




Era l’Italia dove era nato e operava uno come Franco Basaglia, a ribadire che siamo tutti figli dei tempi, anche se talvolta ce ne vorremmo scegliere di migliori.


scarseggiavano uccidevano come mosche anche uomini forti come Antonino.






là, sul suo appennino, le scosse non erano rare; forse fu per questo che lui, con tranquillità evidente, le disse: “non aver paura ci sono qui io”.
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Irene gli aveva confidato un sogno di sette anni prima, uno di quei sogni che amava chiamare “i capitoli d’anima”.
I capitoli d’anima erano per lo più sogni di poca azione, simili a dei corti girati da registi con velleità di certo cinema lento, cinema costruito sui pensieri descritti alla moviola, tutt’altro che noiosi però, sia perché si trattava di corti, sia perché si trattava di sogni; i capitoli erano dominati dalla narrazione di uno o più sentimenti, trattati per esteso e resi con la puntualità di una carta geografica.
Il sogno di sette anni prima aveva per tema un incontro, tra Irene e un uomo mai conosciuto nella realtà.

Lei e Fabrizio, l’uomo onirico- come l’aveva ribattezzato con allusiva ironia - si incontravano nel sogno in casa di amici comuni, amici di sogno, ovvio, per una cena, mezza in piedi e mezza no, seguita da un film ben scelto e da chiacchiere
sul consueto, tutta roba di sogno sempre: la cena, il film e le chiacchiere.
Si scambiavano occhiate riconoscendosi senza essersi mai visti prima, si porgevano bicchieri con cortesia, si passavano imbarazzi e mani in tasca, che spesso sono poi la stessa cosa.
Nella notte piovosa di una imprecisata città del nord se ne uscivano insieme e, siccome di sogno si trattava, le luci per strada erano perfette per la cornice cinematografica di un amore nascente. Attraversavano viali di villette dei primi del novecento e in una di queste salivano poche scale fino al portoncino d’ingresso e, poi, fino alla porta di casa dell’uomo onirico. Era tardi ma non troppo da non potersi permettere altre chiacchiere e un tè dopo il quale si baciarono e via discorrendo, mentre la scena sfumava pian piano dalle luci ovattate dell’ambiente onirico verso le luci ingombranti del risveglio.

“Sai- gli raccontava Irene- la trama del sogno è quasi zero, ovvia e banale se vuoi, ma non è questo che conta: conta l’intesa che si crea tra l’uomo e la donna onirici, quel parlarsi la prima volta come fosse la ventesima, quel fermarsi a casa di lui come fosse tutto già deciso da entrambi, senza salti e senza scosse di timore. Ed è questo quello che mi colpisce ancora oggi: l’assoluto scivolare, senza necessità di spiegazioni parlate, verso la confidenza persa e ritrovata…mi capisci?”.
L’uomo in carne ed ossa la guardò senza gran meraviglia, un po’ perché aveva capito e un po’ perché con i sogni ci costruiva cabale e mappe del tesoro per mestiere.

La donna che lo aveva sognato sette anni prima capì d’essersi saputa spiegare e aggiunse:
“Una sera, era trascorso un anno dal sogno, rientrando a casa mi misi a piangere per solitudine sul divano, sebbene mi fossi appena vista con quello che chiamavo il mio grand’amore. Fra una lacrima e l’altra mi venne di pensare, ed era una strana forma di consolazione che mi volevo dare, questo non è Fabrizio, non è uscito dal mio sogno e nemmeno vi entrerà mai”.

Finendo di parlare la donna si fermò negli occhi dell’uomo in carne ed ossa e sussurrò:
“Neanche tu ti chiami Fabrizio e per di più sei di carne ed ossa, non abiti in una villetta di inizio secolo e non ti ho conosciuto in casa di amici ma questo non sarà un problema: avrai la parte, ne sono sicura, avrai il ruolo di Fabrizio”.
Così Irene se ne uscì dall‘ imbarazzo ché questa trovata altro non era che la dichiarazione d’amore resa da una donna timida e visionaria all’ uomo-non-onirico che le stava di fronte.




lentissimo e crescevano le voci del pubblico che s’accendevano ad accompagnare il quartetto.
Anche se in me già convivono, ben strette l’una all’altra.

“Sai, c’era freddo, sentivo freddo, dopo la sua morte: il freddo arrivava da quel muro di mezzo, dalla casa accanto, l‘appartamento dove lei aveva abitato per tanti anni, qui di fronte al mio studio; invisibile il freddo mi arrivava sulle ginocchia mentre lavoravo, arrivava e non si staccava più, si faceva sentire: mi sentivo indifeso rispetto all‘enormità dell‘assenza e al suo tangibile segno di freddo, segnale di morte“.
La donna guardò verso il narratore di ricordi seduto di fronte a lei e lo immaginò- ma sarebbe stato più esatto dire “lo vide mentalmente e chiaramente”- in quel pomeriggio, mentre parlava con il paziente nel suo studio e il freddo intanto gli penetrava sotto i pantaloni e sotto il maglione, come una tenda lieve e inarrestabile che gli si stendeva lentamente ed accuratamente addosso, a custodire e a ribadire l’assenza dell’anziana donna, morta pochi giorni prima nell’appartamento accanto.

Si meravigliò di come riusciva a vedere nitida la scena del freddo, la pellicola che, invisibile, dal muro arrivava a stendersi sull’uomo, indifeso di fronte all’assolutezza senza possibilità discussione della morte.
Si meravigliò della sua capacità di filmare i ricordi non suoi.
Intuì che l’uomo le parlava temendo di non essere creduto sino in fondo: ma si sbagliava in questo, e di molto, sul conto di lei, ascoltatrice, narratrice e regista appassionata di ricordi non suoi.
Perché sì, la donna gli aveva creduto immediatamente, senza sforzo, tanto che aveva immaginato la scena e si era pure ricordata di un racconto simile, sentito un paio di anni prima da un amico; costui le aveva narrato del dolore che avvertiva a volte ad una caviglia: gli doleva esattamente come accadeva tanti anni prima a suo nonno.

Anche in quell’occasione la donna aveva creduto subito, senza difficoltà o titubanti diffidenze, al narratore della caviglia: sentiva profondamente il senso del legame che riviveva, passando da un essere all’altro e unendo tutti, nel senso comune e universale dell’essere al mondo. Eppure anche il narratore della caviglia aveva temuto di non essere creduto e aveva messo le mani, anzi le parole, avanti per non farsi ridere dietro.
“…Che strano“- rifletté la donna ascoltatrice e regista di ricordi non suoi- “ mi raccontano ricordi, passaggi d’amore, e pensano ch’io non possa crederci, come se la mia razionalità mi impedisse di entrare nel cuore dell’immaginario e del sentimento narrato. Eppure io credo più di tutti a quell‘immaginario e so che ha un senso reale e persino una misura ed una forma: quella morbida e piena del legame d’amore, della relazione“.

Allora, per rendersi ancora più credibile, aprì gli occhi in un sorriso lento verso il narratore del freddo del muro di mezzo e mormorò:
“Ti credo, sai, non faccio nessuna fatica a crederti: il freddo ch’arrivava dal muro di mezzo, dalle stanze vuote dell’appartamento dove lei aveva vissuto fino all’ultimo giorno, altro non era che il tuo amore rimasto solo, fermo lì a considerare quelle stanze vuote, il tuo amore dolorosamente stupito, smarrito come un bambino di fronte all’assolutezza della morte”.
Infine la regista prese la mano dell’uomo e la baciò, chiudendo gli occhi come se fosse di nuovo quel pomeriggio in cui arrivava il freddo attraverso il muro di mezzo.
Fuori, intanto, i treni viaggiavano purtroppo in perfetto orario.

Di lui ho già raccontato, in una simil-favola depositata
QUI (...e a seguire).
Passate una volta da Sarmede,
(qui sotto la casa dove Zavřel ha vissuto),
ne capirete di più:

perché lì i muri delle case parlano delle sue visioni fantastiche

e le favole camminano a piedi per le strade,
le stesse percorse da ŠtÄ›pán, esule da tutto ma non dalla sua fantasia.




