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Utente: Terezita
Nome: Tereza Rossi
A scanso di equivoci, fraintendimenti e male letture assortite dico soltanto: molto di quel che sono sta nelle parole scritte e nelle immagini, il resto è nella vita e nei sogni che non racconto ancora e in quelli che rimarranno solo miei.

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giovedì, 26 novembre 2009

pazzi sì, purché SuperLativi

dal bus
A Roma, di domenica mattina, distretto Appio-Tuscolano, accanto alla piazza Kings of Rome, antica e rinomata zona di arrotamento pedoni, una donna di età indefinibile, in evidente stato psichiatrico pittoresque et burlesque, si abbassa e si ritira su gli abiti per quattro-cinque volte di seguito prima di scegliere definitivamente il posto più adatto per farla, diciamo così, franca, liquida e plin-plin, senza però l’effetto leggerezza e bellezza a seguire (leggi Chiabotto) e senza alcun passero parlante nei pressi (leggi Del Piero).
Ad ogni sopralluogo si cala i simil-pantaloni-gonnellone-sbrindellone, ispeziona l’asfalto, ne saggia la consistenza e la porosità, considera astutamente il valore del punto-location (come dicono tra loro gli english-fighetts) e passa oltre.
Le zone scartate sono a pochi metri una dall’altra, certo, ma le valutazioni compiute dal nostro personaggio sono pari al mistero di Fatima, o a quello della ricerca dei tartufi, c’è poco a’ fa, guagliò! E chissà quante volte, prima che io la vedessi,  s’è calata e rialzata i simil-pantaloni-gonnellone-sbrindellone, fino al momento della scena finale: l’apoteosi urinaria, condotta e girata magistralmente sotto lo sguardo appena un po’ perplesso di alcuni, rari, passanti.
il barbone di De Sica
E’ che noi qui, nella Roma laTrona, se non sono superlativi i pazzi non li prendiamo.
Tereza, corrispondente dal SantaMariaDellaPietàItinerante

martedì, 17 novembre 2009

2/ Marinella e l'Emilione

Pascal Renoux
Nel nord-est, prima della sbornia dei capannoni e della fioritura del popolo degli imprenditori-a-qualunque-costo,  si conservava un angolo di mondo speciale, figlio dell’Italia contadina e contadino ancora anch’esso, ricco di memorie raccontate a voce davanti al fuoco, soprattutto memorie della Grande Guerra, e di relazioni vive di battiti d’umanità.
In un paesetto piccolissimo della campagna dolce di quelle zone, tra le prealpi e il mare, c’era una comunità minuscola, composta per lo più di vecchi e di donne e uomini di mezz’età, ché la generazione dei figli aveva già iniziato a scappare verso le città vicine, se non per  studiare almeno per cercare un lavoro che potesse dirsi cittadino: iniziava così l’esodo definitivo dalle campagne, preannunciato anni prima dalle ultime emigrazioni di famiglie giovani verso il nord Europa e le Americhe.  
la Grande Guerra
Le famiglie più modeste o che disponevano di un’azienda familiare, agricola nel 90% dei casi, rimanevano compatte e raramente i figli se ne andavano in città, piuttosto sceglievano di mandare avanti che so, la latteria o il piccolo negozio.
Le corriere di collegamento con la cittadina più vicina avevano un’unica fermata, nell’unico spiazzo grande del paese, davanti al bar Centrale che Centrale lo era davvero, di nome e di fatto, visto che individuare il centro in un posto così minuscolo era roba da putei.
Ovviamente tutti si conoscevano e quando uscivi di casa ti toccavano mille saluti ché da ogni orto, tra ciuffi di insalate e piante di frutta, si sporgeva un volto cordiale, da ogni giardino con i gerani si sollevavano verso la strada gli occhi sorridenti di una nonna con la lana e i ferri tra le mani nodose ma sempre svelte.
La comunità, pure percorsa da invidie e pettegolezzi come qualunque comunità piccola e poco avvezza  a guardare oltre i propri confini, aveva suoi equilibri di convivenza, a loro modo ammirevoli, capaci di richiamare e tenere dentro il suo guscio protettivo anche i meno fortunati.

Ronis: the-caretakers-cat

Nel paesetto di questo racconto, per esempio, viveva l’Emilione, un gigante d’uomo con la vivacità mentale di un bambino di quinta elementare e con la stessa esperienza intellettuale.
L’Emilione era, come si diceva allora con linguaggio forbito, un po’ ritardato, aiutava i genitori nelle fatiche della campagna e poco altro ché la sua principale dote era la stazza e la forza fisica, garantita dalla sua mole gigantesca.
Il paese però non lo disprezzava ma, tutt’al più, lo commiserava, senza fargli mancare una forma particolare d’affetto, un segno del suo intenderlo figlio e membro a tutti gli effetti. Perché l’Emilione, bambino in un corpo esageratamente grande, veniva trattato da tutti con l’affettuosa condiscendenza che di solito si riserva proprio ai bambini.
bambino
Così, siccome l’Emilione si sentiva molto felice nel salutare ed essere ricambiato ripetutamente da tutti i suoi compaesani, ognuno lo assecondava ricambiando anche sei sette volte il suo saluto e chiamandolo ogni volta per nome, dando segno cioè di conoscerlo e di riconoscerlo. Questo buffo scambio andava dunque avanti per un paio di minuti davanti ad ogni cancello o giardino che l’Emilione incontrava e più o meno si svolgeva così:
“’giorno!”
“ciao! ‘Milio!”
“ciao!”
“ciao, fiol, com' ea, ‘Milio?”
“ciao!”
“ciao! ‘Milio!”
E sì, in quello scambio ripetuto di  battute ognuno dei destinatari dei saluti dell’Emilione  rispondeva chiamandolo sempre per nome, una forma spontanea e carezzevole direi di riconoscimento e di affetto.
E così il gigante distribuiva sorrisi e saluti fino a sfinirti o fino a che qualcuno, spesso uno dei genitori, non lo portava via.
 “Ehi, ‘Milio!” era una frase che gli rivolgevano tutti e il suo nome non mancava mai d’essere  pronunciato più volte mentre sul volto del gigante infantile si stendeva un’intera luminaria di sorrisi: la comunità gli regalava così, spontaneamente, un po’ della sua pazienza, facendolo sentire “riconosciuto” e dunque amato.  
ferrata-sass-brusai- 
Ricordo che io, bambina di otto-nove anni, osservavo questa scena con curiosità, percependone un significato diverso da quello più semplice che appariva, un’impressione speciale che concettualizzai solo qualche anno più tardi: era la pietas, la comprensione senza retorica e senza ostentazione, il senso del soccorso e dell’accudimento sociale, il segnale della capacità e della volontà di integrare con piccoli gesti anche i più sfortunati, quelli che vivevano fuori dalle righe del quaderno ufficiale.
Era, inoltre, una forma di solidarietà e di sostegno per la sfortunata famiglia.
Era quello di ‘Milio uno dei tanti borghi, uno dei tanti esempi di una società, di un paese ancora innocente, capace di gesti illuminati da splendido e caldo candore, ma non per questo superficiali.
Franco Basaglia

Era l’Italia dove era nato e operava uno come Franco Basaglia, a ribadire che siamo tutti figli dei tempi, anche se talvolta ce ne vorremmo scegliere di migliori.


postato da: Terezita alle ore 10:13 | link | commenti (6)
categorie: piccole storie piccole, dal quaderno dei ricordi
venerdì, 13 novembre 2009

1/ Marinella si racconta per LETTERA

oggetti e velleità
Sai, pensavo alla magia delle storie: raccontare le storie è un atto d'amore dal potenziale creativo immenso, uno dà il la e invita l'altro a continuare, ci si scambia energia fantastica e si ride, felici delle proprie invenzioni, e più sono assurde più ci si appaga, ci si sente  superiori alla comica maniera dei bambini che a tre anni son capaci di ridere di quello di uno che barcolla sulle gambette incerte.
Perciò oggi ti racconterò la storia di Ida, figlia di contadini della marca trevigiana che non aveva studiato un granché. Ragazzona giovane e prestante, alta 1,75, di capelli biondi e occhi verdi, andò presto-presto a lavorare in filanda finendo così, per necessità di pane e di sopravvivenza,  in un paese di montagna dell’appennino bruzio. Lì conobbe, s’innamorò e sposò Antonino, figlio di gente ch’era stata benestante ma aveva perso il più per strada.
tutto serve
Eravamo negli anni ’40, la guerra era già abbondantemente per le strade e Ida, che aveva già perso tre tra fratelli e sorelle, si ritrovò in quell’angolo di terra aspra  dove l’eco della guerra arrivava attutito e più che altro c’era tanta povertà: quella di sempre e, in più, quella portata dalla guerra, tanto per far compagnia alla prima.
Ida e Antonino ebbero subito una bambina, Caterina, detta Catì, destinata a rimanere orfana di padre prestissimo: quando la bimba aveva sì e no un anno, per una di quelle malattie banali che in tempo di guerra e con le medicine che Tricarico-1960, fotografo Mario Cresci scarseggiavano uccidevano come mosche anche uomini forti come Antonino.
Ida, la ragazzona venuta da lontano, tornò estranea e fuoriposto da quelle parti, nonostante Catì, e perciò decise di tornarsene, prima al suo paese, lasciando la bambina ad una cognata nubile che le fece da madre in modo esagerato, dato che non ebbe mai altri affetti sui quali spartirsi, e, successivamente, in Germania, dove lavorò per molti anni come cuoca. Con il suo lavoro riuscì a far studiare Catì, si sistemò, sistemò sua madre divenuta anziana, restaurò la grande casa di campagna della sua, un tempo, numerosa famiglia e campò dignitosamente, senza più uomini ufficiali al suo fianco.Grassano,1960- foto di Mario Carbone
Catì crebbe assai poco legata alla madre, donna effettivamente un po' ruvida per tanti aspetti, e attaccatissima invece a Mena, la zia-madre nubile; per questo e per tanti altri motivi troppo complicati da raccontare in breve, quando Catì in estate tornava da sua madre preferiva passare la gran parte del tempo con la nonna Marietta, una donna piccola piccola, sempre sorridente, che, forse perché aveva perso quattro figli su sei in tempo guerra, mostrava un talento materno spiccato, maggiore, e di gran lunga, di quello della ruvida e sbrigativa Ida: insomma, una volta messa su famiglia Catì prese a frequentare sempre meno la casa di sua madre.    
Ida però, pur non avendo studiato, amava leggere e conosceva l'opera meglio di un esagerato musicofilo. Le piaceva da matti lavorare ai ferri ascoltando sua nipote, Marinella, una bambina di otto anni, che le leggeva "Le avventure  di don Camillo", uno dei suoi libri preferiti.
La bambina si divertiva a recitare, letteralmente recitare il testo, presa e compresa dal suo ruolo di intrattenitrice ed esaltata dalle lodi sperticate di Ida sulla sua precoce bravura di interprete. Il libro di Guareschi*** venne letto e riletto in quell’estate, mentre Ida, a sua volta, ricambiava quella particolare compagnia di lettura-recitata intrattenendo la bambina con i racconti delle trame di varie opere, per lo più pucciniane. Ne riferiva con un trasporto sentimentale così autentico da imprimerle per sempre nella mente di Marinella.
Ida lavorò ancora per molti anni dopo il rientro dalla Germania: preparava abitini per neonati per una fabbrica del posto, provvedeva a gran parte dei lavori di casa come nessun uomo avrebbe saputo fare, cucinava da dio i piatti tipici della sua terra, ecc. ecc.
Ida avvicinò Marinella all'arte amorosa delle storie narrate, stimolando la sua vanità istrionica di lettrice-attrice e sciogliendo nelle sere estive i nastri colorati e fascinosi della storia di madama Butterfly, di Tosca, ecc. ecc.
Nei lunghi pomeriggi di luglio Ida se ne stava nel tinello, ascoltando le opere alla radio con religiosa attenzione e sguardo rapito, supplendo magnificamente alla sua poca istruzione con il sentimento dell'arte e della poesia che possedeva ed esercitava istintivamente, e trasmetteva anche.
A Marinella insegnò l’opera e le sue storie intense ma anche a riconoscere e raccogliere l'erba per i conigli, a scovare le patate e le carote nascoste nella terra soffice dell'orto, a parlare nel suo dialetto, permettendole, pochi anni dopo, di leggere e comprendere le commedie di Goldoni in lingua venexiana.
Marinella non dimenticò mai più nulla di quell’estate di orti, conigli, romanze e battute anticomuniste  di Don Camillo.
E se anche Marinella non è il mio nome Marinella, la bambina-attrice, ero io.
la ROSSA di SAUCO
***(Mi scuso per aver inizialmente scritto Mosca anziché Guareschi ma c'è un motivo: l'edizione del Don Camillo , datata già allora, sulla quale leggevo per Ida, conteneva le illustrazioni stilizzate ma assai espressive di Giovanni Mosca che con Guareschi collaborò e condivise varie esperienze di giornalismo: a me, bambina, quelle illustrazioni scarne, tratteggiate ma d'effetto, rimasero per sempre impresse).

postato da: Terezita alle ore 17:16 | link | commenti (5)
categorie: piccole storie piccole, dal quaderno dei ricordi
martedì, 03 novembre 2009

incidenti di Schiena e di PERCORSO

Ovvero: storia metropolitane di tentata censura e impudenza libertaria  sui mezzi dell'Atac.
Amelie
Una volta, ero una ragazzetta adolescentissima, salii su di un autobus dove c'era ancora, sopravvissuto alla soppressione delle figure più antiche ed artigianali del personale viaggiante, il posto del bigliettaio.
Il posto del bigliettaio consisteva in una sedioletta a panchettino sistemata vicino alla porta per la salita, con davanti una sorta di banco di scuola in miniatura, un piccolo piano d’appoggio con vari scomparti fondi di diversa grandezza per sistemare le monete, le banconote e la mazzetta dei biglietti. Sui biglietti- piccola digressione e nota di colore grevemente capitolino- c'era la scritta: conservare il titolo di viaggio e presentarlo aperto ad ogni richiesta del personale…be’, inevitabilmente quella scritta dava luogo a doppi sensi pesantemente trivialotti, molto diffusi tra i ragazzi delle scuole che non ci pensavano due volte a correggere a penna il testo dell'avviso, sostituendo il sostantivo titolo (di viaggio) con la parola ----, be’, immaginate voi che roba da tavernazza romana...e sì, lo so...
Bene, folclore e turpiloquio a parte, io adoravo sedermi su quella seggioletta: ti regalava una posizione di osservazione privilegiata della fauna viaggiante e aveva, per sua natura, un che di anarchico, di fuori dal coro, di dissidente quasi rispetto alle file ordinate dei posti più regolamentari e perciò, come potete immaginare, mi attraeva moltissimo.
Fu per questo motivo che, come sempre quando ce n'era l'occasione, anche quella volta mi sedetti sul trespoluzzo del fu bigliettaio e mi misi di schiena contro la porta d'ingresso, tutta 'ntorcinata per guardare fuori dal finestrino.
the-rosa-parks-bus-from
Un signore anziano, segaligno e dall'aria vagamente autoritaria, appena montato sul mezzo mi apostrofò così:
"signorina! le sembra il modo di stare seduta?!? pensa sia giusto che io debba guardare la sua schiena per tutto il tempo?!?"
Ora, premesso che il posto del bigliettaio era sul fondo dell'autobus e per mettersi dietro e rimirare la mia schiena fuori ordinanza bisognava assolutamente scegliere di mettersi lì;
premesso che il posto del bigliettaio era comunque un posto a sedere disponibile, sebbene scomodo, per chiunque lo volesse utilizzare;
premesso che non c'era nulla di sconveniente nella mia postura (ero coperta, non indossavo nessun indumento aderente o chissà che) e che casomai era solo un po' insolita, disordinata rispetto alle regole geometrico-organizzative dell'autobus e del vivere convenzionale e, volendo esagerare, un po' contortuzza;
premesso infine che io avevo, da quella postazione, tutte le schiene dei viaggiatori davanti a me, (e ciò era praticamente inevitabile oltreché totally privo di interesse, per me ma anche per tutti gli individui sani di mente e senza pruriti irriferibili posizionati nella zona  amish-oscura del cervello);
premesso che colsi al volo l'intenzione pretestuosamente sanzionatoria del buoncostume mossa da  quell'arcigno membro delle squadre combattenti per la moralità antischiena, insomma, premesse tutte queste belle cosuzze,  be', sapete come gli risposi, dall'alto-basso-medio della mia lucida insolenza adolescenziale?   
"dice a me? cos'ha di scandaloso la mia schiena, scusi? e si viene a lamentare di questo con me? e io, allora? che dovrei dire? da qui vedo le schiene di tutti e  mica mi metto a sbraitare per questo! Cambi posizione semmai, si metta dall'altro capo e si goda il panorama delle facce se le piace di più!"
p.s.: dimenticavo di riferire della reazione indispettita del signor Catone-da-strapazzo che con  occhi e parole spiritate e sdegnate così commentò la mia impudenza: "ma guarda come mi risponde!" e io: "ma guardi lei che cavolate va dicendo!".  

postato da: Terezita alle ore 16:20 | link | commenti (8)
categorie: piccole storie piccole, pazzianne
venerdì, 30 ottobre 2009

notte d'aprile: l'amore è un bambino

Accadde in una primavera del nuovo millennio, questo duemila che, per tutti quelli con i piedi ancorati al ‘900, sa sempre un po’ di finto, di plastica, di detersivo sbiancante e di fantascienza cinematografica già nel suono: "duemila".
I nostri due personaggi, nella piccola frazione di storia del 6 aprile o giù di lì, si erano incontrati dopo trent’anni e più, sebbene all’epoca del loro primo incontro non si fossero neanche presentati o degnati di uno sguardo: ragazzini imberbi, persi dietro le loro irripetibili proiezioni di grandezza e di inutilità dell’io, obbligati per indole e storia personale a sentirsi imperfetti più di altri.
J.MANCHADO
La notte del sei aprile i due erano comunque insieme, amanti e ragazzini, una qualità per l’altra, e aspettavano l’alba pieni di buoni propositi ché quella era la loro settimana vincente: per un caso della vita simile ad una lotteria si erano incontrati, piaciuti e amati più di trent’anni dopo.
La sera s’erano attardati in chiacchiere semplici e in chiacchiere d’amore; s’erano affacciati alla finestra dell’antico quartiere popolare dove avevano preso l’albergo; da lì avevano scrutato la via sottostante, riso per i personaggi appostati al bar d'angolo, ritrovo di tifosi giallorossi che si sfottevano amorevolmente, come vecchie zie affezionate, sulle vicende ortopediche del loro nipote capitano; avevano sentito arrivare fin sul loro balcone, al quinto piano, l’odore della fioritura degli alberi e apprezzato il tepore speciale della notte capitolina come fossero due gatti.
Quando s’erano messi a dormire erano soddisfatti d’ogni cosa, a cominciare da loro stessi, oltreché della lotteria vinta incontrandosi per una lunga serie di coincidenze improbabili.
Ma nel cuore della notte, mentre resistevano tenendosi la mano per non perdere il contatto con la sorpresa d’essersi ritrovati dopo trent’anni, la terra tremò paurosamente. Tremò a lungo, tanto da potersi scambiare un “cos’è?” e aggiungere, mentre la terra ancora tremava, “è il terremoto!”.
Lei non ricordava scosse così lunghe in città mentre lui ne aveva memoria perché di Frank HORVAT, proprio luilà,  sul suo appennino, le scosse non erano rare; forse fu per questo che lui, con tranquillità evidente, le disse: “non aver paura ci sono qui io”.
La frase scivolò nelle orecchie di lei senza entrarvi veramente e si tramutò in un ragionamento freddo, dettato dalla sua pedante logica dei presupposti e delle conseguenze, unite come mai a fare blocco nella paura.  
Non lo disse ma pensò:
“tu non puoi far nulla, esattamente come me, e se fossimo travolti potremmo solo concederci il coraggio di morire o sopravvivere insieme, ma nessuna di queste due eventualità dipende dalla nostra bravura, dalla prontezza o dal coraggio: possiamo essere solo inebetiti spettatori del futuro nei prossimi minuti”.
Eppure lui, che di quei pensieri senza speranza che viaggiavano nitidi e veloci nella testa di lei non sapeva nulla, insistette nel farle coraggio e l’abbracciò ancora, convinto.
Quando la scossa terminò lei tornò a respirare con calma e corse al balcone per rassicurarsi e vedere la gente in strada.
Lui la raggiunse e l’abbracciò, per nulla turbato.
Un pensiero molesto, che bruciava di pentimento, passò nella testa di lei, mentre si consegnava felice al suo abbraccio: “non ho saputo provare fiducia in lui e quando mi ha detto ci sono io qui con te sono riuscita a pensare subito e soltanto: ma tu sei come me, nessuno di noi può far nulla o salvare l’altro”.
JONVELLE
Si sentì pungere terribilmente da quel ricordo e maledisse quel suo istinto lucido e consapevole che talvolta sembrava tramutarsi in nuda crudeltà e spietata sfiducia.
Poi, al mattino presto, accese la televisione e sentì del terremoto dell’Aquila.
Si girò verso di lui ch’era ancora a letto e disse: “lo vedi? è stato troppo spaventoso per non essere un disastro…”.
In cuor suo stava tentando di giustificarsi dei suoi sfiduciati pensieri.
Eppure ormai sapeva, aveva compreso in quella notte di spavento, che l’amore può dire le più grandi sciocchezze, affermare le cose più inverosimili ma, nonostante tutto, ha il diritto d’essere creduto: l’amore è un bambino e crede alla sua fantasia, le crede senza nessuno scopo e le si affida.
Si sentì inferiore rispetto a lui, incapace, maldestra nell’amore mentre decideva:    
l’amore è un bambino e gli si deve credere, sempre.
 
 

postato da: Terezita alle ore 11:25 | link | commenti (7)
categorie: piccole storie piccole
domenica, 18 ottobre 2009

100.000: il Capitolo di un SOGNO

il 100.000 del titolo corrisponde alle vostre visite,

GRAZIE

Renoux

Irene gli aveva confidato un sogno di sette anni prima, uno di quei sogni che amava chiamare “i capitoli d’anima”.

I capitoli d’anima erano per lo più sogni di poca azione, simili a dei corti girati da registi con velleità di certo cinema lento, cinema costruito sui pensieri descritti alla moviola, tutt’altro che noiosi però, sia perché si trattava di corti, sia perché si trattava di sogni; i capitoli erano dominati dalla narrazione di uno o più sentimenti, trattati per esteso e resi con la puntualità di una carta geografica.

Il sogno di sette anni prima aveva per tema un incontro, tra Irene e un uomo mai conosciuto nella realtà.

 SAUCO

Lei e Fabrizio, l’uomo onirico- come l’aveva ribattezzato con allusiva ironia - si incontravano nel sogno in casa di amici comuni, amici di sogno, ovvio, per una cena, mezza in piedi e mezza no, seguita da un film ben scelto e da chiacchiere Rosso fluentesul consueto, tutta roba di sogno sempre: la cena, il film e le chiacchiere.

Si scambiavano occhiate riconoscendosi senza essersi mai visti prima, si porgevano bicchieri con cortesia, si passavano imbarazzi e mani in tasca, che spesso sono poi la stessa cosa.

Nella notte piovosa di una imprecisata città del nord se ne uscivano insieme e, siccome di sogno si trattava, le luci per strada erano perfette per la cornice cinematografica di un amore nascente. Attraversavano viali di villette dei primi del novecento e in una di queste salivano poche scale fino al portoncino d’ingresso e, poi, fino alla porta di casa dell’uomo onirico. Era tardi ma non troppo da non potersi permettere altre chiacchiere e un tè dopo il quale si baciarono e via discorrendo, mentre la scena sfumava pian piano dalle luci ovattate dell’ambiente onirico verso le luci ingombranti del risveglio.

“Sai- gli raccontava Irene- la trama del sogno è quasi zero, ovvia e banale se vuoi, ma non è questo che conta: conta l’intesa che si crea tra l’uomo e la donna onirici, quel parlarsi la prima volta come fosse la ventesima, quel fermarsi a casa di lui come fosse tutto già deciso da entrambi, senza salti e senza scosse di timore. Ed è questo quello che mi colpisce ancora oggi: l’assoluto scivolare, senza necessità di spiegazioni parlate, verso la confidenza persa e ritrovata…mi capisci?”.

L’uomo in carne ed ossa la guardò senza gran meraviglia, un po’ perché aveva capito e un po’ perché con i sogni ci costruiva cabale e mappe del tesoro per mestiere.

Renoux come Michelangelo

La donna che lo aveva sognato sette anni prima capì d’essersi saputa spiegare e aggiunse:

“Una sera, era trascorso un anno dal sogno, rientrando a casa mi misi a piangere per solitudine sul divano, sebbene mi fossi appena vista con quello che chiamavo il mio grand’amore. Fra una lacrima e l’altra mi venne di pensare, ed era una strana forma di consolazione che mi volevo dare, questo non è Fabrizio, non è uscito dal mio sogno e nemmeno vi entrerà mai”.

 

C.Coigny_69

 

Finendo di parlare la donna si fermò negli occhi dell’uomo in carne ed ossa e sussurrò:

“Neanche tu ti chiami Fabrizio e per di più sei di carne ed ossa, non abiti in una villetta di inizio secolo e non ti ho conosciuto in casa di amici ma questo non sarà un problema: avrai la parte, ne sono sicura, avrai il ruolo di Fabrizio”.

Così Irene se ne uscì dall‘ imbarazzo ché questa trovata altro non era che la dichiarazione d’amore resa da una donna timida e visionaria all’ uomo-non-onirico che le stava di fronte.


postato da: Terezita alle ore 14:41 | link | commenti (7)
categorie: piccole storie piccole
lunedì, 05 ottobre 2009

l'anno scorso in Portogallo

Tratto dalla lettera-racconto di un amico: post concepito sull'onda delle emozioni che mi sono state narrate, riversate in parole scritte e pubblicate qui con il consenso del protagonista dell'"emozione portoghese".   
Portogallo-Algarve
...e oggi, guarda caso, tu mi parli del Fado, Tereza.
E guarda caso la scorsa estate sono stato in Portogallo, guarda caso.
E lì, guarda caso, mi sono ritrovato in una piazza di una piccola ed insulsa cittadina, nel mezzo di una festa popolare misera e squallida.
E dire che io amo le feste popolari.
Ma quella era davvero squallida, adatta a quella cittadina insulsa: un posto dal quale scappare, se non fossimo stati troppo stanchi per cercare un albergo altrove.
Porta e Maioliche
Al centro di quella piazzetta anonima, che per di più strizzava volgarmente l'occhio alla modernità, trovammo un piccolo chiosco incantato da orchestrina.
Quello sì era bello e fuori del tempo, illuminato da sole candele: una sorta di apparizione-relitto del paese che fu. Altri pezzi naufragati del paese che fu li avevamo intravisti nelle viuzze interne, là dove le banche e i negozi illuminati a giorno non erano ancora giunti a spadroneggiare, e i muri, rivestiti delle belle maioliche bianche e blu, avevano per occhi certi splendidi portoncini con la  maniglia a batacchio, decorati con la civetteria antica e gioiosa del colore.
Speed guarda il Portogallo
Erano tutti pezzi di tempo scampato all’oblìo e all’assalto dei moderni predoni.
Ad un certo punto nel chioschetto vedemmo arrivare un gruppo di Fado.
Quattro elementi, se ricordo bene. La voce narrante era  maschile, timbrata di una malinconia come mai avrei immaginato possibile nella voce di un uomo.
Intonarono canzoni popolari e,  a metà dell'esibizione, si rivolsero al pubblico a  bassa voce, in un dialetto forse, un modo poco comprensibile anche per alcuni del posto: lo intuivo dalle teste che, facendosi vicine vicine, si scambiavano domande e perplessità in forma di bisbiglii.
Seguirono un paio di minuti buoni di vero silenzio (due minuti, capisci, Tez? in un concerto, tra una canzone e l'altra: una cosa assurda, senza senso, così m'appariva...e tu sai quant'io ami i concerti).
Quando hanno ripreso a cantare la gente s'era fatta immobile, assorta, raccolta in attesa di qualcosa che noi non potevamo afferrare, e non solo per l'incomprensibilità della lingua. Persino le luci parevano essersi fatte più soffuse.

Chiosco portoghese

Sai, Tereza, la mia non è ammiccante enfasi da affabulatore: erano davvero tutti immobili, stretti e sospesi in un’unica attesa, mentre il ritmo s’alzava  Lisbonalentissimo e crescevano le voci del pubblico che s’accendevano  ad accompagnare il quartetto.
Ebbene, ad un certo punto una tristezza infinita, di provenienza e di percorso ignoti, ha invaso me e la mia compagna e così, al culmine del pezzo, abbiamo pianto.
Mi dirai che il fado è così: corpo musicale della malinconia, ma sai qual’ era, Tereza, il prodigio vero? E’ che, quando mi ero girato ad un certo punto della canzone, guardandomi intorno avevo scoperto che non eravamo i soli a piangere. Soltanto eravamo gli unici a non cantare, estromessi perché stranieri nella lingua  da quella parte di emozione.
Ma c'eravamo comunque uniti a loro nella commozione e nelle lacrime, sia pure senza capirne appieno il senso.
Dopo ho comperato il loro disco e ho cercato di chiedere, di capire perché anche il cantante avesse gli occhi rossi.
Quello ch'avevano intonato era un canto che proveniva dall'università dove il Fado veniva insegnato e dov’era divenuto  simbolo di ribellione.Lisbona[1]
Sai, un po' com’accadde per certe nostre canzoni partigiane.
Ma, vedi, Tez, ascoltando "Bella ciao" è comprensibile ch’io mi senta toccato, ma per quella musica, di cui non sapevo nulla e di cui non capivo neanche una parola, avevo adirittura spontaneamente pianto, capisci?
Quel cd sta lì, Tereza: non ho avuto ancora il coraggio di riascoltarlo.
E’ che a volte mi afferra la paura di "sentire" di nuovo... perché a volte penso che sentire troppo forte mi farebbe confondere e io non voglio…non voglio confondere in modo forte e violento due realtà che pur convivendo  non devono sovrapporsi mai.
Portogallo-BejaAnche se in me già convivono, ben strette l’una all’altra.
Mi piaceva, sai Tez, raccontarti questa storia, ancora così aperta dentro di me, amica mia...
S-
(già pubblicato nel 2008)
p.s. le foto del portoncino, dell'insegna, del chiosco con il gruppo di Fado e della strada maiolicata sono originali, scattate personalmente dal narratore-protagonista.
Il racconto è vero e il chiosco fotografato è esattamente quello di cui si narra, solo con le candele ormai spente, a fine spettacolo, sostituite dalle luci artificiali.                                                                           
In testa al post un brano dei Madredeus e una "Teresa", Teresa Salgueiro, dalla splendida voce.
Portogallo-Lisbona

martedì, 22 settembre 2009

il freddo del Muro DI MEZZO

A. Smirnov

“Sai, c’era freddo, sentivo freddo, dopo la sua morte: il freddo arrivava da quel muro di mezzo, dalla casa accanto, l‘appartamento dove lei aveva abitato per tanti anni, qui di fronte al mio studio; invisibile il freddo mi arrivava sulle ginocchia mentre lavoravo, arrivava e non si staccava più, si faceva sentire: mi sentivo indifeso rispetto all‘enormità dell‘assenza e al suo tangibile segno di freddo, segnale di morte“.

La donna guardò verso il narratore di ricordi seduto di fronte a lei e lo immaginò- ma sarebbe stato più esatto dire “lo vide mentalmente e chiaramente”- in quel pomeriggio, mentre parlava con il paziente nel suo studio e il freddo intanto gli penetrava sotto i pantaloni e sotto il maglione, come una tenda lieve e inarrestabile che gli si stendeva lentamente ed accuratamente addosso, a custodire e a ribadire l’assenza dell’anziana donna, morta pochi giorni prima nell’appartamento accanto.

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Si meravigliò di come riusciva a vedere nitida la scena del freddo, la pellicola che, invisibile, dal muro arrivava a stendersi sull’uomo, indifeso di fronte all’assolutezza senza possibilità discussione della morte.

Si meravigliò della sua capacità di filmare i ricordi non suoi.

Intuì che l’uomo le parlava temendo di non essere creduto sino in fondo: ma si sbagliava in questo, e di molto, sul conto di lei, ascoltatrice, narratrice e regista appassionata di ricordi non suoi.

Perché sì, la donna gli aveva creduto immediatamente, senza sforzo, tanto che aveva immaginato la scena e si era pure ricordata di un racconto simile, sentito un paio di anni prima da un amico; costui le aveva narrato del dolore che avvertiva a volte ad una caviglia: gli doleva esattamente come accadeva tanti anni prima a suo nonno.

la Lucania ritratta da Cartier-Bresson

Anche in quell’occasione la donna aveva creduto subito, senza difficoltà o titubanti diffidenze, al narratore della caviglia: sentiva profondamente il senso del legame che riviveva, passando da un essere all’altro e unendo tutti, nel senso comune e universale dell’essere al mondo. Eppure anche il narratore della caviglia aveva temuto di non essere creduto e aveva messo le mani, anzi le parole, avanti per non farsi ridere dietro.

“…Che strano“- rifletté la donna ascoltatrice e regista di ricordi non suoi- “ mi raccontano ricordi, passaggi d’amore, e pensano ch’io non possa crederci, come se la mia razionalità mi impedisse di entrare nel cuore dell’immaginario e del sentimento narrato. Eppure io credo più di tutti a quell‘immaginario e so che ha un senso reale e persino una misura ed una forma: quella morbida e piena del legame d’amore, della relazione“.

pasqua ortodossa

Allora, per rendersi ancora più credibile, aprì gli occhi in un sorriso lento verso il narratore del freddo del muro di mezzo e mormorò:

“Ti credo, sai, non faccio nessuna fatica a crederti: il freddo ch’arrivava dal muro di mezzo, dalle stanze vuote dell’appartamento dove lei aveva vissuto fino all’ultimo giorno, altro non era che il tuo amore rimasto solo, fermo lì a considerare quelle stanze vuote, il tuo amore dolorosamente stupito, smarrito come un bambino di fronte all’assolutezza della morte”.

Infine la regista prese la mano dell’uomo e la baciò, chiudendo gli occhi come se fosse di nuovo quel pomeriggio in cui arrivava il freddo attraverso il muro di mezzo.

Fuori, intanto, i treni viaggiavano purtroppo in perfetto orario.


postato da: Terezita alle ore 22:01 | link | commenti (4)
categorie: piccole storie piccole
mercoledì, 22 luglio 2009

Štěpán Zavřel, un mago-bambino a Sarmede

Di lui ho già raccontato, in una simil-favola depositata

QUI (...e a seguire).

Passate una volta da Sarmede,

(qui sotto la casa dove Zavřel ha vissuto),

ne capirete di più:

Casa di Stepan Zavrel, Sarmede; segnalazione di Luciana Moretto e Aldo Granzotto, Oderzo

perché lì i muri delle case parlano delle sue visioni fantastiche

e le favole camminano a piedi per le strade,

le stesse percorse da ŠtÄ›pán, esule da tutto ma non dalla sua fantasia.

 


postato da: Terezita alle ore 17:11 | link | commenti (2)
categorie: piccole storie piccole, fa/volando-fa/volando
lunedì, 13 luglio 2009

lo scritto e il riso, AMARI, di una mancata quadrupede

 
In un pomeriggio di ottobre la donna si attaccò alla tastiera con lo spirito da bipede in guerra e scrisse così all’amica:
“Sai, abbiamo preso a vederci sempre meno.
Lui, avaro di suo nelle relazioni, si è fatto ancor più parsimonioso del suo tempo e della sua attenzione, per quanto incredibile questo possa apparire, vista l'economia stretta che già praticava. Diciamo che mi tiene a pane ed acqua. Pane pochissimo però.

Poi, quando ci incontriamo, lui sfugge la comunicazione, come e più di sempre e, per camuffare la sua fuga dalle parole dotate di senso, si perde a guardare i cani che passano: li segue con lo sguardo da innamorato perso.
In verità guarderebbe e guarda anche i gatti, e i passeri pure, quando capitano, ma, si sa, i cani sono più numerosi per strada, sia da soli a randagiare sia a passeggio, con accanto il bipede umano di complemento.
Sai, è come se il quadrupedismo gli sciogliesse l’anima e svelasse, rendendolo manifesto, il suo lato-sentimento, magia negata a me come a tutti i bipedi che con lui hanno la sventura di relazionarsi affettivamente.

I cani, insomma, li guarda amorosamente ed indistintamente, TUTTI, e me li indica anche , tra considerazioni affettuose e sguardi languidi.
Sai perché penso che sia  perdutamente affascinato dal quadrupedismo? Perché non l’ho visto quasi mai considerare con altrettanta devozione amorosa ...che so... i bipedi umani infantili, per esempio.
Certo, io la mia idea sulle motivazioni del suo quadrupedismo spinto ce l’ho: penso che i bipedi umani, pure quelli di età minore-minore, chiedono e pretendono relazione affettiva, e complessa per di più; insomma, non ce la si cava con uno sguarduzzo ad occhio incantato e sentimental-burroso. I bipedi sono sempre più difficili da sfuggire sentimentalmente rispetto ai quadrupedi: anche se hanno solo due o tre anni.
Pascal  Renoux
Insomma, amica mia, sto così: ci vediamo e lui contempla i cani, tutti, pure quelli bruttissimi e pulciosi e io faccio finta di ascoltarlo e di condividere…e pensare che quelli che ci passano accanto sono sempre, quasi sempre, bruttissimi, stortignaccoli, spelacchiati e pulciosi.
Sai a quale conclusione sono giunta? Che con lui svolterei solo se mi sapessi trasformare in un alano: e sì, poiché  con lui parto sfavorita, nella mia qualità di bipede umano e per di più a lui affettivamente relazionata,  solo trasformandomi nel principe dei cani potrei sperare in una qualche forma di visibilità.
Ah, sì, magari mi sapessi trasformare in un alano!

L’amica le rispose commentando così:
“sei incredibile: sai essere ironica e per di più in questa chiave così amara e corrosiva pure quando le cose ti toccano da vicino e così dolorosamente come questa”
E lei, di rimando:
“sarà, e forse è per questo che non gliela darò mai a bere travestendomi da alano: penserebbe solo ad uno scherzo…”
Di fatto, circa una settimana dopo, smise di guardare con lui i cani e  scelse di rimanere orgogliosamente bipede. A tutti gli effetti.
Decise di smetterla con lui anche per schivare il pericolo di iniziare ad odiare gli animali a quattro zampe, eventualità che non aveva mai preso in considerazione prima.
Lui però non s’accorse di nulla, neanche di quando lei si alzò e se ne andò per la sua strada, facendo lo sgambetto a tutti i cani che incontrava.
Era proprio sfinita.
Era proprio finita.
Quando lo raccontò all'amica al telefono trovò  pure la forza di emettere due o tre bau! mentre una risata amara, al sapor di fiele e di venerdì santo, si versava nella cornetta.