
all'insù e stessa bocca, bella e perfetta, composta nella foto in un bacio allungato verso di me: il tuo collo slanciato si tende e mi sfiori una tempia con le labbra.




A te ho pensato con infinito rimpianto, infinito amore e infinita ammirazione mentre in questi giorni di feste familiari guardavo stravolta e straniata il solito comune e solo apparentemente scontato film della maternità vischiosa e collosa, fatta di lacrime e ricatti, pronta a chiedere risarcimento, indennizzo e interessi da usura e da suicidio ai propri figli. 

Mia madre se ne stava chiusa nel soggiorno, al buio, abbandonata sulla poltrona: quest’era diventata la morte e il suo concetto per me, a quell'età.




“…non si accettano regali da chi si priva così tanto per donare…”



braccio. 
Per questo motivo la aspettavano in tanti in quel giorno di tarda primavera, disposti lungo il percorso e fin dal bivio per salutarla, sotto gli occhi increduli di suo marito e di suo figlio grande.
impotenza: lei voleva tornare là, lontana da noi che non le eravamo mai veramente bastati…per nostra incapacità? bah, vallo a sapere…
Mi ricordo del nocciola caldo nei tuoi capelli fini, così diversi dai miei, e mi ricordo del loro colore che t’invidiavo sempre.
Mi ricordo del tuo ultimo vestito, nero, di crepe di seta, con piccolissimi boccioli di verde brillanti sparsi sopra.
Un amore su di te che nel verde e nel nero splendevi.
Mi ricordo di quando avevo scelto la stoffa immaginando come ci avresti brillato dentro con la tua pelle chiara.

E mi ricordo di quando mi hai comprato l’ultima bambola, dopo tanti anni da quella precedente .
Era la tua ultima estate e io non ero certo più in età da bambole.
Mi ricordo della signora del negozio di giocattoli in quel paese di montagna: ci guardava con simpatia soltanto e nessuna grande o scandalizzata sorpresa, sebbene non sia roba da gente a posto comprare bambole alle ragazze di quasi vent’anni...a meno che non si sappia osare d’essere inusuali.
Ma tu sapevi essere inusuale, pure nella tua immensa severità.
E io e te, insieme, inusuali lo eravamo sempre,
nel bene e nel male
nell’amore mai confessato e nelle liti a sangue.
Perché tu eri fiera come nessuna ma eri anche una fiera, e con me soprattutto lo eri.
Con me che ti somigliavo troppo ma non mi piegavo: non come t’eri piegata tu, dolente e orgogliosa.
E orgogliosa e dolente eri rimasta sempre.

Mi ricordo di come disse di te quello che ti conosceva appena:
“che bella donna è tua madre, mi piace proprio tanto così fiera com’è…” , ma lo disse a me, ché con te non si sarebbe mai permesso.
Mi ricordo di com’era difficilissimo fregarti: vedevi ovunque e mi leggevi persino i pensieri.
Una così terribile, uguale a te, io non l’ho mai più incontrata, e spesso penso che neanche esista.
Mi ricordo di questo, sai, perché mi hai costretto ad un esercizio quotidiano durissimo per acquisire una scaltrezza olimpionica e portare in salvo e in porto le mie libertà.
E mi hai reso più tosta del più tosto dei marines, davvero.

Mi ricordo di te e di quando dormivamo accanto e mi hai preso un polso, l’hai stretto tra le mani e hai sussurrato:
“guarda come ti sei ridotta, sembri un uccellino, sei troppo magra…sì rimast’e sule pell’ e uosse”.
Mi ricordo che nell’ultimo anno della tua vita ci facevamo sempre meno la guerra: ti percepivo sempre più fragile anche se non conoscevo nulla del tuo cuore precocemente stanco.
Nessuno di noi del resto ne sapeva niente e tu, caparbia, non ce ne raccontavi nulla.
E questa è l'unica cosa che non ti posso proprio perdonare.
Mi ricordo della serie poliziesca che andava in onda in tv in quell’inverno, il tuo ultimo, e che ci piaceva tanto.
Mi ricordo di come rientravo sempre in tempo per vederla insieme a te.
Mi ricordo di come mi sistemavo sul bracciolo della tua poltrona grande, ch’ero diventata così magra e leggera da poterci stare tutto il tempo e senza pesarti addosso un granché.
T’abbracciavo storcendomi tutta e tu mi lasciavi fare.

Mi ricordo sempre di te e delle nostre liti e dell’odio che c’era tra noi, a volte.
Me ne ricordo anche oggi che scrivere di te mi fa ancora piangere.
E sono sicura che più di uno troverebbe questo pianto un fatto ridicolo o malato. Dopo così tanto tempo poi…roba da gente con la testa non perfettamente a posto...lo so.
Ma vedi, ogni volta che passa dalle mie parti agosto e viene il giorno di san Lorenzo, il tuo giorno, non posso fare a meno di pensarti più del solito: tu, irraggiungibile stella cadente, e mai dissolta.

Mi ricordo di te: perché tu cammini nelle mie gambe e pensi nei miei pensieri ancora.



"E perché il desiderio non finisce mai,
non si sazia in questa vita,
ma quanto più ama, meno gli pare amare"
Caterina da Siena(*)

