





Nel mio primo viaggio a Praga, a meno di dieci anni dalla caduta del Muro, camminavo cercando negli sguardi di strada un'eco di quelle famose giornate dell'agosto 1968.
rassegnarsi, ma niente sembrava essere sopravvissuto, né la pena né il sentimento della rivolta, neppure covati nella malinconia.





silenzio, vicinanza di corpi che perdono singolarità e specificità e si fanno calore e impronta solamente, senso di barriera e difesa sia dal buio sia da qualunque altra minaccia.


Il paese si offre agli occhi con una salita di case, sistemate come a covarsi l'un l'altra e a far fronte comune di lotta contro le intemperie, una specie di ricaduta di ciottoli bianchi e grigi sul dorso della collina.
rossastro sulla faccia, arata a solchi profondi come quella di un pescatore, ma pescatore di montagna e di vento.
succo e fumo, il calore e la traccia della lavorazione appena conclusa.
Vi sto per raccontare una storia vera, una di quelle storie buffe, commoventi e un po' inverosimili che mi sono capitate: incontri fortuiti con esemplari di umanità decisamente fuori-binario, ma spesso simpatiche, spesso migliori di quel sembrerebbero ad una prima e superficiale occhiata e, infine, come in questo caso, quasi sempre eccentriche nel senso migliore del termine, quello che si apparenta con il fantastioso tout-court.



trovare e del cui amore fisico non poteva far a meno.



intromise un uomo sulla quarantina, d’aspetto davvero rovinato, da troppe birre e altre imprecisate forme alcoliche. Di barba e baffi incolti, acconciatura da mancate barricate insomma o da eremitaggio di protesta.








Ogni tanto torno a__e mi lascio avvolgere completamente.
E ogni volta quella città mi è compagna, come quando anni fa arrivai lì per lavoro e mi colse una nevicata senza risparmio.
Era e giravo per la città con scarpe inadatte, quelle di una città, la mia, dove non nevica mai.
Ero solissima e non conoscevo nessuno.
Dovevo cercarmi una sistemazione e giravo e guardavo incantata quella neve a fiocchi larghi e ondulati, così ben fatti che sembravano quelli di certe descrizioni di vecchi romanzi o di certi vecchi racconti per ragazzi.
Già in treno, incontrando l’Appennino, la neve s’era presentata copiosa.
Il colore del cielo non aveva più nulla del giorno e al suo posto s’era stesa una luce pulviscolare, un misto di grigio denso e di deciso bianco, quello della neve appunto.
Quella combinazione pareva una coperta giusta a colore, messa lì ad accogliere la mia tristezza solitaria e a farcela accoccolare e camuffare dentro.

Scendendo in città avevo incontrato fiocchi ancora più grandi.
Pensai: “ecco, la neve mi abbraccia, la città mi dona una sorta di effetto speciale per iniziare la mia nuova vita".
Non avevo lasciato nessuno a casa e nessuno mi avrebbe cercato da lì, di certo non per sapere cosa accadesse di me.
Ero sola come pochi e la neve era la cosa a me più vicina, l’unico vero contatto, anche fisico.
Iniziai a piangere commossa, vergognandomi della gente d’intorno, e a ringraziare quella città e la sua neve per me così accogliente.
Sentivo come se stesse accadendo qualcosa ch'era scritto da tempo.
E c'è un particolare angolo di ___, un punto ove si svolta da una stradina in una piazzetta, vicino a via ___, dove quella sensazione divenne così penetrante che ogni volta che ci passo me ne ricordo ancora e spesso, se non sempre, mi si allagano di nuovo gli occhi.
Forse lì, senza volerlo, in quel giorno d’inverno vero, dissi anche un grazie a piena voce a quella città che m'accoglieva con quella neve e nonostante le mie scarpe inadatte.
Nessuno passava accanto e nessuno sentì o s'accorse né del mio pianto né del mio sussurrare ma, in fin dei conti, un grazie è una parola sempre piacevole da ascoltare, persino se la pronuncia un folle…
Ogni volta che torno ripercorro a piedi la strada che porta dalla stazione fino alla casa dove fui ospite di un' anziana signora alla cui porta veniva a bussare di frequente un bellissimo ragazzo biondo-biondo, uno studente fuori sede che incontravo talvolta per le scale di quel condominio “molto perbene”.
Al biondissimo mancava sempre qualcosa in casa e all'ennesimo dado da brodo si sporse un po' con la testa dentro casa e chiese:
"abita qui da lei quella ragazza bruna che incontro la mattina presto per le scale?".
La padrona di casa, un po' maliziosa ma piena di condiscendenza e con una residua e materna voglia di combinare giovani legami, rispose:
"sì, abita qui ma lei, mi dica,che cosa cerca il dado da brodo o la ragazza?...".

Quel giorno, quando rientrai dal lavoro, l’anziana signora mi raccontò l'episodio con una malizia piena di sollecitudine poiché sapeva un po' di me e delle mie disavventure solitarie e quel ragazzo bello e gentile le piaceva.:
"...sai tu se preferisci il fidanzato che hai lasciato a_, però certo che questo ragazzo è proprio bello e anche molto gentile..."
Io non risposi un granché e non seppi combinare molto in seguito.
Quando lo incontravo per le scale gli sorridevo ma avrei dovuto fare di più: lui era sicuramente molto timido e, probabilmente, la frase della signora l'aveva un po' messo all'angolo, come è facile accada per i timidi che non sempre sanno afferrare subito che li vuoi solo aiutare.
Tutto questo e molto altro ripercorro ogni volta che torno con i passi e con la testa dei ricordi sulle strade di _.
E continuerò a tornarci sempre di tanto in tanto perché amerò per sempre e in modo forte e speciale quella città.
Non ho dubbi su questo.
E forse, non lo escludo, prima o poi mi ci fermerò a vivere.

E' storia vera.
Edgar REITZ è il regista del colossale HEIMAT.
La seconda ma più intima patria, quel luogo che scegliamo da adulti e nel quale decidiamo di fermarci e, insieme di riconoscerci, le vere radici, quelle elaborate dagli anni e dalla memoria rivisitata.