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Utente: Terezita
Nome: Tereza Rossi
A scanso di equivoci, fraintendimenti e male letture assortite dico soltanto: molto di quel che sono sta nelle parole scritte e nelle immagini, il resto è nella vita e nei sogni che non racconto ancora e in quelli che rimarranno solo miei.

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giovedì, 09 aprile 2009

Racconto di una FOTO

a più fili
Io e te in una foto dove siamo poco più che ombre.
Una foto scattata dal figlio grande, scattata all'improvviso e nelle peggiori condizioni di luce: perciò tutto sbiadì in quella nebbia-pulviscolo grigio chiaro, tutto tranne l'espressione che io e te avevamo.
C'era il tuo profilo speciale, somigliava a quello di Ingrid Bergman, stesso naso Ingrid-Bergmanall'insù e stessa bocca, bella e perfetta, composta nella foto in un bacio allungato verso di me: il tuo collo slanciato si tende e mi  sfiori una tempia con le labbra.
Io sono girata verso l'autore della foto e sorrido con consapevolezza felice per quel ritratto; c'è timidezza e ritrosia infantile, sì, ma anche tanto orgoglio, l'orgoglio di mostrare all'obiettivo quanto mi amavi.
Le  guance paffute dei miei quattro anni sorridono verso il fotografo, messe in risalto dalla fascia di materiale elastico che mi tira indietro i capelli; la vestaglietta trapuntata e il pigiama che indosso segnano il tempo di un risveglio e la cura senza ansia e senza ossessione con cui mi tenevi al caldo, tu che non hai mai pronunciato la frase: "copriti che è freddo e ti ammali".
BOUBAT
Giorni fa, uno di cui amo le parole e i pensieri vedendo la foto ha detto: "è bellissima, sembra preparata per una scena di teatro, ci si leggono dentro tante cose". E io, la solita, sempre pronta a precisare inutilmente: "è una foto mal riuscita ma io l'amo moltissimo, c'è dentro la madre che ricordo nei miei primi anni, prima che la stanchezza delle delusioni ne appannasse la dolcezza infinita, il senso di protezione forte e sereno che sapeva comunicare".
Una volta raccontai a quella che-prendeva-appunti-su-di-me del sogno ricorrente che ti riguardava e che mi accompagnò fino all'adolescenza, un sogno senza storia, costruito solo sul tuo sguardo che si girava verso di me.
Frank HORVAT
Nel  sogno ti vedevo di spalle, eri uguale alla te di sempre e io mi fidavo di quel che vedevo, riconoscevo la tua schiena e le tue gambe, la tua voce che cantava anche, la bella voce che avevi tante volte fatto risuonare in chiesa da ragazza.
Mi fidavo di quello che vedevo e di quello che sentivo, mi fidavo finché tu non giravi lo sguardo e scoprivo che non eri più tu...ma il resto non lo racconterò qui perché fa troppo male, a me e, soprattutto, a chi lo dovesse leggere, e io non voglio usare il mio dolore sugli altri come un'arma impropria.
Sai, solo una certezza ho acquisito negli anni e ce ne sono voluti davvero tanti: so  che tu eri sempre la madre che si allungava nel bacio verso di me, eri sempre quel bel profilo e quella bella voce che cantava, così come lo eri stata per davvero nei miei primi anni, almeno finché il dolore dell'esistenza non t'aveva sopraffatta. Dopo eri diventata la madre del mio sogno ricorrente, uguale in tutto e per tutto a come ti vedevo, immagine ingannevole ai miei occhi, diversa solo nel rivelarsi dello sguardo quando lo giravi su di me: l'amore ti s'era frantumato dentro e non trovava che assai raramente spazio ed espressione nel tuo sguardo perché il tuo dolore di vivere era diventato troppo prepotente.
HORVAT
E sai perché amo sempre tanto quella foto? Perché ti restituisce a me come eri stata prima che l'estraneità alla vita ti rendesse chiusa e impaziente...
Ma non te ne voglio per questo anche se mi sei costata e mi costi ancora tanto: ora so immaginare la delusione e la solitudine che avevi incontrato e in loro, nella solitudine e nella delusione, ti ho compresa...ma che fatica e che conto infinitamente aperto mi hai lasciato...
p.s.: come mi è consueto su questo tag non risponderò ai commenti sul post;
p.p.s: la scelta della canzone non è casuale e neanche quella del video con De Gregori che canta: qualcuno capirà il motivo e il nesso.
     

postato da: Terezita alle ore 17:29 | link | commenti (6)
categorie: mater
domenica, 28 dicembre 2008

la Colla, la madre Usuraia e la DIGNITà

Frank HORVAT
A te che non avevi potuto studiare benché ti piacesse tanto.
A te che hai dovuto rinunciare per far spazio al maschio di famiglia, rivelatosi poi scemo e inconcludente.
A te che "mi" sei stata una donna terribile e temibile nella tua severità luterana.
A te che per uno schiaffo da innamorati sei volata via da casa e da tuo marito senza pensarci neanche un secondo.
A te che ci sei tornata da regina, con tutte le scuse dovute e un ombrello di seta con uno splendido pomello in avorio in regalo, una roba che costava un occhio della testa e che hai conservato per sempre.
coigny_2
A te che ogni volta che prendevamo quell’ombrello per ammirarlo, sebbene ormai tanto fuori moda, raccontavi la storia di quello schiaffo e di come te ne eri scappata:
benché donna
benché moglie
benché meridionale
benché con due figli piccolissimi
benché in mezzo a donne che di schiaffi chissà quanti ne avevano presi
benché in quel paese di neve come un villaggio russo.
A te che quell’atto lo hai compiuto d'istinto
e senz’istruzione
e senza nessun femminismo di là da venire a darti sostegno e ragione
e senza ricevere la solidarietà di nessuno
e a soli ventitré anni.
A te che raccontavi quella storia dello schiaffo e ripetevi:
“mai nessuno si deve permettere di toccarvi neanche con un dito, quell’uomo lo dovrete lasciare subito”.
A te che eri così dura con noi ma non ci hai mai fatto pesare nulla di quel che facevi.
BOUBATA te ho pensato con infinito rimpianto, infinito amore e infinita ammirazione mentre in questi giorni di feste familiari guardavo stravolta e straniata il solito comune e solo apparentemente scontato film della maternità vischiosa e collosa, fatta di lacrime e ricatti, pronta a chiedere risarcimento, indennizzo e interessi da usura e da suicidio ai propri figli.
A te ho pensato dicendo tra me e me:
"sai, il nostro è stato un corpo a corpo d’una ruvidezza inimmaginabile ma tu mi hai consegnato la libertà, sia pure nel tuo modo assurdo e talvolta crudele".
A te che sapevi essere nel tuo cuore profondo figlia dei tempi molto di là da venire.
A te che hai preteso imparassi a scrivere a quattro anni quando davvero non era di moda ma non hai mai celebrato né a voce né per iscritto la retorica della maternità.
A te che mi hai reso talmente donna da condannarmi  a sentirmi dire per tutta la vita e infinite volte:
"sei come un uomo"
da altre donne che non hanno avuto una come te da conoscere.
A te, oggi, una volta di più dico grazie perché, in una forma d'istintiva ma certa intelligenza e nonostante tutte le tue-e-poi-mie crepe mai rimarginate, mi hai consegnato un patrimonio inesauribile di dignità,  senza ricattarmi mai per questo.
p.s.:qui sotto Prospettiva Nevskij per questa storia di neve, montagne, lupi e lupE.

postato da: Terezita alle ore 07:14 | link | commenti (7)
categorie: mater
martedì, 18 novembre 2008

alla Fine anche questa è una LETTERA per Te

mani secondo P. Renoux/2
Mia nonna finì nel mese di dicembre appena iniziato, nel mio primo anno di scuola.
Ricordo la maestra che mi prese da parte e mi chiese se avessi pianto tanto per il dispiacere, non immaginando affatto di mettermi in grave e faticoso imbarazzo.
E sì, io non avevo versato neanche una lacrima per quella nonna che pure avrei amato per tutta la vita, ben al di là di quanto i miei pochi anni e i pochi ricordi  permettessero a me e a chiunque di immaginare.
E’ che io non sapevo cosa fosse morire e cosa accadesse a chi rimaneva: non sapevo insomma di cosa fosse fatta l’assenza per sempre.bambino
Se fossi stata già allora capace di concetti rifiniti avrei risposto così alla maestra:
“in verità vorrei piangere per i vivi, per mia madre cioè, ma ho paura di farlo perché c’è già lei a piangere ininterrottamente, giorno e notte. Questo è per me la morte, questo tutto quel che ne so, per ora...”.
Sì, esattamente questo era accaduto: mia madre era precipitata in un ventre nero di giorni e notti uguali, tessuti di lacrime infinite e impossibili da immaginare per una mente sana. Tre giorni? Una settimana? Un mese? Non saprei dire, per me potevano essere stati anni, di certo un tempo esagerato e brutale.
C.Coigny_23Mia madre se ne stava chiusa nel soggiorno, al buio, abbandonata sulla poltrona: quest’era diventata la morte e il suo concetto per me, a quell'età.
Dal soggiorno mia madre non usciva quasi mai e questo segnò la mia vita in quel momento e poi per sempre, nonché la mia nozione affettiva di lei.
Di tanto in tanto solo mio padre poteva entrare in quel ventre oscuro di dolore disumano e, raramente, riuscivo a scorgerlo mentre abbracciava inutilmente sua moglie.
Poi, dopo molti giorni, anni nella mia cortissima esistenza, mia madre uscì nel corridoio, lasciando le luci accese: era una spaventosa maschera di pianto, una cosa che non avrei più visto così da vicino in nessun altro essere umano.
Mi avvicinai piena di spavento pensando che fosse lei la morte.
Vedevo mia madre avanzare nel vuoto e non vedermi e non guardarmi affatto.
Credo d’averle tirato e carezzato un braccio, forse d'averla anche chiamata per nome, terrorizzata da me stessa per aver tanto osato.bracciale a stelle
Ma lei non sentì e non vide nulla, né la mia voce né il mio braccio o meglio, mi allontanò come non mi riconoscesse affatto.
Tirò dritta verso la cucina a far non so cosa: mangiare finalmente, dopo giorni, o forse solo bere, non so: io sparii, ingoiata magicamente dentro la casa, via da lei, dal suo dolore egoista e possessivo e dal mondo intero, e per intero non me ne seppi mai più tornare .
Ancora oggi quella è la mia ferita d’eccellenza, l’origine e il natale della mia incertezza, perché quella sera mi convinsi di non essere mai venuta al mondo.
E questa è la convinzione che esposi anche a quella che per professione prendeva appunti su di me.
Coigny
Oggi, se potessi, a lei, a mia madre, scriverei così:
"...io non so  se, a tutt’oggi,ti ho mai perdonato del tutto quel dolore che t'annebbiò a quel modo, cancellandomi dalla tua vita, sia pure in quel frangente soltanto, sai?
Nel tempo ti ho compreso sì e compatito molto, come nessun altro credo, ma di più non sono stata capace di fare.
Neanche ora che è passato tanto tempo e tu sei diventata come tua madre: entrambe ombre, le mie ombre perenni.
Perdonami, ti prego, la mia scarsa bravura: di più e di meglio non ho saputo fare.
Forse perchè sono tua figlia".
Amalia Gré: "quanto t'ho amato"

postato da: Terezita alle ore 19:25 | link | commenti (7)
categorie: mater
sabato, 01 novembre 2008

Nonna si scrive con Tre ENNE

Klec di Jan Saudek
Mia nonna aveva un nome antico, un nome greco, perso all’uso ormai da un tempo infinito.
Mia nonna anche l’aspetto aveva antico, con i capelli raccolti a crocchia, le trecce grige a più giri, raccolte a far cuscinetto sopra la nuca, ed il grembiule sempre indosso.
Mia nonna aveva un cuore pur’esso antico, come tutte le nonne. Forse.
Mia nonna durò poco nella mia vita perché io ero nata troppo tardi, tanti anni dopo i miei fratelli.fingerwalk
Mia nonna finì mentr’io iniziavo la prima elementare ché allora non c’erano rimedi al suo terribile male ed era dicembre. Me lo ricordo ancora, anche se è un ricordo congelato nell’emozione del momento poiché la morte non era concetto realistico in me. No, a sei anni appena non lo era, non abbastanza per descrivermene in mente le conseguenze. 
Mia nonna finì nei miei sei anni appena iniziati.
Però mia nonna era stata dentro a tutte le mie estati fin lì, nel paese d’aria fresca al confine delle montagne, con lupi e funghi e gelsi neri e bianchi, raccolti con il lenzuolo messo sotto e scrollando i rami,  e pini d'un verde quasi nero, dinoccolati nelle forme estreme, per via del vento forte.albero aspro
Mia nonna era stata dentro a tutte le mie estati con le corse che facevo, tornando selvaggia qual'ero, dopo la prigionia di città; corse senza sosta nei vicoli stretti e senza macchine del paese vecchio, là dove eravamo bande, maschi e femmine mescolati.
Mia nonna era stata i miei piatti preferiti e sempre e solo quelli, e le polpette di riso a merenda, quelle che chiamavano crocché, bianche, semplici di ingredienti e profumate di prezzemolo: servivano a dar forza alle mie gambe mai ferme nelle battaglie dei vicoli, dov’ero diventata anche regista-capobanda a un certo punto.
Mia nonna era stata la dolcezza assoluta, senza mai nulla a farle ombra ché l’unico rimprovero me lo fece per aver accettato una mela in regalo da una donna poverissima dalla quale mi mandava quasi ogni giorno a portar qualcosa:
Lucania, foto di Arturo Zavattini“…non si accettano regali da chi si priva così tanto per donare…”
E io c’ero rimasta malissimo anche se poi me ne sono sempre ricordata di quella saggezza severa e del senso fraterno della comunità antica, dove chi aveva di più donava facendo finta di nulla, mandando avanti i bambini per non comparire troppo nel gesto, per creare  meno imbarazzi possibili insomma, e chi non aveva nulla si sentiva in dovere prima o poi di ringraziare e di farlo a costo di qualunque sacrificio.
E ripenso a come "resisteva" mia nonna alle mie domande su la donna della mela...perché allora persino della povertà altrui ci si faceva carico e onta e debito da onorare e ogni discorso su di essa era imbastito di rispettoso pudore.
Mia nonna mi amava così tanto che, sebbene passassi da lei tanta parte dell’estate, molti, davvero molti giorni prima ch’io ripartissi mi accoglieva la mattina a colazione  con gli occhi lucidi e io le chiedevo sempre:
“perché piangi con tanto anticipo? manca ancora tanto tempo...”
macchia lattea
Oggi penso fosse una domanda crudele, da bambina, certo, e i bambini spesso sono crudeli nelle loro verità dette senza l'ipocrisia del modo.
Ricordo però che glielo dicevo come per riportarla alla realtà, all’inutilità di quell'anticiparsi la pena e le lacrime…e chissà se lei se lo immaginava quel mio intento, ingenuo ed istintivo.
In quelle mattine, quelle dei suoi occhi lucidi già proiettati nell' addio dei giorni a venire, me lo ricordo bene, le mettevo la testa sulle ginocchia e le macchiavo il grembiule mentre bevevo quel goccio finto di caffé: un gioco e un dono che a lei piaceva concedermi per legarmi d’affetto, sebbene la mia piccola età le vietasse quella concessione.
Non ci sarebbe stato alcun bisogno di quel goccio di caffè per amarla di più, no, e io credo che lei lo sapesse bene.
addio
Dissi, una volta, a quella che, per professione, prendeva appunti dei pensieri altrui:
"con mia nonna iniziò e finì il mio concetto-istinto di nido, penso al luogo dove puoi sempre tornare e trovare qualcuno ad aspettarti per come sei...e null'altro...dopo di lei iniziò l'incertezza...ed era troppo presto per me..." 
Eppure, il giorno in cui arrivò a casa la notizia che l'età di mia nonna era finita io rimasi sospesa, senza capire granché, mentre guardavo spaventata sua figlia abbracciare un dolore così disperato come non l'ho più visto addosso a nessuno...ma questo, forse, se troverò la forza necessaria, lo racconterò un'altra volta...
p.s.: dalla mia terra, che è stata anche quella di mia nonna, Sergio Cammariere con "L'amore non si spiega"...concetto vero, sempre vero a proposito dell'amore. Di tutto l'amore.

giovedì, 02 ottobre 2008

c'erano soprattutto i vecchi ad ASPETTARE

il primo a sinistra è Rocco Scotellaro
L’aspettavano soprattutto i più vecchi, i molto più vecchi di lei che, ancora giovane e a viso bello, arrivava viaggiando su quella  macchina grande e nera, dopo aver attraversato  quasi seicento chilometri, diretta al paese dei suoi genitori. 
A me l’hanno raccontato ché io non c’ero.
Dormivo o stavo dimenticata nel sonno, per essere più precisi, nella realtà della casa vuota e devastata dalle scarpe di troppa gente ch’era venuta per lei. Troppa gente per potersi sopportare.fingerwalk
Mi raccontarono però che c’erano soprattutto i più vecchi ad aspettarla laggiù, fin dall’ultimo bivio, a diversi chilometri dal paese.
L’aspettavano come si aspetta una processione, istinto antico e quasi genetico della comunità che si ricompone pure attorno a chi l'aveva salutata poco meno di vent’anni prima.
Erano soprattutto i vecchi ad aspettarla e ce n’era buon motivo: erano quelli che potevano ricordarsi meglio di lei, e non solo perché se n’era partita dal paese ormai quasi vent'anti anni prima, giovane moglie con due figli già adolescenti e una bambina piccolissima in Tricarico-1960, fotografo Mario Cresci braccio.
I vecchi se la ricordavano anche e soprattutto ragazzina, negli anni dopo la guerra, quando le macerie più materiali che morali avevano raggiunto anche quel territorio sperduto ai piedi delle montagne. Lì non c’erano passati quasi per nulla tedeschi o americani, giusto qualche soldato disperso o  in fuga, e le montagne erano rimaste intatte, regno di storie di briganti, di volpi e di lupi e null’altro, foreste scure di pini capitati per puro caso ed estro geografico a far da barriera nordica al mare, un mare che guarda  sicuro molto a sud.
tramonto in Terronia
Quella ragazzina che  ora tornava, donna ancor giovane nella gran macchina nera, così poco adatta a lei che aveva fatto della semplicità dell’apparire una dittatura di vita, se la ricordavano soprattutto i più vecchi e per un motivo preciso.
All’epoca della fine della guerra e negli anni durissimi che seguirono, lì, dove già molto c’era di povero e ridotto  all’essenziale, la ragazzina rubava assai spesso  dalla dispensa e dalla cantina di suo padre.
Rubava pane e olio e altro ancora da portare a chi, parente in difficoltà o semplice conoscente, rischiava di non passà 'a nuttata.
Come facesse e dove nascondesse la sua refurtiva non so, so che lo fece per tanto tempo quel trafugare di cui il suo durissimo ed egoista padre-artigiano non doveva sapere nulla: lui, l’artigiano che tirava discretamente la famiglia, nonostante i tempi. 
Mario Carbone ritrae il vicesindaco di Rocco ScotellaroPer questo motivo la aspettavano in tanti in quel giorno di tarda primavera, disposti lungo il percorso e fin dal bivio per salutarla, sotto  gli  occhi increduli di suo marito e di  suo figlio grande.
Perché, dovete sapere, in quasi vent'anni lei non era tornata che pochissime volte, giusto quelle in cui aveva accompagnato sua madre e sua padre lì dove ora era diretta.
Mi  ricordo ancora di quante volte ripeteva a tavola quel:
"voglio riposare vicino a loro, ai miei genitori"
E ricordo di come mi faceva rabbia e gelosia cattiva quel suo desiderio buttato così, in mezzo al cibo e alla tavola. Era uno strappo verso di noi certo, roba difficile da digerire comunque: un dire "me ne torno lontano, punto e basta". 
Ed era anche una dichiarazione di tristezza, un implicito rinnegare lo strappo che la sua vita aveva subito andandosene altrove.  
E con la rabbia e la gelosia avvertivo pure un senso insostenibile di malinconia e Lucania, foto di Arturo Zavattiniimpotenza: lei voleva tornare là,  lontana da noi che  non le eravamo mai veramente bastati…per nostra incapacità? bah,  vallo a sapere…
E quel giorno lì, puntuali, come per un accordo stabilito chissà quando, erano venuti in tanti ad aspettarla, i più vecchi soprattutto.
Per questo, quando mi raccontarono di quell'attesa, di vecchi e di tanti altri in coda a salutarla, pensai che forse aveva avuto ragione a desiderare quel ritorno.
Ma, lo stesso, l'idea mi suonò per sempre insopportabile e amara. 
p.s.:le foto più antiche provengono da archivi storico-fotografici.
Io personalmente mi asterrò dal commentare questo post così come ho fatto con gli altri su questo tema.

martedì, 26 agosto 2008

Mi ricordo di te, mater

oggetti e velleità
Mi ricordo di te e del tuo rossetto color geranio, quello che io sceglievo e compravo al posto tuo.
Mi ricordo della tua bellissima bocca così truccata, e del suo disegno importante e preciso, come di penna nel contorno netto.

Mi ricordo del nocciola caldo nei tuoi capelli fini, così diversi dai miei, e mi ricordo del loro colore che t’invidiavo sempre.

Mi ricordo del tuo ultimo vestito, nero, di crepe di seta, con piccolissimi boccioli di verde brillanti sparsi sopra.

Un amore su di te che nel verde e nel nero splendevi.

Mi ricordo di quando avevo scelto la stoffa immaginando come ci avresti brillato dentro con la tua pelle chiara.

bianco

E mi ricordo di quando mi hai comprato l’ultima bambola, dopo tanti anni da quella precedente .

Era la tua ultima estate e io non ero certo più in età da bambole.

Mi ricordo della signora del negozio di giocattoli in quel paese di montagna: ci guardava con simpatia soltanto e nessuna grande o scandalizzata sorpresa, sebbene non sia roba da gente a posto comprare bambole alle ragazze di quasi vent’anni...a meno che non si sappia osare d’essere inusuali.

Ma tu sapevi essere inusuale, pure nella tua  immensa severità.

E io e te, insieme, inusuali lo eravamo sempre, 

nel bene e nel male

nell’amore mai confessato e nelle liti a sangue.

Perché tu eri fiera come nessuna ma eri anche una fiera, e con me soprattutto lo eri.

Con me che ti somigliavo troppo ma non mi piegavo: non come t’eri piegata tu, dolente e orgogliosa.

E orgogliosa e dolente eri rimasta sempre.

biancospino

Mi ricordo di come disse di te quello che ti conosceva appena:

“che bella donna è tua madre, mi piace proprio tanto così fiera com’è…” , ma lo disse a me, ché con te non si sarebbe mai permesso.

Mi ricordo di com’era difficilissimo fregarti: vedevi ovunque e mi leggevi persino i pensieri.

Una così terribile, uguale a te, io non l’ho mai più incontrata, e spesso penso che neanche esista.

Mi ricordo di questo, sai, perché mi hai costretto ad un esercizio quotidiano durissimo per acquisire una scaltrezza olimpionica e portare in salvo e in porto le mie libertà.

E mi hai reso più tosta del più tosto dei marines, davvero.

signorina Felicita

Mi ricordo di te e di quando dormivamo accanto e mi hai preso un polso, l’hai stretto tra le mani e hai sussurrato:

“guarda come ti sei ridotta, sembri un uccellino, sei troppo magra…sì rimast’e sule pell’ e uosse”.

Mi ricordo che nell’ultimo anno della tua vita ci facevamo sempre meno la guerra: ti percepivo sempre più fragile anche se non conoscevo nulla del tuo cuore precocemente stanco.

Nessuno di noi del resto ne sapeva niente e tu,  caparbia, non ce ne raccontavi nulla.

E questa è l'unica cosa che non ti posso proprio perdonare.

Mi ricordo della serie poliziesca che andava in onda in tv in quell’inverno, il tuo ultimo, e che ci piaceva tanto.

Mi ricordo di come rientravo sempre in tempo per vederla insieme a te.

Mi ricordo di come mi sistemavo sul bracciolo della tua poltrona grande, ch’ero diventata così magra e leggera da poterci stare tutto il tempo e senza pesarti addosso un granché.

T’abbracciavo storcendomi tutta e tu mi lasciavi fare.

luce e acqua si baciano

Mi ricordo sempre di te e delle nostre liti e dell’odio che c’era tra noi, a volte.

Me ne ricordo anche oggi che scrivere di te mi fa ancora piangere.

E sono sicura che più di uno troverebbe questo pianto un fatto ridicolo o malato. Dopo così tanto tempo poi…roba da gente con la testa non perfettamente a posto...lo so. 

Ma vedi, ogni volta che passa dalle mie parti agosto e viene il giorno di san Lorenzo, il tuo giorno, non posso fare a meno di pensarti più del solito: tu, irraggiungibile stella cadente, e mai dissolta.

volo liberissimo..

Mi ricordo di te: perché tu cammini nelle mie gambe e pensi nei miei pensieri ancora.

E questo tu lo sai perfettamente.
p.s.:perdonate le imperfezioni del testo ma scrivo da una postazione di fortuna...
Questo post non ha commento musicale per mia precisa scelta.

postato da: Terezita alle ore 16:27 | link | commenti (12)
categorie: mater, dediche speciali e riconosciment
mercoledì, 12 marzo 2008

La LEGGE degli Uomini

solitaria spiaggia
Sono una terrona puro-sangue, purissimo e senza scampo.
Cresciuta in famiglia patriarcale e sessista: pure stando seduti a tavola sapevo che mio fratello avrebbe contato più di me.
Le sorti e la cura di quella eredità-tradizione,riassumibile sotto il generico termine di “discriminazione”, le teneva, assai paradossalmente, mia madre.
E per ogni donna, capo indiscusso  nel chiuso delle sue mura domestiche andava così: messe a tutela della legge dei maschi e della sua attuazione, contro i proprii stessi interessi.
E contro i miei, ancor di più.
Ma avevano insegnato loro ch’era quello il  compito vero,  santo ed irrinunciabile. Gliel’avevano trasmesso tacitamente, senza né cerimonie né investiture.
E’ per questo che io e mia madre ci siamo sfidate. Anche ferocemente sfidate.
E lungo tutta la sua vita, peraltro breve.
E così succedeva ovunque. Donne messe impropriamente a tutela di altre donne, le loro figlie. E quelle figlie, lo ricordo bene, erano più o meno tutte accese e contestanti, lungo le ventiquattr’ore e oltre, finanche nel sonno. 
Frank HORVAT
Ma ricordo anche certi vaghi segnali di orgoglio che attraversavano gli occhi belli e severi di mia madre e le sue parole, rare e mai direttamente a me destinate.
Lei che di orgoglio e dignità e consapevolezza poteva dar lezione, pur nella sua condizione di donna e in quel contesto così poco felice.
Erano vaghi segnali i suoi, mai troppo esplicitati, di orgoglio tardivo e di rivincita, per interposta e caparbia e riottosa figlia.
Era attraverso me e la mia ribellione, combattuta con durezza e tenacia, che lei sognava ciò che non sarebbe stata mai in prima persona.
Io li ricordo i suoi luccichìi nelle pupille orgogliose e sapevo di doverli chiamare amore: amore di donna.
p.s. non chiamatela imitazione da quattro soldi dell'antropologia culturale che fu: è vita vera e vissuta.
non ricordo l

domenica, 11 novembre 2007

a mia madre, Caterina

"E perché il desiderio non finisce mai,

non si sazia in questa vita,

ma quanto più ama, meno gli pare amare"
Caterina da Siena(*)

Caterina

Sarà, sarà,...
sarà che ho avuto una madre fierissima,
succube per cultura e tradizione a mille consuetudini,
nata e vissuta a lungo in un paese ai piedi di un entroterra senz' altro gran respiro oltre a quello delle  montagne e dei  boschi vicini.
E non aggiungo altro.
Lei che non aveva potuto studiare pur avendo una gran bella testa perchè lì studiava solo il figlio maschio, l'unico su quattro figli, e dire che se lo sarebbero potuto  permettere, mica no, anche per lei...
A lui solo invece, il più scemo della famiglia, peraltro.
Lui, l'erede della stirpe di un semplice artigiano, ma pur sempre stirpe se si parla di maschi.
Lui che non combinò nulla a scuola perchè troppo fesso, dando così a suo padre e agli altri maschi grande scorno.
Lei, mia madre, che non finì neanche le scuole necessarie perchè era la maggiore e doveva occuparsi di tutti.
Lei che amava leggere, che seguiva e leggeva la politica, che amava il teatro e il cinema di qualità e solo quelli sceglieva, e io con lei, da bambina, in tv.
Lei che mi ha  insegnato a scrivere a quattro anni e a leggere subito dopo.
Lei che  mi somigliava tanto, nella faccia e nel resto, così tanto che ci siamo azzannate sempre, fino alla fine, la sua, precoce, prima dei miei vent'anni.
Di lei un rimpianto per sempre:  le zuffe micidiali e le incomprensioni immense che non c'è stato più tempo di sciogliere,  l'ammirazione che ne conservo e anche la malinconia per  l'orgoglio che aveva di me e che nascondeva, perchè era peggio di una luterana.
Caterina
Quella madre durissima e di testa finissima, che mai l'avrei fregata nella mia ribellione se non mi ci fossi messa con tutta me stessa.
Accadde una volta che un imbiancato gentiluomo d'altri tempi, uno che la incontrò in una località termale, quand'era un po' sfiorita e non dagli anni, ma pur sempre non doma, disse di lei  a me, sedicenne ribelle e insofferente:
 "..è difficile con tua madre, eh? è dura, vero?
E' durissima, lo so , l'ho capito, ma, vedi,  lei è come una principessa sabina, fiera e mai doma ed è lei che tiene in mano le sorti di voi tutti.
Che bella donna fiera e nobile è tua madre..."
Mi colpì perchè lo diceva a me ed era come se avesse lei negli occhi.
Lui che mai si sarebbe permesso alcunchè.
Lui che la conosceva da pochi giorni appena, lei, sempre e solo con mio padre.
Sembrava innamorato per come la descriveva.
Sembrava  innamorato della sua stessa ammirazione.
E innamorato da signore d'altri tempi.
Non disse molto altro.
Mi consigliò pazienza e futuro e, sottinteso, mi indicò di imitare quel suo sentimento:
l'ammirazione che, assai implicitamente, mi consegnò  come strumento per amarla.
Lei sapeva suscitare anche questo...
Lei, una sorta di  Caterina da Siena, illetterata eppure capace di dirimere le cose grandi, nata nella notte di S.Lorenzo, la notte delle stelle cadenti...
e io penso sempre che non sia stato un caso quella data d'agosto
e io penso  sempre che Caterina sia scesa così qui, nella notte delle stelle cadenti, e sia scesa in parte inutilmente per quanto- tanto-  valeva.
Scesa a deporre il suo tesoro, rimasto segreto a troppi, persino ai vicinissimi. 
Ti voglio bene,
tua figlia.
(*) la citazione, pescata e gentilmente prestata da Farouche, è da intendersi come omaggio alla vita nella pienezza del sentire, sia esso gioia o dolore...