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Utente: Terezita
Nome: Tereza Rossi
A scanso di equivoci, fraintendimenti e male letture assortite dico soltanto: molto di quel che sono sta nelle parole scritte e nelle immagini, il resto è nella vita e nei sogni che non racconto ancora e in quelli che rimarranno solo miei.

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martedì, 07 aprile 2009

l'APPENNINO

Appennino

Amo molto le Alpi e le montagne tutte in generale.
E amo l’Appennino.
L’Appennino è una storia ed un sentimento a parte, non più forte di altre montagne ma diversa sì, forse perché io stessa ho le mie radici in un Appennino,  tutto un po’ più arcaico e cullato dalle sue ombre  spesse.
E la sua gente ed io stessa siamo un po’ così ché alla fine ognuno somiglia almeno in parte al suo territorio e non se ne libera mai del tutto.
Nell'Appennino centrale, là dove dalla Toscana si entra in Romagna o anche più su, nell’Emilia, ho viaggiato più che altrove.appennino
E’ un luogo di anziani, di bar e di giochi di carte, di discorsi accesi e spesso incazzosi, di liti politiche anche, come altrove non accade quasi più.
Il mondo dell’Appennino centrale ha una sua storia speciale, segnata da vicende poste sul limite estremo dell'espressione della crudeltà umana, penso soprattutto agli stermini di civili nelle guerre spietate del‘900.
E non è mai roba di semplici commemorazioni.
Mi piace quando sono in giro per quelle zone entrare nei bar e nelle vecchie botteghe, polverosi ben oltre la polvere che spesso non c’è affatto, alcune botteghe poi le trovi fitte di oggetti in disuso, sopravvissuti al loro stesso ruolo d’utilizzo.
In una cittadina dell'entroterra di Romagna c’era fino a una decina di anni orsono un bar dove ancora si celebrava il mito dell’epopea dei Soviet. Quadri alle pareti dei padri rinnegati della  Rivoluzione e cioccolate di provenienza russa, mai viste prima e neanche dopo.
Anni fa, in un bar di uno di questi paesi, in un tardo pomeriggio di luglio, ero a bere una bibita fresca e chiedevo un’informazione al barista.
Si intromise un uomo sulla quarantina, d’aspetto davvero rovinato, da troppe birre e altre imprecisate forme alcoliche. Di barba e baffi incolti, acconciatura da mancate barricate insomma o da eremitaggio di protesta.
Mi diede l’informazione e, rivolgendosi al barista, “la signorina non è di qui, vero? No, che non lo è, sennò me la ricorderei…"
Gli sorrisi perché non potevo far altro, mentre pensavo ch’era sbronzo davvero per darmi della perla rara così. Ma era gentile e rispettoso pure nella sbornia perenne e perciò gli sorrisi, poiché era la sua un'umanità usurata nel corpo e nei sogni e mi faceva sentire in imbarazzo per questo.
Un‘altra volta, in un altro paese, orecchiai per strada un discorso tra una giovane donna e un uomo di mezz’età. Parlavano di una ragazza di lì che se n’era scesa in città, a Bologna o chissà dove, dove aveva trovato un uomo e fatto un bambino. Abbandonata e in difficoltà stava per tornarsene lassù, quest'era la notizia. La donna ne parlava con fierezza e orgoglio, con  partecipazione solida e convinta e ripeteva “ A. verrà qui con il suo bambino, che deve fare d’altro? Verrà qui con il suo bambino”.

appennino

C’era risentimento nella voce della donna narrante ma anche un senso di solidarietà che pareva corale, di comunità pronta a dare una mano alla ragazza che s’apprestava a tornare. E nel dire “torna con il suo bambino" la voce le si faceva più importante, decisa, come assumesse lei un affido simbolico della ragazza e del suo piccolo.
Sentii passare nelle sue parole il senso della solidarietà, dell’appartenenza e della presa in custodia del soggetto debole, tutto condotto con orgoglio anche, e pensai: proprio vero che il territorio ti genera sempre almeno un po’ uguale a lui.
Perché l’Appennino è raccolto e solido, fa da barriera aspra e sta nel mezzo, colonna dorsale portante ma sempre come un po’ in disparte.
E la sua gente gli somiglia: sa farsi spalla, appoggio e anche barriera nella necessità, per tutti quanti vi cercano rifugio.  
(già pubblicato nel marzo 2008)

postato da: Terezita alle ore 11:36 | link | commenti (3)
categorie: heimat
martedì, 29 luglio 2008

l'Eccessiva TRASPARENZA del Dolore

finestra in rovinaNel mio primo viaggio a Praga, a meno di dieci anni dalla caduta del Muro, camminavo cercando negli sguardi di strada un'eco di quelle famose giornate dell'agosto 1968.
L’andavo cercando negli occhi di quelli ch'erano stati giovani allora: pure soltanto un'eco sottile-sottile mi sarebbe bastata, ma non ne trovai traccia.
Rapita e sospesa su una frequenza di mezzo sogno, appena uscita dalla febbre di sindrome stendhaliana che m’aveva prostrato la prima sera all’arrivo in città, camminavo facendo due rapidi conti anagrafici per individuare i volti dei probabili sognatori del 1968: volevo cogliere la traccia se non della ribellione almeno del rimpianto sulle fisionomie invecchiate dei passanti.
1968, a oriente
E trovai, sì, i volti marcati dal tempo di quelli che potevano essere stati, più o meno, i ventenni dell'epoca, ma trovai soprattutto un'indecifrabile assenza d'emozione su quelle facce, sguardi sempre sfuggenti, come per eccessiva e innaturale trasparenza; vetri opachi e malandati sembravano, buoni a far passare la luce indifferentemente e null'altro.
Ripensai allora alla storia di Tereza e Tomáš e di Sabina, al loro non Sabinarassegnarsi, ma niente sembrava essere sopravvissuto, né la pena né il sentimento della rivolta, neppure covati nella malinconia.
Non appariva sulle fisionomie dei praghesi superstiti della Primavera la benché minima traccia né del dolore cocente di Tereza, fatto di lacrime spontanee ed ingovernabili, né del dolore introiettato di Tomáš, così civile e composto fino all’ ironia, declinato in tono maschile-amaro e né, infine, del dolore pervasivo di Sabina, forse il più forte di tutti anche se assai poco espresso e narrato.
E dire che ne avevo guardate di foto storiche di quell'agosto impietoso e ladro del 1968: le strade piene di gente d'ogni età, giovani in assoluta maggioranza.
a oriente nel 1968
E dire che  ne pubblicano ancora di queste raccolte fotografiche, in ultimo, recentissima, quella di Josef Koudelka(*), in uno splendido volume edito da Contrasto.
Eppure allora non trovai alcuna traccia, solo sguardi vuoti, privati di spessore emotivo nell’eccessiva e alienata trasparenza, volti ch’erano divenuti anonimi filtri di luce.Milena
Non trovai traccia né del sogno della Primavera né della rivolta dell’agosto 1968 e il motivo- me ne convinsi subito- non poteva risiedere solo nei tanti anni trascorsi.
Finché, nel passare dei giorni, iniziai ad immaginare cosa potesse significare quel vuoto nelle pupille senza tempo e senza ricordi dei passanti praghesi.
Franz Kafka
Quel vuoto raccontava la perdita della speranza divenuta abito mentale, natura assoluta, primaria e spontanea. Sostituitiva d’ogni altra cosa.
Raccontava la sconfitta, quella vera.
E pure oggi, a ciclo storico concluso, nel nuovo, libero e dispersivo ordine ove anche Praga  s'affaccia, rischiando di perdere, strada facendo, le storie e le leggende che le lastricano l'anima e le vie, quell'alienazione sopravvive: è il segno di un' anima finita in un sogno troppo grande, persino per quell'estate di quel geniale anno 1968.
Questo credo.
Ich liebe dich, Praha.
(*)
http://www.magnumphotos.com/Archive/C.aspx?VP=XSpecific_MAG.PhotographerDetail_VPage&pid=2K7O3R135R3G&nm=Josef%20Koudelka
p.s. è uscita da poco una raccolta di scritti di Angelo Maria Ripellino, l'autore del famosissimo "Praga magica": si tratta degli articoli redatti per il giornale L'Espresso.
Dentro troverete tutto quel che occorre:
scritti di Ripellino
una magnifica scrittura, il senso lucido della storia non privo però di esaltata e deliziosamente infantile speranza e, a seguire, anche la disillusione e il dolore di Ripellino che sentiva Praga come sua remota e radicatissima Heimat.
E basterebbe già solo la raffinatezza della penna di Ripellino per aver motivo di leggerlo.
Oggi nessuno scrive più così.
Praha, Ich liebe dich.
p.p.s.: qui sotto Tereza e Sabina

martedì, 08 luglio 2008

la Certezza dell'Heimat

profondo gennaio
Come si fa a descrivere una valle, per di più piccola e sconosciuta, convincendo chi ascolta ch’è davvero speciale e diversa da ogni altra?
Va da sé ch’è impresa affidabile alla sola forza di convinzione della narrazione, purché non puramente descrittiva, e all’impegno che si riesce a versare nel passare le emozioni e lasciarle andare, metterle in piedi per vivere e camminare di vita loro.
Impresa da supponenti, lo so bene, e ne chiedo scusa in anticipo.sfumato stupore
Ma a me è capitato di trovarla quella valle, la mia Heimat boschiva dove sognare di trascorrere giornate solitarie, scandite dall’alternanza di buio e di luce- così come dati dal cielo e basta- e da poche parole tradotte per lo più in accenni di sorrisi silenziosi.
Dove sognare anche notti totalmente solitarie, una sorta di ricaduta nel guscio primario di sé, o anche notti accompagnate da altra presenza fisica da godere anch’essa nel JONVELLEsilenzio, vicinanza di corpi che perdono singolarità e specificità e si fanno calore e impronta solamente, senso di barriera e difesa sia dal buio sia da qualunque altra minaccia.
La mia Heimat boschiva non è famosa e non ci va quasi nessuno.
Non ha paesi ma solo piccoli e fugaci abbracci di poche case, luoghi abitati per lo più da gente custode del territorio o rifocillatrice dei rari turisti nell’unica trattoria lì vivente.
L’ho vista innevata questa valle e m’è parso di toccare finalmente il confine del mondo ed il mio illimite: quel senso di pace che coincide con la sensazione di potersi dissolvere nell’intorno senza il timore di non tornare più.
casa sul confine
Consegnarsi ad essa. Semplicemente,.
L’ho vista d’estate ed era isola scampata alle carte geografiche della moltitudine, tranne che per i tavoli affollati- quanto basta però e non altro- dell’unica trattoria.
Ho carezzato i tronchi e inseguito i contorni e la forma degli alberi dando loro i nomi e sentendoli fratelli, che è cosa che faccio e penso sin da bambina.
con-fine
Un posto così mi suggerisce alla fin fine una sola certezza: d’essergli stata strappata in un qualche tempo remoto che c'è stato e di cui ho solo perso il ricordo.
Ma mi suggerisce anche la certezza di appartenergli per via di un filo dolcemente oscuro ch’affiora e si manifesta con pienezza solo alla mia conoscenza puramente emotiva.
Heimat, questo il suono che mi sale in gola: mai parola più dolce e piena di certezze.
(versato in parole scritte stamattina, in viaggio sulla linea Y della metropolitana)
p.s. le foto sono vere, ritraggono cioè il posto da me descritto.
p.p.s. la canzone a seguire, "teardrop" dei Massive Attack, traduce bene, a mio parere, il rumore dei passi, attratti ed esitanti assieme, che si inoltrano nel fondo della valle, fin là dove la strada finisce, poco oltre quel punto che vedete nella terza foto del post(con-fine).
Buon ascolto.
Tereza 

lunedì, 05 maggio 2008

l'Antico ha un Odore DOLCE

macchia lattea
Il paese è ai piedi di una delle catene più selvagge dell'appennino, in una zona percorsa e spesso anche squassata dal vento.
E il vento ha ridefinito il disegno di tutto il paesaggio e degli alberi soprattutto, le cui chiome, perennemente scompigliate dai colpi d'aria, hanno assunto forme avventurose.
Sono alberi davvero forti però, hanno la corteccia composta di scaglie che ricordano sia nella forma sia nel nome le armature dei soldati romani; crescono sui costoni di roccia e da lì li vedi porgersi impavidi, nella loro anomalia estetica, contro al loro unico signore e avversario: il vento appunto.
albero asproIl paese si offre agli occhi con una salita di case, sistemate come a  covarsi l'un l'altra e a far fronte comune di lotta contro le intemperie, una specie di ricaduta di ciottoli bianchi e grigi sul dorso della collina.
Sulla via principale sta una latteria, tre porte senza insegne, due per il laboratorio e una per la vendita; tutto è scarno, all'insegna del bianco e del grigio come il paese di fuori, spiccano solo  i cartelli dei prezzi, con i numeri impressi da un pennarello color nero-pece e di punta larga su cartoncini mal ritagliati.
Entra un uomo, grigio e robusto, con il colore di chi se la vede giornalmente con le vicissitudini del meteo appenninico: un colore scuro e la Lucania ritratta da Cartier-Bresson rossastro sulla faccia, arata a solchi profondi come quella di un pescatore, ma pescatore di montagna e di vento.
Fa freddo, e neanche poco.
L'uomo fa per chiudere la porta e chiede:
"ke dit(e), kiudime? fa fridde, none? è kiù mijeglie sì kiude. Oije kà pare ch'é benuto vierne..."
Chiede con gentilezza, ruvida ma pur sempre gentilezza, e senso di condivisione, ritmando sulle parole con ripetute aspirazioni e picchiate improvvise di accenti, lievi mitragliatine sonore, la lingua di qui; un ritmo vocale che ricorda un ballo a saltelli, spesso percorso di eccesso d'enfasi e di pathos negli accenti  che impennano le parole facendo somigliare le frasi a piccoli grafici sismici.
La venditrice si fa avanti a chiedere. Ha appena finito di preparare i fiori più freschi del latte, ha le mani cotte dal calore e dalla pasta che ha lavorato fino a pochi minuti prima, mentre noi clienti la potevamo osservare, ad appena
qualche metro di distanza dal locale di lavorazione.
Sebastiano SALGADO
Spiega, sorridendo timida, che la forma dei suoi prodotti è ininfluente sul sapore: la pasta di base è unica. Si schermisce un po' nel dire, sembra ribadire la semplicità del concetto ma, contemporaneamente, mostra pure un senso di modestia e quasi di sottovalutazione del suo lavoro: sì, è proprio di modestia che si avverte una sottile eco.
Poi, svelta, la venditrice imbusta i suoi capolavori artigianali ancora caldi, me li porge e passa all'altro cliente.
Appena fuori, su una panchina nella piazzetta deserta, infilo la mano nella busta e tasto il calore vivo, da uovo covato, di quel fiore del latte.
Lo sollevo e cerco di aprirlo a metà per vederne affiorare il succo. Ed escono ore settesucco e fumo, il calore e la traccia della lavorazione appena conclusa.
Lo addento e mi resiste, la pasta scivola sotto i denti e risorge indomita, come una molla. Le sue fibre sono talmente elastiche che le senti arrotolarsi su loro stesse, fare barriera e sfuggire più e più volte alla presa dei denti.
L'odore del latte è penetrante e compatto ma assolutamente dolce e gradevole. E dopo aver domato e gustato il frutto vivo e caldo del latte quell'odore mi rimane sulle dita, morbido e ancora assolutamente dolce.
Evito di lavarlo via perchè mi piace, sa di latte come non ricordavo più e, magicamente, resiste al trascorrere del tempo:non si trasforma e non assume  mai note aspre, si dissolve solo un poco via via.Bob FANCHER
Mi pare d’aver sulle mani l'odore primordiale del latte, ammesso che possa esistere un riferimento olfattivo così arcaicamente assoluto. So solo che emana un profumo riconciliante e antico.
E, mentre la strada va, rimango con le mani sul viso a respirare quel profumo di "latte assoluto" con la sensazione di aver toccato il senso essenziale delle cose della vita.

lunedì, 07 aprile 2008

POPEYE, concittadino del Grande ARCHIMEDE

Vi sto per raccontare una storia vera, una di quelle storie buffe, commoventi e un po' inverosimili che mi sono capitate: incontri fortuiti con esemplari di umanità decisamente fuori-binario, ma spesso simpatiche, spesso migliori di quel sembrerebbero ad una prima e superficiale occhiata e, infine, come in questo caso, quasi sempre eccentriche nel senso migliore del termine, quello che si apparenta con il fantastioso tout-court.

Summer end
Popeye
Sono stata per pochi anni  pendolare per lavoro e viaggiavo spesso, per lo più nei fine settimana, cumulando stanchezza a stanchezza: l'incertezza sul luogo in cui fermarmi, l'intima irrequietezza  insita in ogni ritorno verso la mia città, là dov'avevo messo a decantare i miei nodi irrisolti, e la malinconia d'ogni ri-partenza verso “l'altra mia città”, quella dove lavoravo e vivevo da "temporanea", sebbene desiderassi, sia pure sotterraneamente, appartenerle.lunghe distanze
Ogni tanto mi potevo permettere di prolungare i miei fine settimana e rientrare in un giorno diverso dalla domenica, con più calma e con una malinconia più diluita, viaggiando su treni semivuoti e non tropp’afflitta dagli sguardi stanchi dei miei confratelli pendolari , condannati  come me al tour de force di sabato-domenica-vai-vivi-torni-aspetti-ecc...
In un viaggio di mezza settimana mi trovai nello scompartimento con un uomo  sui trent'anni o poco più appena, come mi raccontò poi lui stesso.
Non sembrava affatto  così giovane, forse per via della sua complessione fisica così alta, larga e solida, da farlo somigliare ad un buffo Popeye dal forte accento di Trinacria. E ricordava Popeye anche per via dell'abbigliamento: pantaloni larghi d’un celeste chiaro e maglia a righe in stile marinaro.  
Ma quello che più di tutto richiamava in lui la mitica figura dell'uomo degli spinaci era il suo fisico, così muscoloso che braccia e cosce disegnavano larghe e ferme onde muscolari sotto al tessuto dei pantaloni e sembravano fremere e quasi voler rompere il tessuto che le tratteneva a stento.
Aveva capelli e barba incolti, ispidi quasi, di un colore biondastro assai impreciso, tendente al rossiccio.
Insomma, si poteva dire fosse stato disegnato a metà strada tra Popeye e il Nostromo del tonno in scatola e dava l'idea di poter davvero sradicare un albero con la forza delle sole braccia.
Fisicamente irrequieto, sembrava doversi lanciare in alto e in lungo chissà dove, mentre alzandosi,  sedendosi di scatto e passeggiando come un cavallo selvaggio  ridotto in gabbia, mi raccontava d'essere un insegnante, approdato per necessità di lavoro in provincia di Bergamo dalla lontana Siracusa .  LEUCA
Ogni 15 giorni al massimo- così riferiva, scalpitando avanti e indietro per lo scompartimento- attraversava l'Italia per rivedere il suo amato mare di Sicilia, accollandosi un numero aberrante di ore di treno.
Questo mi raccontava mentre sottolineava e ribadiva ad ogni frase, con gesti inquieti di gambe e braccia, di non riuscire a star lontano dalla sua terra: gigante tanto irrequieto quanto melanconico nella nostalgia ch'esprimeva, tra uno scatto e l'altro degli arti, simili a pale di mulino impazzite.
A momenti prendeva accenti accorati, come se parlasse di una donna che andava  a sinuositàtrovare e del cui amore fisico non poteva far a meno.
Ma grande fu la mia sorpresa quando si levò in piedi ancor più di scatto di sempre, come se non reggesse più l’urto dell'onda della nostalgia e, afferrandosi alle due aste di metallo che delimitano longitudinalmente lo spazio-bagagli, si sollevò con sveltezza e agilità degne del miglior Juri Chechi. Non sapevo se ridere o iniziare a preoccuparmi ma lui, ultimato l'esercizio e deposte a terra le sue gambone popeyane, riprese a parlare del suo mare come nulla fosse, con accenti da innamorato devoto, quasi un Cielo d'Alcamo reincarnato, sebbene corpacciuto e fisicamente irrefrenabile.
Poi, per due o tre volte ancora, ripetè quegli slanci da olimpiadi ferroviarie mentr’io rinunciavo ormai fin'anche a sbalordirmene .
Quelle parabole atletiche, non so com’è,  mi parevano voler metter ancor più in grassetto il suo trasporto verso il mare della sua Sicilia in cui io ormai lo immaginavo nuotare come un forsennato, teso verso Scilla e Cariddi, andata e ritorno.RIBOUD
Fu così che, superato lo sconcerto ed un certo timore, presi a considerare con tenerezza quell'enorme contenitore di irrequietezza fisica poichè essa, così sentii, altro non era che malinconia e nostalgia cambiate di segno,  e scendendo dal treno, lo salutai con un sorriso mentre lui, ricambiando, ricordava a me e a sé stesso, a voce alta, le ore di viaggio che ancora gli restavano.  
p.s.
dedico la foto qui sotto, "i Piliceddi", di G. Tiralongo, a Popeye e a tutti quelli che consumano nostalgia come lui, nella speranza che riescano a tornare o, almeno, a trovare pace... 
volo liberissimo..
"Giace della Sicania al golfo avanti
un' isoletta che a Plemmirio ondoso

è posta incontro, e dagli antichi è detta
per nome Ortigia. A quest'isola è fama,
che per vie sotto il mare il greco Alfeo
vien, da Doride intatto, infin d'Arcadia
per bocca d'Aretusa a mescolarsi
con l'onde di Sicilia…"
Virgilio, Eneide, libro III-1095
(...intanto prendo a prestito da ImpollinAire questo struggente motivo che con la sua passionalità malinconica arriva ad inzupparti le ossa…)


postato da: Terezita alle ore 11:52 | link | commenti (17)
categorie: heimat, piccole storie piccole
lunedì, 24 marzo 2008

L'APPENNINO

Appennino

Amo molto le Alpi e le montagne tutte in generale.
E amo l’Appennino.
L’Appennino è una storia ed un sentimento a parte, non più forte di altre montagne ma diverso sì, forse perché io stessa ho le mie radici in un Appennino,  tutto un po’ più arcaico e cullato dalle sue ombre  spesse.
E la sua gente ed io stessa siamo un po’ così ché alla fine ognuno somiglia almeno un po’ al suo territorio e non se ne libera mai del tutto.
Nell'Appennino centrale, là dove dalla Toscana si entra in Romagna o anche più su, nell’Emilia, ho viaggiato più che altrove.appennino
E’ un luogo di anziani, di bar e di giochi di carte, di discorsi accesi e spesso incazzosi, di liti politiche anche, come altrove non accade quasi più.
Il mondo dell’Appennino centrale ha una sua storia speciale, segnata da vicende poste sul limite estremo dell'espressione della crudeltà umana, penso soprattutto agli stermini di civili nelle guerre spietate del‘900.
E non è mai roba di semplici commemorazioni.
Mi piace quando sono in giro per quelle zone entrare nei bar e nelle vecchie botteghe, polverosi ben oltre la polvere che spesso non c’è affatto, alcune botteghe poi le trovi fitte di oggetti in disuso, sopravvissuti al loro stesso ruolo d’utilizzo.
In una cittadina dell'entroterra di Romagna c’era fino a una decina di anni orsono un bar dove ancora si celebrava  il mito dell’epopea dei Soviet. Quadri alle pareti dei padri rinnegati della  Rivoluzione e cioccolate di provenienza russa, mai viste prima e neanche dopo.
Anni fa, in un bar di uno di questi paesi, in un tardo pomeriggio di luglio, ero a bere una bibita fresca e chiedevo un’informazione al barista. Si appenninointromise un uomo sulla quarantina, d’aspetto davvero rovinato, da troppe birre e altre imprecisate forme alcoliche. Di barba e baffi incolti, acconciatura da mancate barricate insomma o da eremitaggio di protesta.
Mi diede l’informazione e, rivolgendosi al barista, “la signorina non è di qui, vero? No, che non lo è, sennò me la ricorderei…"
Gli sorrisi perché non potevo far altro, mentre pensavo ch’era sbronzo davvero per darmi della perla rara così. Ma era gentile e rispettoso pure nella sbornia perenne e perciò gli sorrisi, poiché era la sua un'umanità usurata nel corpo e nei sogni e mi faceva sentire in imbarazzo per questo.
Un‘altra volta, in un altro paese, orecchiai per strada un discorso tra una giovane donna e un uomo di mezz’età. Parlavano di una ragazza di lì che se n’era scesa in città, a Bologna o chissà dove, dove aveva trovato un uomo e fatto un bambino. Abbandonata e in difficoltà stava per tornarsene lassù, quest'era la notizia. La donna ne parlava con fierezza e orgoglio, con  partecipazione solida e convinta e ripeteva “ A. verrà qui con il suo bambino, che deve fare d’altro? Verrà qui con il suo bambino”.
appennino
C’era risentimento nella voce della donna narrante ma anche un senso di solidarietà che pareva corale, di comunità pronta a dare una mano alla ragazza che s’apprestava a tornare. E nel dire “torna con il suo  bambino" la voce le si faceva più importante, decisa, come assumesse lei un affido simbolico della ragazza e del suo piccolo.
Sentii passare nelle sue parole il senso  della solidarietà, dell’appartenenza e della presa in custodia del soggetto debole, tutto condotto con orgoglio anche, e pensai: proprio vero che il territorio ti genera sempre almeno un po’ uguale a lui.
Perché l’Appennino è raccolto e solido, fa da barriera aspra e sta nel mezzo, colonna dorsale portante ma sempre come un po’ in disparte.
E la sua gente gli somiglia: sa farsi spalla, appoggio e anche barriera nella  necessità, per tutti quanti vi cercano rifugio.  


postato da: Terezita alle ore 15:32 | link | commenti (7)
categorie: heimat, piccole storie piccole
lunedì, 17 marzo 2008

Varcare la SOGLIA

il grande K
La chiamano sindrome di Stendhal.
A me è capitato più volte d'esserne colpita e una volta, quella che vado a raccontare, di presentirne il probabile avvento.
L'oggetto-causa era la città di Praga, il cui nome in ceco, Praha, significa soglia.
Rimandavo di andarci, da un anno all'altro, e nel frattempo ne leggevo e ne cercavo le immagini. L'oggetto-attrazione era sempre lei.
Avvertivo un desiderio speciale nell'intensità di conoscerla e un timore, altrettanto speciale, di non so di cosa, di esserne delusa anche, certo.
Poi, in un luglio qualunque, sono partita per. Un viaggio in macchina, a tappe, un avvicinamento lento  per darmi il tempo di capire, cosa non saprei dire.
Forse solo uno stratagemma per diluire l'emozione.
Ripellino
A poche centinaia di km dalla meta arrivò il maltempo, deciso e senza tregua, e arrivò anche il freddo, sebbene fosse pieno luglio.
Ero già in terra ceca e avevo visitato alcune cittadine minori, tutte bellissime. M'era preso un senso ancor più grande di panico, quasi avvertissi il farsi lenta concretezza del male-bene che andavo a conoscere a Praga.
Tentai di deviare il viaggio e convincere chi era con me a desistere, e c'ero quasi riuscita quando tornò il sole.
Mi arresi infine e arrivai in città così,alla ventura, senza aver prenotato nulla.
Ma Praga non mi apparve subito, troppo il daffare per cercare una sistemazione, perciò si fece sera prima di prendere un vero contatto con il cuore della città.
Era al tramonto, luci e ombre da sperdimento supplementare, quando mi avviai verso la piazza-cuore di Praha.
Praha
Ci arrivai da una traversa che s'attorciglia un poco e, per questo motivo, solo all'ultimo istante apre lo sguardo verso la piazza. Fu un colpo duro, durissimo, come uno schiaffo in piena faccia: ferì i miei occhi ed il resto di me.
All'inizio fu quasi come se non vedessi nulla. Era troppo, tutto: la vista mi si disconnetteva dal cervello, impazzito per l'afflusso di dati emotivi. Vedevo ad ondate intermittenti e ogni volta mi pareva d'essere in un posto diverso. Faticavo a mettere tutto in onda contemporaneamente.
Quando iniziai a  riassorbire il tonfo interno e ad incollare ogni cosa, mi sentii collassare emotivamente e  quindi quasi svanire.La struttura gigantesca dell'emozione inghiottì e schiacciò la mia stessa struttura fisica.
Praha mi prese cuore, stomaco, gambe e ogni poro, senza lasciarsi dietro nulla.
Il cielo sulla piazza mi parve divenire convesso, come fossi precipitata ed imprigionata in un'antica palla di vetro di quelle da scuotere per ottenere l'effetto neve.
Praha
Avrei voluto sdraiarmi sul selciato della piazza, per riprendere fiato e per arrendermi, quasi a dire "mi consegno a te, sono qui, senza più un senso mio che non sia il guardarti". Speravo forse, così sdraiata, di riacquistare la stabilità che mi stava mancando nelle gambe svuotate.
Intanto tutto girava nell'illusione della a sfera di vetro e io ero solo un personaggio, un puntino nella favola della palla di neve.
Ovviamente non mi sdraiai sul selciato di  Staré Mesto, solo raccolsi le forze e mi riavviai verso casa, mentr'iniziavo a star male.
Nel letto mi prese la febbre, e stomaco ed intestino si annodarono confusi nelle loro identità ormai incerte.
Pensai "è influenza, che disdetta, proprio ora, arrivare fin qui e mettersi a letto malata".
Praha
Ma non era influenza, sebbene io lo abbia capito molto tempo dopo.
Praga mi aveva dissolto perchè io avevo oltrepassato la soglia e soglia in ceco si dice Praha.
Fu la principressa Libuše, mitico personaggio della dinastia dei Premyslidi,  a darle quel nome quando indicò il punto in cui doveva sorgere la città. Quel segno traccaito da Libuše divenne la soglia di Praga-Praha e io l'avevo varcata. 
e qui sotto un Peppe Servillo evocativo e onirico quanto Praga...

venerdì, 14 marzo 2008

Senza Patria

untitled
Premessa-Necessaria-Premessa
trattasi di  un mio vecchio appunto/riflessione scaturito dalla lettura  del romanzo "L'italiana" di Joseph ZODERER, scrittore alto-atesino nato a Merano, raro esempio di coraggiosa capacità  di cruda  riflessione sulle contraddizioni interne e di relazione della comunità di lingua tedesca. A passo scarno e drammatico Zoderer entra e scruta nelle pieghe del quotidiano le lacerazioni della convivenza tra uguali-diversi. 
(A proposito di questo mi sembra qui irrinunciabile un pensiero forte alla memoria di Alexander LANGER).
Sàra SAUDKOVà
  
Si può essere stranieri ovunque, anche dove si nasce.
Accade quando la lingua madre, quella trasferita dai gesti e dalle emozioni nei suoni, non basta più.
Accade quando la propria personale lingua, frutto di un’esperienza mai completamente comunicabile perché condotta esclusivamente in solitudine, prende il sopravvento.
Accade quando l’anima trabocca e parte alla ricerca di spazio per sciogliere le sue immagini, e di silenzio  per distendere i suoi suoni .
Accade quando le lingue, tutte le altre lingue si riducono o sembrano ridursi ad un’imitazione sconnessa della vita di dentro. Lingue incomplete le già esistenti, inadattabili e forse mai efficacemente completabili. Levo il forse, anzi.
Si può essere stranieri per sempre perché si arriva per primi e da soli in una terra dove non ha mai abitato nessuno: la nostra, intima, fatta di sovrapposizioni multiple delle quali si è perso il conto.  
Poi, paradossalmente, può bastare un gesto per rompere l’incantesimo, per dare la sensazione di potersi far capire su un terreno/lingua comune.
Così diviene possibile dar vita ad una nuova e intima patria, quella che si sceglie consapevolmente di abitare: entità dai contorni non circoscrivibili che richiama il significato intenso di Heimat.
Chissà se è solo per un caso che la lingua tedesca ha saputo coniare un concetto-parola così immenso...

giovedì, 20 dicembre 2007

quando l'HEIMAT abita sotto i PORTICI

heimat

Ogni tanto torno a__e mi lascio avvolgere completamente.

E ogni volta quella città mi è compagna, come quando anni fa arrivai lì per lavoro e mi colse una nevicata senza risparmio.

Era e giravo per la città con scarpe inadatte, quelle di una città, la mia, dove non nevica mai.

Ero solissima e non conoscevo nessuno.

Dovevo cercarmi una sistemazione e giravo e guardavo incantata quella neve a fiocchi larghi e ondulati, così ben fatti che sembravano quelli di certe descrizioni di vecchi romanzi o di certi  vecchi racconti per ragazzi.

Già in treno, incontrando l’Appennino, la neve s’era presentata copiosa.

Il colore del cielo non aveva più nulla del giorno e al suo posto s’era stesa una luce pulviscolare, un misto di grigio denso e di  deciso bianco, quello della neve appunto.

Quella combinazione pareva una coperta giusta a colore, messa lì ad accogliere la mia tristezza solitaria e a farcela accoccolare e camuffare dentro.

heimat

Scendendo in città avevo incontrato fiocchi ancora più grandi.

Pensai: “ecco, la neve mi abbraccia, la città mi dona una sorta di effetto speciale per iniziare la mia nuova vita".

Non avevo lasciato nessuno a casa e nessuno mi avrebbe cercato da lì, di certo non per sapere cosa accadesse di me.

Ero sola come pochi e la neve era la cosa a me più vicina, l’unico vero contatto, anche fisico.

Iniziai a piangere commossa, vergognandomi della gente d’intorno, e a ringraziare quella città e la sua neve per me così accogliente.

Sentivo come se stesse accadendo qualcosa ch'era scritto da tempo.

E c'è un particolare angolo di ___, un punto ove si svolta da una stradina in una piazzetta, vicino a via ___,  dove quella sensazione divenne così penetrante che ogni volta che ci passo me ne ricordo ancora e spesso, se non sempre,  mi si allagano di nuovo gli occhi.

Forse lì, senza volerlo, in quel giorno d’inverno vero, dissi anche un grazie a piena voce a quella città che m'accoglieva con quella neve e nonostante le mie scarpe inadatte.

Nessuno passava accanto e nessuno sentì o s'accorse né del mio pianto né del mio sussurrare ma, in fin dei conti, un grazie è una parola sempre  piacevole da ascoltare, persino se la pronuncia un folle…

Ogni volta che torno ripercorro a piedi la strada che porta dalla stazione fino alla casa dove fui ospite di un' anziana signora alla cui porta veniva a bussare di frequente un bellissimo ragazzo biondo-biondo, uno studente fuori sede che incontravo talvolta per le scale di quel condominio “molto perbene”.

Al biondissimo mancava sempre qualcosa in casa e all'ennesimo dado da brodo si sporse un po' con la testa dentro casa e chiese:

"abita qui da lei quella ragazza bruna che incontro la mattina presto per le scale?".

La padrona di casa, un po' maliziosa  ma piena di condiscendenza e con una residua e materna voglia di combinare giovani legami, rispose:

"sì, abita qui ma lei, mi dica,che  cosa cerca il dado da brodo o la ragazza?...".

heimat

Quel giorno, quando rientrai dal lavoro, l’anziana signora mi raccontò l'episodio con una malizia piena di sollecitudine poiché sapeva un po' di me e delle mie disavventure solitarie  e quel ragazzo bello e gentile le piaceva.:

"...sai tu se preferisci il fidanzato che hai lasciato a_, però certo che questo ragazzo è proprio bello e anche molto gentile..."

Io non risposi un granché e  non seppi combinare molto in seguito.

Quando lo incontravo per le scale gli sorridevo ma avrei dovuto fare di più: lui era sicuramente molto timido e, probabilmente, la frase della signora l'aveva un po' messo all'angolo, come è facile accada per i timidi che non sempre sanno afferrare subito che li vuoi solo aiutare.

Tutto questo e molto altro ripercorro ogni volta che torno con i passi e con la testa dei ricordi sulle strade di _.

E continuerò a tornarci sempre di tanto in tanto perché amerò per sempre e in modo forte e speciale quella città.

Non ho dubbi su questo.

E forse, non lo escludo, prima o poi mi ci fermerò a vivere.

heimat

E'  storia vera.


postato da: Terezita alle ore 17:18 | link | commenti (5)
categorie: heimat, dediche speciali e riconosciment
venerdì, 23 novembre 2007

HEIMAT, il luogo dell'anima

Edgar REITZEdgar REITZ è il regista del colossale HEIMAT.
Dico colossale e non colossal per motivi molto fondati  e soprattutto per non mancare di rispetto, sia ben chiaro.
Colossale perchè Heimat  è un progetto titanico ormai entrato di diritto nella storia del cinema mondiale, la cronaca epica, semplice nell'ambientazione  e nella quotidianeità ma maestosa nel passo, della storia di una famiglia tedesca, la famiglia Simon,  narrata lungo il Novecento, quello che fu  definito, secondo me a torto, "il secolo breve". 
Un numero  di ore di film inconcepibile per un tempo moderno e voracemente veloce .Kertesz
Ma come non registrare in questa fatica cinematografica, così inarrivabile anche solo sotto il profilo della mole,il respiro,la presenza e la ricerca di quella catarsi collettiva dal trauma della memoria che pesa sul popolo tedesco da quel loro anno zero che data 1945?
E' forse possibile recuperare sé stessi attraverso il piccolo e poetico passato delle storie intime, opponendolo  al grande macigno del passato che non se ne va e crudele sta, corrosivo per sempre, nella coscienza collettiva?
Reitz lo tenta.
Da uomo di cinema ma da tedesco soprattutto. 
Fonda così di nuovo il concetto di Heimat (letteralmente “patria”) come luogo contemporaneamente fisico e metafisico, spaziale, temporale ed emotivo, un luogo dove ogni uomo rappresenta l’Umanità intera.
KerteszLa seconda ma più intima patria,  quel luogo che scegliamo da adulti e nel quale decidiamo di fermarci e, insieme di riconoscerci, le vere radici, quelle elaborate dagli anni e dalla memoria rivisitata.
Essa non è semplicemente luogo ma luoghi, e anche affetti, e passioni, e amicizie, e tutto quanto scegliamo e riconosciamo come nostro da adulti  consapevoli.
Identità intima.
Eppure la seconda patria è assai più fragile di quella comune e ufficiale perchè appartiene e nasce dalle relazioni, un universo pronto a sgretolarsi e a ricomporsi diverso ad ogni  momento.
La nostra naturale e irrinunciabile tensione verso la libertà è il primo pericolo che lambisce la vita della nostra Heimat personale.Tereza
Solo ricongiungendo il particolare al complessivo e il momento all'intera storia possiamo, credo, sperare di farcela...ma è una bella fatica...davvero...
e con questo chiudo pesantemente la settimana-blog
ciao ciao
Tereza

postato da: Terezita alle ore 11:08 | link | commenti (6)
categorie: heimat, divagazioni e sputate-sentenze