendo di dipingere a ritmo frenetico una nuova edizione della fiaba della principessa Libuše, la fondatrice della Città Magica, poiché voleva darla alle stampe il prima possibile: sentiva d’esser precipitato dentro un momento irripetibile e capiva che la sua favola doveva nascere presto, così come la sentiva scalciare impaziente nella pancia gravida di Praga.
Era quasi tutto pronto e Štepán andava arrotolando pazientemente i fogli dei disegni per portarli al suo editore: aveva lavorato tutta la notte ed era bianco come un lenzuolo per la stanchezza quando sentì i vetri delle finestre di casa sua iniziare a tremare sempre più forte, squassati da un anomalo sussulto, un frastuono di ferraglia pesante, come se dei poderosi elefanti metallici cercassero di salire sul tetto delle case, della sua casa.
Si affacciò e vide quel che poi videro in tanti sulle televisioni in giro per il mondo.
Štepán vide quello che videro anche Tereza e Tomáš che abitavano nel suo stesso quartiere, poche case più in là, e quello che vide Sabina, la sua dirimpettaia pittrice.
Vide quello che vide anche Bohumil Hrabal , lo scrittore genialoide e un po’ squinternato che abitava sul suo stesso pianerottolo.
Vide quello che videro i cittadini esterrefatti di tutta la Città Magica:
Annibale era tornato, riemerso dalle nebbie della storia, e faceva il suo ingresso trionfante a cavallo di elefanti meccanici, con i soldati nascosti dentro a certe scatole di metallo dal tetto a forma d’uovo, i carri armati russi.
Štepán cercò invano di mettersi in contatto al telefono con il suo amico d'infanzia, certo Josef Koudelka, di professione fotografo: si illudeva di poter ricevere da lui, abituato all’occhio a volte traditore e suggestionato della macchina fotografica, la conferma che quello, sì, quello lì davanti ai suoi occhi, era un suo personale e ridicolo incubo, il frutto del troppo lavoro e del troppo poco sonno.
Chiamò a casa di Josef Koudelka ma non rispose nessuno…Josef era già in strada con la sua macchina fotografica ma questo, Štepán, non poteva saperlo…
Poi tornò alla finestra e guardò di nuovo: l’incubo continuava intatto, grottesco nella sua esagerata drammaticità.
Il ridicolo e il grottesco s'eran dati convegno nelle strade di Praga, proprio come nella miglior tradizione di certa letteratura ceca.
Štepán si stropicciò invano gli occhi e poi alzò lo sguardo verso l’ultimo piano della casa di fronte dov’era lo studio di Sabine, la pittrice, e la vide affacciata, con gli occhi allagati di lacrime e il viso immobile, senz’altra espressione che quella di una sfrontata e quasi folle dignità: la stessa con la quale indossava con atteggiamento di scherno e di poesia assieme la bombetta di suo nonno, proprio come stava scritto nel libro di Milan.
Lei e Štepán si guardarono un attimo soltanto e subito richiusero i vetri. Poi, scostando le tende, si scambiarono un piccolo cenno di saluto, sebbene non si fossero mai parlati prima: Štepán capì che quello era un commiato importante...
1-continua
p.s.: qui sotto il famoso brano di Bedřich Smetana - Ma Vlast (Moldau) Vltava- Rafael Kubelik
Vi propongo questa versione classica ma molto appassionata poiché, a parer mio, traduce al meglio i tempi musicali e di suggestione legati sia al fiume, cui il brano è dedicato, sia alla città magica, sia al sentimento romantico ma pur sempre venato di realistica malinconia che è proprio dell'animo ceco...e questa è, ovviamente, la mia personale e modestissima lettura.